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Premio Pieve 2010
ventiseiesima edizione


 resoconto della manifestazione



un momento della manifestazione

il palco della 26^ edizione


i linguaggi della memoria
In questa edizione del Premio Pieve abbiamo pensato di dare spazio e voce a nuovi linguaggi della memoria.
Pur rivendicando la sua tradizione di Archivio di memoria scritta, l'iniziativa di Pieve Santo Stefano riconosce il valore e l'importanza di altre forme di raccolta che ha direttamente sperimentato grazie ai due progetti European memories e Voci migranti ospitati nel programma 2010.
Nel primo si raccolgono le storie di cittadini europei, donne e uomini di ogni età e provenienza culturale in un archivio digitale: sono racconti scritti, audio video e fotonarrazioni messi a disposizione di tutti nel sito europeanmemories.eu. A integrazione del progetto europeo si segnala il workshop che si è tenuto a Pieve dal 7 al 12 settembre, seguito da venti partecipanti di diverse nazionalità. Nel secondo si raccolgono in video le testimonianze di migranti che vivono in Valtiberina scegliendo una modalità più immediata e semplice per il loro racconti di vita, rispetto alla scrittura. Il materiale raccolto ha ispirato la realizzazione di un documentario che è stato presentato a Pieve in anteprima e ha dato vita a un laboratorio teatrale migrante che è stato presentato nell'ambito del workshop.

Il Premio Pieve offre occasioni di incontro e confronto con altre esperienze di raccolta della memoria che utilizzano nuovi linguaggi, come quella de La banca della memoria di Torino o il progetto appena lanciato da Slow Food, I granai della memoria. È un'edizione che ha ospitato anche i linguaggi più classici attraverso i quali la memoria si esprime, come la scrittura, il teatro, il cinema, la fotografia.
Hanno raccontato la loro esperienza di memoria, figli testimoni delle storie dei loro padri. Abbiamo ospitato una mostra fotografica con i racconti di vita in parallelo di bambini rumeni e pievani, e abbiamo presentato in in anteprima la rivista dell'Archivio Primapersona, completamente rinnovata, che dedica il primo numero della nuova serie alla memoria. Fra i diari che diventano libri, la vincitrice della passata edizione, Sabrina Perla con il suo struggente Die Katastrophe (Terre di mezzo), i titoli della nuova collana Storie italiane, realizzata con il Mulino di Bologna, la collaborazione con il Premio LiberEtà, il secondo numero della collana Autografie (Forum Edizioni).

Ma l'edizione 2010 segna anche l'avvio di un progetto innovativo dell'Archivio dei diari, che si chiama Impronte digitali e ha l'ambizione di trasformare in formato digitale tutto il patrimonio della Fondazione di Pieve, partendo dalla digitalizzazione del pezzo più importante della collezione, il Lenzuolo a due piazze di Clelia Marchi, navigabile riga per riga dal pubblico del Premio Pieve.

Il Premio Città del diario è stato attribuito a Mario Dondero, amico di lungo corso dell'Archivio dei diari. La sua straordinaria capacità di raccontare storie e persone lo rende il destinatario ideale di questo premio: "A me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessano per fotografarle, mi interessano perché esistono".



lunedì 6 settembre ore 12,00
conferenza stampa
Firenze, Regione Toscana, Palazzo Strozzi Sacrati
Piazza del Duomo, 10

con

Gian Bruno Ravenni
Responsabile Area coordinamento Cultura della Regione Toscana

Giuseppe Alpini
Presidente del Consiglio Provinciale di Arezzo

Elena Di Pietro
Direttore affari istituzionali Bassilichi Spa

Francesca Calchetti
Vice Presidente della Comunità Montana Valtiberina Toscana

Camillo Brezzi
Direttore scientifico dell'Archivio diaristico

Natalia Cangi
Direttrice organizzativa dell'Archivio diaristico



dal 7 al 12 settembre
fuori programma
vari luoghi

Memoria viva in Europa
workshop


Nella settimana dal 7 al 12 settembre si è tenuto il workshop Memoria viva in Europa riservato a venti partecipanti provenienti da vari paesi europei, finanziato dalla Commissione Europea, Lifelong Learning Programme.
Il programma del workshop ha previsto: esercitazioni di scrittura autobiografica; approfondimenti sulle metodologie autobiografiche come pedagogia degli adulti, cura di sé e cittadinanza attiva; analisi dei diversi linguaggi dal testo al video, dall’audio alla fotografia; introduzione ai metodi di drammatizzazione delle narrazioni di s´ come forma di restituzione collettiva.
Gli incontri coordinati da Andrea Ciantar (Unieda) hanno visto la partecipazione dei membri europei del progetto European memories e hanno esaminato anche altre esperienze, grazie ai contributi di: Ginetta Fino, Sara Lusini, Silvia Martini, Luca Piergiovanni, Gruppo Asintas e gruppo Video Storie-In-Circolo.

un momento della performance voci migranti un momento della performance voci migranti un momento della performance voci migranti

giovedì 9 settembre ore 21,00
Chiostro dell’Asilo Umberto I
Le Città Visibili
performance teatrale con "voci migranti"
allestimento a cura di Silvia Martini
incontro aperto al pubblico
info

venerdì 10 settembre ore 15,00
Sala del Camino, Asilo Umberto I
Narrazione e scrittura di sé come una forma di cittadinanza attiva in Europa
esperti di scrittura autobiografica a confronto
incontro aperto al pubblico



da martedì 7 settembre
esposizioni
all'interno del Palazzo Pretorio mostre ed esposizioni legate all'Archivio dei diari e alle storie di vita

l'installazione dedicata al Lenzuolo di Clelia Marchi l'installazione dedicata al Lenzuolo di Clelia Marchi

Impronte digitali
il Lenzuolo di Clelia Marchi nell'era digitale
in collaborazione con Bassnet, Fondazione Musei Senesi, Nemes


Il tesoro dell'Archivio
esposizione dei diari manoscritti
a cura di Cristina Cangi


La mia inquadratura
Pieve Santa Panchu

mostra fotografica a cura di Sara Lusini



venerdì 10 settembre ore 18,30
diari che diventano libri
Logge del Grano

L'ombra dei padri
figli testimoni di memoria
incontro con Antonina Atozi, Franco e Giovannangelo Di Pompeo,
Paolo Lenci, Sabina Rossa

coordina Camillo Brezzi


incontro L'ombra dei padri incontro L'ombra dei padri

Molti dei testi autobiografici presenti nell'Archivio dei diari sono dovuti a figli testimoni di memoria, persone che hanno scoperto intime scritture famigliari e hanno voluto condividerle con altri, come hanno fatto i fratelli Di Pompeo.
A volte i figli sono chiamati a tramandare una memoria che i padri hanno direttamente diffuso e difeso, come nel caso di Sergio Lenci, testimone e vittima di un attentato terroristico di Prima Linea nel 1980. In altri sono proprio le scritture e i racconti dei figli a testimoniare le vicende dei padri, snodando in parallelo la loro esistenza all'ombra delle figure dei loro genitori che giganteggiano nei loro ricordi. È il caso di Antonina Azoti, figlia del sindacalista Nicolò Azoti ucciso dalla mafia nel 1946, le cui memorie hanno vinto il Premio Pieve nel 2004. Ed è il caso di Sabina Rossa, figlia dell'operaio e sindacalista ucciso nel 1979 dalla Brigate Rosse e autrice del volume Guido Rossa, mio padre.
Di questo si parla nel numero 22 di Primapersona, nell'intervento di Paolo Lenci e in particolare in quello di Camillo Brezzi: “Negli ultimissimi anni grazie a quella che chiamo la letteratura dei figli, i cui genitori sono stati vittime di azioni terroristiche, si è richiamata l'attenzione sulle vittime del terrorismo e quindi si è dato un contributo alla ricostruzione di una fase storica tra le più importanti dell'Italia repubblicana. A partire dal 2007 con l'uscita del libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, e i più recenti volumi di Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, di Nando dalla Chiesa, Album di famiglia (ma già nel 1984 con Delitto imperfetto, ci aveva indicato una strada…) e, infine, Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi, la storia di Walter Tobagi ucciso il 28 maggio 1980, cioè 26 giorni dopo l'agguato a Sergio Lenci. Le ricostruzioni dei familiari delle vittime del terrorismo ricollocano nel giusto contesto quei drammatici eventi squarciando un silenzio che finora era stato occupato, editorialmente, solo dai terroristi”.

Uomini che hanno lasciato impronte e segni e la cui memoria è affidata anche alla rabbia e all’impegno civile dei loro figli che scrivono, ricordano, raccontano.

Fabrizio Raffelli premia Sabina Rossa     Fabrizio Raffaelli
Direttore dell’Agenzia per il Turismo di Arezzo
ha consegnato a Sabina Rossa
il riconoscimento Benvenuta in Toscana



venerdì 10 settembre ore 21,30
cinema e autobiografia
Campo alla Fiera

* MEI [MEIG]
Voci migranti


un documentario di Federico Greco

la serata di proiezione del documentario *MEI [MEIG] la serata di proiezione del documentario *MEI [MEIG] la serata di proiezione del documentario *MEI [MEIG] la serata di proiezione del documentario *MEI [MEIG]

Quattro voci diverse da quattro paesi diversi: Tunisia, Argentina, Kurdistan, Marocco. E una quinta, che le raccoglie tutte e le "osserva" da una prospettiva unica. Voci di immigrazione da culture e paesi lontani, tutte legate da un'esigenza: la libertà di vivere la propria vita e comunicare le proprie idee, a costo di sradicarsi con dolore dalla terra di appartenenza. E con un secondo tratto comune: la scelta della Valtiberina come luogo dove ricominciare. Il vocabolario etimologico dice che il termine "immigrazione" proviene dalla radice *MEI [MEIG], cioè "scambio di doni", l'esatto contrario di quanto spesso pensiamo: "loro" non vengono a rubarci il lavoro. Né le donne. Né a imporci una religione diversa. Vengono a raccontarci storie di vite vissute intensamente. Le nostre lo sono altrettanto?
[F.Greco]


Federico Greco è regista di film, documentari e cortometraggi. Nel 1999 realizza "Stanley and Us", un documentario su Stanley Kubrick venduto in tutto il mondo. Il suo esordio cinematografico è del 2004 con "Il mistero di Lovecraft", un mockumentary horror in lingua inglese distribuito da Rarovideo, 01 e Paramount (Spagna). Dal 2001 ha realizzato diversi altri documentari - tra questi "Fuori fuoco" - e cortometraggi - "Liver" - presentati nei più prestigiosi festival internazionali. Ha lavorato come regista free lance anche per la RAI e SKY.
In Valtiberina ha realizzato il documentario "Piero della Francesca e il Polittico della Misericordia".

Il documentario *MEI [MEIG]
fa parte del progetto interculturale Vocimigranti




sabato 11 settembre ore 9,30
tavola rotonda
Campo alla Fiera

La memoria, le culture
tavola rotonda

presiede Anna Iuso, vice direttrice di Primapersona

intervengono

Andrea Ciantar, responsabile del progetto European Memories
Philippe Lejeune, esperto internazionale di autobiografia
Luca Novarino, responsabile del progetto La banca della memoria
Alessandro Triulzi, responsabile Archivio delle Memorie Migranti - Asinitas

la tavola rotonda sui linguaggi della memoria la tavola rotonda sui linguaggi della memoria

L'uscita del nuovo numero di Primapersona che si occupa di memoria, il progetto European memories che approda a Pieve Santo Stefano come ultima tappa di un percorso durato due anni, sono occasioni per un confronto sul tema della memoria e delle culture. La tavola rotonda, presieduta da Anna Iuso, esperta di archivi autobiografi europei e vice direttrice di Primapersona, ha presentato il semestrale dell'Archivio in una nuova veste curata dall'editore Forum di Udine.
Si è poi parlato dei modi classici in cui la memoria si manifesta ma anche delle nuove forme di raccolta di storie, con un significativo intervento sulle memorie dei nuovi migranti. Si sono confrontate le esperienze di lavoro in Italia e all'estero su analoghi temi.
Il dibattito nazionale e internazionale su memoria e culture ha visto protagonista sia il responsabile del progetto europeo, Andrea Ciantar, sia il massimo esperto di autobiografia del continente, Philippe Lejeune, sia Luca Novarino della Banca della Memoria di Torino che Alessandro Triulzi, dell'Archivio delle memorie migranti.



sabato 11 settembre ore 12,00
diari che diventano libri
Campo alla Fiera

Raccontare di lavoro
Storia di un metalmeccanico meridionale

presentazione del volume autobiografico di Giovanni Mandato

con
Alba Orti, Presidente Giuria Premio LiberEtà
Riccardo Terzi, Segretario nazionale Spi Cgil
Nicola Tranfaglia, Professore emerito dell’Università di Torino
coordina Daniela Brighigni



la presentazione del libro di Giovanni Mandato Alba Orti alla presentazione del volume di Giovanni Mandato


la copertina del volume     Aversa, in provincia di Caserta. Fine anni Cinquanta. Giovanni Mandato vive con la sua famiglia in un basso. Sua madre "era l'unica del vicolo che sapeva leggere e scrivere", suo padre è operaio alla Imam Aerfer di Napoli. Ma all'improvviso il padre muore e Giovanni, su proposta della Commissione interna della fabbrica, lo sostituisce e diventa operaio metalmeccanico a soli quindici anni. Inizia qui il lavoro in fabbrica, partendo da Aversa la mattina alle cinque e rientrando a casa la sera tardi. Una vita faticosa, molto faticosa: con la qualifica di "scaldachiodi" o' scaurachiovo, un lavoro in cui bisognava unire forza, tempismo e capacità. Col passare degli anni le mansioni di Giovanni si fanno più complesse e al tempo stesso cresce l'impegno nella Fiom Cgil per avere migliori salari, per avere sicurezza sul posto di lavoro, per conquistare maggiori diritti, visto che chi portava in fabbrica l'Unità era messo da parte e che i licenziamenti erano improvvisi e immotivati. Con gli occhi di Giovanni rivediamo la stagione entusiasmante tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando i consigli di fabbrica ottennero moltissimi miglioramenti sul posto di lavoro e il sindacato nel suo complesso divenne un protagonista della vita politica. Poi l'impegno contro il terrorismo, la mobilitazione per il rapimento di Aldo Moro, la lotta contro ogni forma di autoritarismo. Arrivato a trentatré anni di anzianità decide di andare in pensione, perché, dice, era giunto il momento di "svecchiare l'azienda, fare entrare nuove risorse umane, i giovani, dargli spazio". E comincia l'attuale fase della vita di Giovanni, nello Spi Cgil, a vivere nuove esperienze, nuovi protagonismi, nuove prospettive. Quanto al passato, Giovanni non solo non lo dimentica, ma afferma: "Se potessi rinascere, rifarei tutto quanto, dall'inizio alla fine!"
vedi la scheda

è intervenuto l'autore, vincitore del Premio LiberEtà 2009



sabato 11 settembre ore 15,00
diari che diventano libri
Logge del Grano

La scrittura di sé come cura
memorie del disagio

il libro Die Katastrophe. Diario di una mente inquieta (Terre di mezzo) di Sabrina Perla,
presentato da Duccio Demetrio, Anna Iuso
Andrea Tagliasacchi, Presidente Fondazione Mario Tobino



la presentazione del libro di Sabrina Perla la presentazione del libro di Sabrina Perla


la copertina del volume di Sabrina Perla     Giugno 2003 - giugno 2008. Cinque anni in cui succede di tutto. Sabrina, trentatreenne nata a Monaco di Baviera e cresciuta in un paesino della Calabria, si sente sola, incompresa, chiede aiuto ma non riceve risposte adeguate. È sicura che tutto il mondo le stia contro. Quando non riesce più a sostenere la pressione esplode: ferisce la sua psicoterapeuta e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario. Resistere in quel contesto è una prova durissima. Sabrina scrive per sfogarsi e per non perdere la memoria di quello che le sta capitando e di come ha fatto ad arrivare lì, tra quelle sbarre fisiche e mentali.
Die Katastrophe avvolge il lettore nelle sue spire aprendogli le porte di uno degli ospedali psichiatrici giudiziari più famosi d'Italia, quello di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, quello delle tante madri assassine.


Il diario di Sabina Perla, intitolato "Die Katastrophe" attraversa il mondo manicomiale con una forte tensione e lo descrive in maniera critica e assai vivace. Leggiamo finalmente uno sguardo dal di dentro sui manicomi italiani e sulla burocrazia statale della devianza e del disagio dopo la legge Basaglia. La storia di questa donna che vive con grande sofferenza la sua vita, senza sapere perché, trascinata di crisi in crisi senza che nessuno sappia intercettare il suo dolore, ha un valore esemplare per il nostro paese. Sono tremende e straordinarie le pagine dei suicidi mancati. Sabrina ha uno sguardo lucido sugli altri e su se stessa, una amarezza forse inguaribile, una rabbia che merita di essere letta e ascoltata.

[dalla motivazione della Giuria Nazionale]
vedi la scheda

è intervenuta l'autrice, vincitrice del Premio Pieve 2009



sabato 11 settembre dalle ore 16,30
merenda sul prato
Colledestro

Merenda sul prato
al suono della fisarmonica

a cura di Grazia Cappelletti e del Ristorante il Moro
alla fisarmonica Sofia Seoli

la merenda sul prato la merenda sul prato la merenda sul prato la merenda sul prato

la commissione di lettura incontra
i finalisti del Premio Pieve

con i finalisti
Fabio e Mauro Guindani per Sylvana Baragiola
Maddalena Treccani per Magda Ceccarelli De Grada
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Grazia Marchesini per Dario Poppi
Serenella Tartarini per Manilio Tartarini

Consegna dei Premi speciali ai diaristi

Premio speciale della Commissione di lettura
al diario di Maurizio Pincherle

Premio per il miglior manoscritto originale ex aequo a
Giorgio Bongiorno Sempre pazzo per te
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda Spero che noi saremo amici buoni



sabato 11 settembre ore 17,00
riunione della giuria nazionale
Il Ghiandaio

Riunione della Giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XXVI Premio Pieve

la giuria

Guido Barbieri
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Pietro Clemente
Gabriella D'Ina
Beppe Del Colle
Vittorio Dini
Antonio Gibelli
Lisa Ginzburg
Roberta Marchetti
Melania G. Mazzucco
Davide Musso
Maria Rita Parsi
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino (presidente)




sabato 12 settembre ore 18,30
european memories
Tempietto del Colledestro

Premiazione del concorso
Raccontare l'Europa


Francesco Florenzano, Angela Miniati, Andrea Ciantar e Marco Camaiti
incontrano i finalisti del concorso europeo
con Albano Bragagni
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico


un dettaglio della copertina del libro relativo al progetto

“Il progetto European Memories è lieto di invitare abitanti dell’Europa, di ogni età e origine culturale a partecipare alla II edizione del concorso ‘Raccontare l’Europa!’. Attraverso questa iniziativa vogliamo contribuire a rendere visibili le migliaia di esperienze e i mille volti che compongono la nostra Europa...”. Era questo l’incipit dell’annuncio con il quale il premio “Raccontare l’Europa!” invitava cittadini e abitanti dell’Europa a narrare le loro storie. A questa seconda edizione del concorso rispondono in molti: sono circa quattrocento le storie selezionate, prima a livello nazionale e poi affidate a una giuria europea composta da membri dei paesi partecipanti al progetto. La giuria ha scelto un vincitore per ciascuna delle tre aree tematiche inserite nel progetto, ma ha anche voluto sottolineare che ogni racconto rappresenta un contributo di conoscenza unico e importante. Oltre ai tre vincitori la giuria ha selezionato anche sette “premi speciali”, in quanto particolarmente significativi per le tematiche del premio. Per il tema “Percorsi attraverso l’Europa attraverso la diversità” è risultata vincitrice l’opera Nicht so Böse, di Leif Dræby. È il racconto di un viaggio fatto pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale da un ragazzo che insieme alla sua famiglia visita molti paesi europei teatro del conflitto. Non sapevo cosa quegli occhi avevano visto in tutto questo tempo. Ma all’improvviso mi resi conto che era stato in guerra, e che forse aveva perso la sua casa, forse la sua famiglia, di certo una gamba. A dispetto di ciò nei suoi occhi c’era solo amabilità quando mi ripeté con fare cordiale: Nicht so böse (non così cattivo…).

Per il tema “Esperienze di appartenenza all’Europa” è risultata vincitrice la narrazione A story of a life between two colours di Jose Prieto. La storia ci porta nella Spagna di Franco. Con un racconto familiare molto personale e suggestivo, la figlia Jose svela la vita dei suoi genitori, due persone di opposto credo politico, che nelle loro differenze, si innamorano e riescono a creare una famiglia. La loro vicenda ci ricorda che l’Europa della democrazia è frutto di lotte e conquiste passate, ma è anche forse - a suo modo - segno e metafora di una Europa “unita nella diversità”.

Per il tema “Un’altra Europa è possibile, work in progress” è risultata vincitrice la videonarrazione The darkness was gone di Nikolay Tsonev. Il video è la storia dell’elettrificazione di un piccolo villaggio in Bulgaria. Il racconto per immagini ci ricorda che i molti miglioramenti - non solo materiali - di cui beneficiamo oggi, sono il frutto di condivisione, di sforzi compiuti da generazioni precedenti; una storia che incoraggia a recuperare socialità e condivisione per il raggiungimento di un obiettivo comune.





sabato 12 settembre ore 21,30
il teatro della memoria
Campo alla Fiera

Del sesso della donna come campo di battaglia nella guerra in Bosnia
compagnia Teatro dell'Argine


uno spettacolo di Matéi Visniec
regia di Nicola Bonazzi
con Micaela Casalboni e Giulia Franzaresi

lo spettacolo Del sesso della donna lo spettacolo Del sesso della donna lo spettacolo Del sesso della donna lo spettacolo Del sesso della donna

Un titolo arduo ed enigmatico per una vicenda semplice ed emozionante, che ci riporta al cuore della nostra modernità lacerata. Due donne, Kate e Dorra, si confrontano sul tragico destino di sopraffazione toccato a quest’ultima. Lo scenario è quello della guerra nella ex Jugoslavia. Kate, una psicologa americana chiamata a sostenere i militari impegnati nella riapertura delle fosse comuni, si occupa ora di Dorra, una giovane donna che ha subito violenza in un’azione di rappresaglia. Nell’anodina tranquillità di una clinica svizzera, Dorra, dopo silenzi ostinati e furiosi, ripercorre le ragioni dell’odio secolare di cui è stata vittima, mentre Kate annota i progressi della sua condizione, integrandoli con osservazioni teoriche sulle pulsioni di aggressività verso la donna nelle guerre interetniche. Quando la volontà di annientamento di Dorra sembra prevalere, un evento inatteso riapre la porta alla speranza. Matéi Visniec, uno dei maggiori drammaturghi europei, rilegge la violenza delle guerre balcaniche alla luce di una sensibilità acuta e penetrante, alternando riflessione e rappresentazione, e delineando due indimenticabili figure di donna alle prese con un dramma irriducibile, in un teatro della parola che riesce a dare evidenza fisica al dolore e allo strazio di ogni guerra.

Matéi Visniec (Radauti, 1956) è considerato uno degli autori più significativi della drammaturgia europea contemporanea. La sua opera testimonia da subito una tensione ideale, una resistenza culturale e politica contro la manipolazione ideologica. Dal 1977 comincia a scrivere anche pièces teatrali, che circolano diffusamente nell’ambiente letterario rumeno, sebbene ne venga vietata la messa in scena. Nel 1987 abbandona la Romania per trasferirsi in Francia, dove chiede asilo politico. Da questo momento comincia a scrivere in francese e lavora come giornalista per “Radio France Internationale”. Visniec oggi è noto in numerosi Paesi, specialmente in Francia, dove sono stati pubblicati circa una ventina di suoi lavori. In Romania, dopo la caduta del regime comunista è diventato uno degli autori più celebri.




domenica 12 settembre ore 9,30
leggere e scrivere diari
Piazza Collegiata

La Commissione di lettura
incontra i diaristi della Lista d'onore


l'incontro della Lista d'onore l'incontro della Lista d'onore l'incontro della Lista d'onore l'incontro della Lista d'onore


Maria Caroccia
scelta da Valeria Landucci

Lucia Cosmetico
scelta da Riccardo Pieracci e Giada Poggini

Pietro David
scelto da Gabriella Giannini, Adriana Gigli e Vera Gustinelli

Giorgio De Marchi
scelto da Silvia Bragagni

Simona Giannangeli
scelta da Ivana Del Siena

Giovanna Palagi
scelta da Marco Camaiti e Patrizia Dindelli

Roberto Taurino
scelto da Natalia Cangi

Anna Ventura
scelta da Silvia Bertocci



coordina Natalia Cangi

interventi musicali Pieve Jazz Big Band

letture di Andrea Biagiotti, Grazia Cappelletti e Donatella Allegro


con i rappresentanti di
European memories


segue pranzo folcloristico a inviti
a cura del cuoco Alessio Cipriani





domenica 12 settembre ore 16,00
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini
Memorie in piazza Memorie in piazza Memorie in piazza Memorie in piazza



otto racconti autobiografici
manifestazione conclusiva
del 26° Premio Pieve

Guido Barbieri
incontra i finalisti 2010 e le loro storie

Fabio Guindani per Sylvana Baragiola
Maddalena Treccani per Magda Ceccarelli De Grada
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Grazia Marchesini per Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Serenella Tartarini per Manilio Tartarini


ospite d’onore Mario Dondero
che ha ricevuto il Premio Città del diario 2009

letture di
Mario Perrotta e Paola Roscioli
con le musiche dal vivo
di Enrico Arias e Maurizio Pellizzari

regia di Guido Barbieri

Mario Dondero Maurizio Pellizzari, Paola Roscioli e Mario Perrotta Saverio Tutino Guido Barbieri Memorie in piazza

l'intervista di Guido Barbieri a Mario Dondero
la lettura del brano del diario vincitore: Paola Roscioli e le pagine di Magda Ceccarelli De Grada


la manifestazione è stata trasmessa da Radiotre
lunedì 13 settembre alle ore 20,00




otto racconti autobiografici




Fabio Guindani Sylvana Baragiola    
"Retrovisione di una vita"
autobiografia 1928-1992
Il fallimento dell’Istituto Internazionale di Riva San Vitale, fondato dai Baragiola, intellettuali comaschi patrioti fuoriusciti nel 1848, è causa, dopo la Grande Guerra, della separazione della famiglia di Sylvana: il padre, a Losanna, dove muore improvvisamente qualche anno più tardi, la madre con le tre figlie ospitate dai nonni e dagli zii materni, proprietari di due alberghi lussuosi a Lugano. Sylvana, vive a contatto con l’alta borghesia svizzera ed europea, studia in Inghilterra e in Germania: A Stoccarda, nel raffinato ambiente di Rolf, cominciai a desiderare appassionatamente di entrare nel mondo dei privilegiati. Non che fino ad allora avessi dovuto far grandi rinunce: mia madre, poveretta, faceva acrobazie per pagarci gli studi e per vestirci decentemente. Privilegiata in un certo senso lo ero, di poter vivere in quel bell’albergo con una piscina ed un tennis a disposizione, servita, nutrita con cibi raffinati; sarei stata un’ingrata a lamentarmi. Ma era come... non so, come se vivessi da spettatrice, come qualcosa di provvisorio, ed inconsciamente sapevo che tutto sarebbe stato presto finito, che terminata la mia istruzione avrei dovuto rimboccare le maniche e lavorare. Dopo il diploma commerciale, vorrebbe iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico a Roma, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale non le permette di varcare il confine e di intraprendere la carriera da attrice. Ormai svanito questo sogno, Sylvana, pur essendo bella e corteggiata da molti spasimanti, accetta la proposta di matrimonio di un giovane borghese, lontano da quel mondo intellettuale e aristocratico tanto sospirato. Queste scelte, in parte obbligate dagli eventi e dalla famiglia, rappresentano una sorta di tradimento delle sue aspettative: fallita nell’arte, nell’amore, nel matrimonio. Non riuscii a diventare né una scrittrice, né un’attrice, né una moglie, né una donna di casa. L’unica cosa bella che seppi fare furono i miei figli. Attraverso la nascita e la crescita dei suoi tre figli, il difficile rapporto con la madre e con il marito, i lutti e i nuovi incontri, i piccoli incarichi alla Radio Svizzera Italiana e gli eventi di cronaca che colpiscono la sua famiglia, Sylvana ripercorre la storia della sua vita seguendo la traccia dei suoi diari, tra amori rimpianti e nuove illusioni, sempre sospesa tra una vita idilliaca e una reale, fatta di sacrifici e rinunce.
leggi l'inizio del testo



Maddalena Treccani Magda Ceccarelli De Grada
"Giornale del tempo di guerra"

diario 1940-1945
Magda nasce a San Gimignano da una famiglia di artigiani del ferro e, grazie a una grande determinazione che le fa affrontare molti sacrifici, riesce a compiere gli studi superiori. Dopo il matrimonio con il pittore Raffaele De Grada, dal quale ha due figli, si trasferisce prima a Zurigo, poi a Firenze e infine a Milano dove, durante la Seconda guerra mondiale, diviene una militante antifascista e partecipa come volontaria al movimento di liberazione. Una vita ad alti livelli tra frequentazioni di artisti di spessore, uomini di legge e letterati mandati al confino, esiliati, detenuti, deportati. Cinque anni di vita, a partire dall'entrata in guerra dell'Italia, confidati a preziosi quaderni, a volte stracciati e a volte nascosti, ben celati alla polizia segreta. Pagine di diario in cui si rivela nel ruolo di moglie rispettosa alle prese con i silenzi del marito, il suo estro di pittore emarginato dal regime, di madre orgogliosa tormentata per la sorte dei suoi figli: il figlio, membro attivo della resistenza, vive l'esperienza dell'arresto e della detenzione e la figlia Lidia, quella dell'esilio. Un periodo tormentato e appassionato, segnato da incombenze domestiche e da eventi bellici, da spostamenti e da bombardamenti. Lettrice attenta di eventi nazionali ed internazionali, è una testimone delle atrocità della guerra e, come tante altre donne, una delle protagoniste della resistenza civile e quotidiana: e ancora vite umane, colpevoli e innocenti, giovani vite, freschi volti di creature fatte per la gioia e l’amore, soccombono, cessa il battito dei loro polsi. Le braccia sono ancora calde dell’ultimo abbraccio, hanno lasciato gli aereoporti o gli scali di nottetempo, hanno forse lasciato qualche ora prima una donna. Hanno indossato il vestito che sarà forse l’ultimo. [...] Tutto questo non ha senso se non è per un fine ben alto e assoluto: la libertà vera dei popoli. Magda analizza con lucidità i segnali del cambiamento di una società che, dopo la caduta del fascismo, sta lentamente prendendo coscienza del valore della libertà e della democrazia. Il diario si conclude proprio il primo giorno di libertà: è finita. La casa si muove, la vecchia casa di via Omboni, gli assenti tornano nel pensiero, i morti son qui. È bello vivere e sopratutto aver vissuto così. Aver portato un piccolo contributo, un sacrificio di lacrime e d’azione. Aver aiutato a vincere. Essere stati nel vero. Sempre, senza confusioni, senza incertezze, senza pentimenti. Aver visto chiaramente la strada e averla seguita. Essere stati onesti nella nostra fede. Lascio che i ragazzi bivacchino e mi addormento. È la prima notte di pace.
leggi l'inizio del testo



Carlo Hendel Carlo Hendel
"Con gli alpini in Russia. Inverno 1942-1943"

diario-memoria
Il 14 ottobre del 1942 dalla piccola stazione di Cavalese in provincia di Trento, Carlo, è arruolato come ufficiale nella gloriosa “Tridentina”, sale sul treno che lo condurrà in Russia sul fronte del Don. Nelle lettere alla famiglia e all’amata, chiamata affettuosamente “Fiorellino”, fa intendere che la guerra sarà breve e che spera di tornare presto a casa per riabbracciarla. Nei primi giorni di novembre sono accampati a Podgornoje, accolti dai contadini con la massima cordialità: sono buona gente, ospitali e chiacchieroni. E una cosa che desta stupore in noi, è come sia diffuso lo studio delle lingue e delle scienze anche nelle case più povere, lui stesso cerca di studiare un po’ di russo per comunicare con loro. Della guerra pochi segni, solo neve e freddo con temperature che scendono anche 25° gradi sotto lo zero. Il 20 novembre viene spedito “in linea di combattimento” a trecento metri dal Don. Il fronte è calmo, solo qualche colpo di mortaio, i russi stanno in attesa.
Nel frattempo a Podgornoje scoppia una epidemia di bombardite! Tutti giorni i velivoli russi la tempestano di bombe. I russi attaccano con successo gli ungheresi a 50 km a sinistra degli italiani, mesi di assalti e di lutti, che il 18 gennaio del ‘43 culminano con il vero dramma umano: il ripiegamento e il peggior nemico, il gelo. Arriva l’ordine di prepararsi alla ritirata e di disfarsi dei bagagli e dei pezzi più pesanti. Inizia la tragica marcia verso Sud complicata dagli attacchi dei russi e dei partigiani: Italiani, tedeschi, ungheresi formavano una colonna interminabile in cui i reparti organici si perdevano continuamente. Si cominciavano a vedere i primi morti lungo il nostro cammino; buttati nella neve nelle posture più assurde, con braccia in alto, gambe che calciavano l’aria, occhi stravolti e il viso color cera. Ferite orribili, visceri e cervelli sugli abiti in disordine. E noi camminavamo pesantemente sulla neve alta, secca come la sabbia del deserto. Carlo, ferito a Nikolajewka, viene accolto su una slitta e, durante il viaggio, si ferma la notte in cerca di cibo e riparo nelle isbe dei contadini che offrono ospitalità mantenedosi all’erta per timore delle imboscate russe. Nel febbraio ‘43 il difficile rientro in Italia.
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Giorgio Marchiani e Zoltán Goda Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
"Spero che noi saremo amici buoni"

epistolario 1948-1998
Scusatemi se io vi molestassi con la mia lettera. Sono uno scolaro ungherese della VII classe di ginnasio. Studiando la lingua italiana vorrei d'iniziare una corrispondenza con uno scolaro italiano, con questa richiesta, inviata nel 1948 al preside di una scuola media di Firenze, ha inizio un epistolario e un'amicizia, che durerà tutta la vita, tra due giovani di paesi e culture diverse. All'appello di Zoltán, studente ungherese di diciassette anni, risponde Giorgio, geometra ventenne di Firenze. Giorgio con molto entusiasmo e con toni subito familiari inizia a scrivere in modo chiaro, per consentire al suo corrispondente di migliorare l'uso della lingua: mi devi permettere di indicarti, (ogni volta che scrivo), gli errori fatti nelle tue lettere. Una corrispondenza che accompagna nel periodo 1948-1998, la crescita dell'ingegner Goda e dell'architetto Marchiani.
Nelle lettere le velleità e i sogni della gioventù di due giovani universitari che descrivono i loro paesi usciti dalle rovine della guerra Al di sopra della politica, sugli odi, sulle fazioni, sui rancori, ancora nelle brutture di un dopoguerra terribile domini la pace, la serenità fra i popoli europei, l'amore alla nostra madre comune Europa, la volontà di collaborare lealmente, da veri fratelli, per la ricostruzione materiale e spirituale delle nostre patrie, ma anche le realizzazioni in ambito familiare e lavorativo della maturità, i rimpianti e il trascorrere del tempo, il vuoto del lutto, la fatica di continuare a vivere da un lato, la gioia di veder crescere i nipoti dall'altro. La corposità delle lettere si assottiglia negli anni bui vissuti dall'Ungheria, e riprende con vigore dal 1957. La possibilità del primo incontro arriva nel 1968, con una breve visita della famiglia di Zoltán nella città di Firenze. Nel tempo, pochi incontri di persona, tutti in Italia. Lontani geograficamente ma vicini spiritualmente, si incoraggiano nei momenti di gioia e si sostengono in quelli di forte dolore, lettere che si fanno sempre più profonde e personali e, per Giorgio, sempre più tristi e malinconiche dopo che, il 30 dicembre 1992, muore la moglie Clara, l’amore di una vita: le parole più belle, più sincere, più affettuose le ho ricevute da voi. Due esistenze raccontate in parallelo, a mille chilometri di distanza, che scorrono in simbiosi e si ritrovano ancora oggi, confortati dall'affetto di figli e nipoti e dal ricordo di un legame che rimarrà per entrambi eterno.
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Nicolino Marras Nicolino Marras
"Fuggire senza meta"

autobiografia 1938-2000
L’infanzia a Bulzi, un piccolo paese del sassarese, segnata dagli stenti e dal dolore legato alla prematura morte della giovane madre e della sorella maggiore, da un padre severo e oppressivo, troppo spesso ubriaco. Un’infanzia con pochi momenti felici e tanta solitudine. Appena diciottenne, decide di emigrare in Toscana, dove trova lavoro come bracciante. Nel 1959 parte per il servizio di leva prima a Falconara Marittima, in provincia di Ancona, poi a Ferrara, la sera prima della partenza si usava recarsi a salutare tutti parenti, il Prete e il Sindaco, questo si ripeteva ogni qualvolta che si veniva in permesso o in licenza. Dopo il congedo militare, il difficile rapporto con il padre, spinge Nicolino ad abbandonare nuovamente la Sardegna per una nuova meta: il Piemonte. Qui si impiega come turnista in un cementificio, e incontra Giuliana, una coetanea più giovane di quarantaquattro giorni, che sposa nel 1964 e dalla quale ha due figlie: ricordo quando mi recai per invitarla a ballare non so come avrò fatto nottarla in mezzo ad altre tante fanciulle, perché è piutosto minuta. Fin dal primo ballo si scambiò qualche parola. Ritornai a coinvolgerla a ballare, lei, acconsentiva con piacere, così si fece coppia fissa per l’intera serata. Mi colpì e venni attrato da questa fanciulla un po minuta, carina, dolce e nello stesso tempo un po delicata. La gioia di aver trovato nella famiglia della moglie e nelle figlie momenti di serenità, si alterna a un sempre più marcato disagio interiore, dovuto ai turni di lavoro e ai segni lasciati dall’infanzia, un disagio che lo porta a cambiare nuovamente occupazione: diventa collaboratore scolastico prima ad Alessandria poi, nel 1975, in provincia di Sassari, in Sardegna. Il ritorno nella sua terra d’origine lascia svanire le speranze di ritrovare la spensieratezza giovanile e di rinsaldare i legami con la comunità locale e, soprattutto, con il padre e con i fratelli. Nicolino diviene consapevole che le cose passate non ritornano, oppure, non si vivono come prima, ci sono stati dei distacchi, dei silenzi, si è diventati maturi con esperienze diverse, sono subbentrati altri tipi d’impegni e altri problemi. La ricerca di un equilibrio e della serenità lo porta a viaggiare ancora: lascia di nuovo la Sardegna, ritorna dopo alcuni anni fino a che decide di stabilirsi definitivamente in Piemonte alla ricerca della sua oasi di felicità.
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Grazia Marchesini Dario Poppi
"Il Ras del Monte Gialo"

diario 1941-1945
L'esperienza africana di un ceramista faentino nelle pagine di uno scanzonato e avventuroso diario. Anno 1941 Monte Gialo, Etiopia. Dario è l'intrepido direttore di una segheria legata all'impero. Quando da Asba Littorio i militari - ad eccezione del Commissario Civile - si ritirano, decide di restare da solo a presidiare la segheria organizzandone la difesa con armi e fortificazioni occasionali. Per ingraziarsi gli indigeni, diventa un “ricercato” guaritore di piaghe croniche due specialità mi han fatto molta reclame come medico: un disinfettante color rosso vivo, in soluzione, preparatomi dal medico di Asba e di cui ho fatta una buona scorta; il collirio e gli impacchi di acido borico agli occhi gonfi e chiusi. Nonostante la difficoltà di gestire gli ascari di colore dei battaglioni disciolti, non fugge, così come è inamovibile quando arriva il nuovo presidio di inglesi ed etiopi: Mah! Sento che la “Repubblica del Gialo” non avrà più vita lunga, tra inglesi ed abissini figurarsi se mi lasciano qui! Ma la bandiera è lì ancora ed io non la levo. Pende malinconicamente intrisa d’acqua sotto questa pioggia continua, sembra affranta per quanto ci sta succedendo. Del Gialo è proprietaria la giovane principessa Zannabec, cresciuta in esilio dagli inglesi, educata ad odiare gli italiani, e sposa per questioni di interesse politico, ad un Ministro del Negus; con lei Dario ha una romantica, ma troppo breve storia d'amore. Scoperto il legame svanisce ogni possibilità di controllare la segheria. Dopo trecento giorni di devastante solitudine, nel maggio del '42 viene portato nel campo di concentramento di Mandara in Somalia. Imbarcato per il Kenia, patisce il caldo e soffre il pessimo rancio prima di venire impiegato come prigioniero civile presso la Compagnia Italiana Trasporti Africa Orientale in qualità di verniciatore. Abile nella lavorazione della ceramica, impianta una fabbrica di manufatti con un socio disonesto e senza scrupoli che porta l'attività in rovina. Determinato ricomincia da zero. Con il nome d'arte di “Pippo Doria” entra nel mondo del teatro di prosa, nella compagnia di Nella Poli ma, in un momento di crisi del settore, si vede costretto a lasciare le scene. Poi, per acclamazione, il ritorno, nel varietà: Il pubblico che aveva trattenuto il respiro scatta in un poderoso applauso. La stampa dirà poi che ho fatta una morte da “attore consumato”. Anche Pina è stata consacrata “Ottima attrice” e che noi due insieme formiamo una coppia veramente artistica. Nel '45 abbandonate nuovamente le scene, si impegna nella produzione di ceramica, incaricato dal Ministro dell'industria e del commercio dell'Etiopia per conto dell'imperatore Hailé Selassié.
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Kemal Subasciaki in moto verso Garian Kemal Subasciaki
"Saponificio Gazzella"

autobiografia 1936-1998
Kemal nasce nel 1936 a Bengasi da madre italiana e da padre turco. Il nonno paterno Hassan Bey è un noto commerciante, che nel 1898, trasferisce la propria attività in Libia, all’epoca parte dell’Impero ottomano. Un’esistenza segnata dall’odio razziale e dal fanatismo religioso e politico, ma anche da difficoltà di inserimento che si fanno sentire sin dai primi anni di vita: con mio fratello avevamo cercato di integrarci, ma fin dai primi approcci [...], ci rendemmo conto che eravamo considerati degli ibridi indesiderati e non conoscendo le usanze locali e parlando poco l’arabo, non avevamo molto in comune da dividere. Kemal trascorre l’infazia in Etiopia, dove è testimone di eccidi e violenze da parte di bande di ladri, xenofobi locali, e dove riesce fortunosamente a sfuggire a un tentato rapimento. Nel 1946, tutti gli italiani e tutti coloro che hanno attività commerciali e rapporti con ditte italiane, ricevono l’ordine di espulsione dall’Etiopia e l’immediato sequestro dei beni, il padre di Kemal trasferisce la famiglia in Eritrea, e poi forzatamente a Tripoli, dopo un lungo e faticoso viaggio, pieno di imprevisti, a bordo di una Fiat Balilla del 1937. In Libia il padre riesce a impiantare una fabbrica di sapone, incurante delle difficoltà finanziarie, della burocrazia locale, delle calamità naturali e umane che si abbattono sul benessere portato alla sua famiglia dal saponificio. Per noi gli anni cinquanta furono anni di sacrifici e di scarse soddisfazioni, avendo dovuto ricominciare dall’anno zero, in un paese in cui ci sentivamo degli estranei. Kemal con caparbietà diventa egli stesso imprenditore, sfidando arretratezze culturali e politiche. Anni segnati dalla separazione dei genitori e dalla loro morte, dal voltafaccia del fratello minore, dal tradimento di pseudo-amici e pseudo-soci, e dalla sua tenacia nel tentare più volte di far decollare la sua impresa. Tre mesi dopo il completamento della nuova fabbrica, fu di prammatica la festa con gli amici per inaugurare l’apertura ufficiale del Saponificio Gazzella; il quinto dal nostro arrivo dall’Eritrea. Il matrimonio con Catherine e la nascita delle due figlie gli danno la convinzione di poter superare ogni difficoltà, il benessere raggiunto viene vanificato con la salita al potere di Gheddafi, con la depauperazione del paese in nome dell’uguaglianza sociale e con il fanatismo politico e religioso. Una nuova serie di difficoltà burocratiche, alle quali si aggiunge uno stato di salute precaria, fanno da preludio nel 1987, al definitivo abbandono del suolo africano. Dopo anni la resa, e il futuro in Scozia, inseme all’adorata famiglia.
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Serenella Tartarini Manilio Tartarini
"In bicicletta fino a fabro"

diario 1943-1944
Nell'ottobre del 1943, a Calcinaia, in provincia di Pisa, un segretario comunale vive nell'incertezza del domani e soffre la solitudine per la lontananza dell'adorata moglie Adriana e dei tre figli, affidati ai parenti, nella più sicura campagna umbra a Fabro: io mi sono dato alla lettura dei romanzi. Triste e ingenuo sollazzo di chi sa di essere condannato a morte ed attende il turno per la fucilazione. Il Paese è allo sbando, le truppe tedesche spargono il terrore ovunque e il piccolo centro toscano è invaso da soldati che saccheggiano le trattorie e le poche case rimaste in piedi dopo i bombardamenti. La popolazione soffre la fame e il lavoro di Manilio, vista la paralisi del settore amministrativo, è rivolto alla distribuzione dei viveri, spesso insufficienti per soddisfare le esigenze degli abitanti: la gente non ha torto a far risalire a me la responsabilità di questa criticissima situazione alimentare, perché sono sempre io alla ribalta. L'atteggiamento del Podestà, indifferente e insofferente alle lamentele dei cittadini, prepotente e autoritario nei confronti del personale comunale, fa crescere in Manilio il desiderio di ribellarsi e scappare. Nel diario annota anche i suoi pensieri di uomo onesto, le angherie dei fascisti della Repubblica di Salò, le pressioni ricevute affinchè si iscriva al nuovo partito repubblichino. In quei giorni arrivano le cartoline precetto. Con la scorta degli elenchi degli iscritti al vecchio ed al nuovo partito fascista è facile individuare coloro che non hanno chiesto l'iscrizione a quello repubblicano. Questi ultimi sono chiamati alle armi o vengono addirittura deportati in Germania. I casi sono semplicemente due: o suicidarsi o morire ammazzati; procedura diversa con lo stesso risultato. Io avevo fermamente deciso di non iscrivermi ad alcun partito. Con il passare del tempo aumentano le preoccupazioni per una guerra che non finisce, e per la sua sorte lavorativa. Il Partito crede di poter disporre a suo piacimento del Comune, degli impiegati e degli Amministratori. In un clima ostile riesce a ottenere giorni di permesso per un visita ai familiari, che raggiunge in bicicletta, poiché le strade e le ferrovie sono bombardate e impraticabili. Un trasferimento di sede lo attende al ritorno, mentre lo sbarco degli alleati e l'ingresso a Roma fanno ben sperare per la fine del conflitto
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premi speciali


Grazia Cappelletti presenta i premi speciali un momento della consegna dei premi speciali

Premio speciale “Giuseppe Bartolomei”
attribuito dalla Commissione di Lettura

Maurizio Pincherle
Il cuore taccia
nato a Pavia nel 1879, morto nel 1949
diario 1938-1948

Il 2 settembre del 1938, Maurizio Pincherle, ordinario di Clinica pediatrica all'Università di Bologna, inizia ad annotare in un diario gli avvenimenti della sua famiglia. Il figlio Leo, una delle menti migliori della Fisica del tempo, viene sospeso dall'insegnamento e di lì a poco lui stesso è espulso dall'Albo dei medici e costretto a lasciare la cattedra a seguito dell'entrata in vigore della legislazione antisemita per "la difesa della razza". Alla privazione di qualsiasi diritto civile, fa eco la minaccia di rappresaglie e la paura di essere deportati o trucidati. Nel settembre del '43, la famiglia Pincherle abbandona Bologna, inizia un periodo di fuga scandito dalla ricerca affannosa di rifugi che diventano sempre più precari, dal pericolo di girare con documenti falsi, dal timore delle spiate, dalla necessità di procurarsi adeguati mezzi di sostentamento, mentre il figlio Mario si unisce ai partigiani sui monti del Sassoferrato. Nell'agosto '45 il rientro a Bologna, ma dovrà attendere altri quattro mesi per essere riammesso alla professione medica, con un ruolo marginale in quella che era stata la sua clinica, privato dei suoi assistenti e della sua scuola.


Premio ex aequo per il miglior manoscritto originale
attribuito dall'Archivio Diaristico


Giorgio Bongiorno
Sempre pazzo per te
nato a Modica (Ragusa) nel 1897, morto nel 1971
epistolario-diario 1941-1945
L’amore del capitano Bongiorno per la moglie, la “diletta e adorata Iole”, emerge con intensità unica dalle lettere che le scrive da Bombay, dove è stato deportato in un campo di prigionia. Cinque anni di vita segnati dalle privazioni, dalla scarsità di notizie da casa e dalle continue richieste di rimpatrio, trovano sollievo nella scrittura: la domenica, con la puntualità che è la sola condizione per alleviare il dolore, Giorgio affida se stesso, con le preoccupazioni per Iole e i sette figli, le raccomandazioni, gli aggiornamenti sulla sua situazione, la rabbia per la lentezza del servizio postale e l’indifferenza delle istituzioni, a pagine che prendono e donano vita. Un calvario che si conclude alla fine del 1945, con il rientro a casa e la consapevolezza che il “Rinnovarsi è una necessità di vita”.

[donazione di Arturo Bongiorno]


Giorgio Marchiani e Zoltán Goda, già finalisti
Spero che noi saremo amici buoni
[donazione degli autori]


il comunicato della giuria
Dopo un'ampia discussione, che ha preso in esame gli otto testi inviati dalla Commissione di lettura, la Giuria Nazionale del Premio ha concentrato la propria attenzione sul diario di Magda Ceccarelli De Grada, Giornale del tempo di guerra, che percorre l'intero periodo della Seconda guerra mondiale, dal 1940 al 1945. Il diario possiede una spiccata qualità narrativa e riesce a delineare un ritratto personale della capitale lombarda e dell'Italia del tempo, dal punto di vista culturale e politico. L'Italia di quegli anni che versa in circostanze drammatiche ed è divisa tra opposte tendenze, tra chi difende il regime fascista e chi non lo accetta, emerge limpidamente e, nel diario, vengono messe in luce le grandi difficoltà e le costanti incertezze della vita quotidiana. C'è il punto di vista di una donna, moglie di un noto artista e intellettuale, inserita in un circolo ampio di intellettuali militanti comunisti e azionisti, che difende in maniera tenace le sue idee e le speranze di un'Italia democratica e migliore. La Giuria segnala inoltre la vicenda singolare e sfortunata di Kemal Subasciaki che ricostruisce nella sua memoria, intitolata Saponificio Gazzella, la storia della sua attività imprenditoriale, prima in Libia e poi in Eritrea tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta.


gli sponsor del Premio Pieve 2010



crediti


ARCHIVIO DIARISTICO

presidente
Albano Bragagni

vice presidente
Grazia Cappelletti

direttore culturale
Saverio Tutino

direttore scientifico
Camillo Brezzi

direttrice organizzativa
Natalia Cangi


26° PREMIO PIEVE

Giuria Nazionale
Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Cangi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Gabriella D'Ina, Vittorio Dini, Antonio Gibelli, Lisa Ginzburg, Roberta Marchetti, Melania G. Mazzucco, Davide Musso, Maria Rita Parsi, Nicola Tranfaglia, Saverio Tutino (presidente)

Commissione di Lettura
Silvia Bertocci, Silvia Bragagni, Marco Camaiti, Natalia Cangi (presidente), Ivana Del Siena, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Adriana Gigli, Vera Gustinelli, Valeria Landucci, Riccardo Pieracci, Giada Poggini

ufficio stampa
Antonella Brandizzi, Riccardo Pieracci

ospitalità
Anna Maria Leonardi, Giada Poggini

staff
Donatella Allegro, Agnese Andreini, Patrizia Baldini, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Marco Camaiti, Cristina Cangi, Natalia Cangi, Grazia Cappelletti, Romano Casini, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Michele Iannuzzi, Rosa Manfredi, Lisa Marri, Filippo Massi, Laura Mormii, Fabrizio Mugelli, Arman Palazzeschi, Stefan Schweitzer, Loretta Veri

un grazie a
Sara Bellucci, Giulia Bertelletti, Laura Caterbi, Sara Cipriani, Franco Cresti, Francesco Franceschetti, Stefania Galletti, Lodovico Lusini, Stefania Lusini, Francesca Manenti, Lorenza Simoncelli, Paolo Antonio Toci
le volontarie che hanno trascritto i diari
gli abitanti del Colledestro
le ragazze della merenda sul prato
gli autisti
gli operai del Comune di Pieve Santo Stefano
gli operai della Comunità Montana Valtiberina Toscana


hanno sostenuto il 26° Premio Pieve
Comune di Pieve Santo Stefano
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Regione Toscana
Provincia di Arezzo
Comunità Montana Valtiberina Toscana
Agenzia per il Turismo di Arezzo
Camera di Commercio di Arezzo
Bassilichi
Bassnet
Nemes
Fondazione Musei Senesi
Fondazione Mario Tobino
Radio 3
Spi-Cgil e LiberEtà
Comune di Arezzo
Centro Affari di Arezzo
Istituto Statale Istruzione superiore "Alberto Maria Camaiti"
Proloco Pieve
Circolo Tennis
Edilpieve
Associazione Micologica Bresadola
Boninsegni Srl
Vip Cars
Zanzibar
Associazione Promemoria
le donazioni di privati



i progetti inseriti nel Premio Pieve


EUROPEAN MEMORIES

European Memories è un progetto multilaterale che fa parte del programma LLP (Longlife Learning Program), realizzato dall’UNIEDA, Unione Italiana di Educazione degli Adulti.
Partner del progetto:
ADN - Archivio Diaristico Nazionale, Pieve Santo Stefano (Italia)
VIDA - Associação Valorização Intergeracional e Desenvolvimento Activo, Lourusa (Portogallo)
EIC - European Information Centre, Veliko Turnovo (Bulgaria)
DPU - Danmarks Pædagogisk Universitetsskole, Aarhus Universitet (Danimarca)
FDC - Fundació Privada Desenvolupament Comunitari (Spagna)
Sozial Label - Sozial.label e.v. (Germania)
Scopo del progetto è contribuire - attraverso le metodologie storiche e autobiografiche - allo sviluppo delle competenze sociali e civiche dei cittadini europei.

vai al sito del progetto European memories


VOCI MIGRANTI

Il progetto Voci migranti nasce come proposta interculturale di integrazione per i migranti che vivono in Valtiberina. Anziché considerare queste persone come anonima manodopera (nell’edilizia, nei lavori di cura che svolgono le badanti, nelle professioni più disparate, spesso umili, che sono costretti a fare), si pensano come narratori di storie, grazie anche al contesto in cui vivono, che ha una forte identificazione con la memoria e la narrazione di sé.

Voci migranti nasce da un corso di formazione per progettisti organizzato da Cesvot, Uncem e Comunità Montana Valtiberina Toscana. In modo molto concreto il corso si è concluso con veri e propri progetti da realizzare nel territorio. Il gruppo dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, insieme con il Gruppo Comunale Sansepolcro Altotevere Volontari di Protezione Civile, le associazioni biturgensi No-Mad e Metamultimedia, ha proposto la raccolta di memorie dei migranti attraverso le video interviste, un laboratorio teatrale, un documentario, un percorso fotografico, un blog. Il progetto “Voci migranti” è finanziato dal Cesvot e dalla Regione Toscana.
vai al blog del progetto Voci migranti

le foto del Premio Pieve sono di
Mario Boccia, Antonella Brandizzi, Luigi Burroni, Gianni Fontana, Michele Iannuzzi, Loretta Veri

contenuti web
Loretta Veri


ULTIMO AGGIORNAMENTO
15 gennaio 2011
www.archiviodiari.it/resoconto2010.html




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