http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2008
ventiquattresima edizione


 resoconto della manifestazione



un momento della manifestazione

un momento della manifestazione

ideali, utopie
Lavorando per anni all’interno di partiti che dicevano di lottare per la dignità della persona, avevo visto che in questo campo le delusioni superano di gran lunga i passi in avanti che si possono compiere nell’arco di una esistenza. Per la dignità della persona si può fare qualcosa di più partendo dall’interessamento per la persona singola. Chi cerca la scorciatoia politica, puntando sul riscatto rivoluzionario delle masse, finisce per tradire l’attesa dei singoli individui che costituiscono queste masse. Quando mi sono rivolto a persone sconosciute, chiedendo loro di consegnarmi ricordi scritti, per salvare queste testimonianze da una perdita sicura, ho avuto l’impressione di riscattare cinquant’anni di frustrazioni patite nella ricerca della stessa cosa per un’altra via, quella di un’”illusione”, sempre delusa da se stessa.

Saverio Tutino L’occhio del barracuda, Feltrinelli, 1995


Ideali coltivati e infranti, utopie rincorse. Temi che traversano molte delle storie protagoniste della ventiquattresima edizione del Premio Pieve – Banca Toscana. Incontri con autobiografie appassionate e diari insoliti. A novant’anni dalla fine della Prima guerra mondiale e a quarant’anni dal Sessantotto, le narrazioni che presentiamo quest’anno toccano gli eventi di queste due ricorrenze, dagli ideali patriottici e dai sogni pacifisti infranti sulle trincee della Grande Guerra, al fervore del maggio francese fotografato da Mario Dondero, fino alla guerra del Vietnam. Al di là delle due grandi ricorrenze, altri argomenti si rincorrono intorno al tema di ideali e utopie: la diletta patria di un garibaldino, il miraggio dell’emigrazione nei racconti teatrali di Mario Perrotta, i diritti del lavoro, dalle lotte per le riforme agrarie di fine Ottocento al precariato nei call center di oggi, l’attivismo politico, l’emancipazione femminile nelle immagini cinematografiche di Alina Marazzi.
Queste le storie protagoniste, che, insieme con i finalisti 2008 e gli altri diari arrivati al Premio Pieve, hanno trovato cittadinanza e convivono pacificamente nell’Archivio dei diari ideato da Saverio Tutino.




martedì 9 settembre ore 11,30
conferenza stampa
Firenze, Regione Toscana, Palazzo Strozzi Sacrati
Piazza del Duomo, 10


hanno partecipato

Lamberto Palazzeschi
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico

Paolo Cocchi
Assessore alla Cultura della Regione Toscana

Aldighiero Fini
Presidente della Banca Toscana
Sponsor del Premio Pieve

Camillo Brezzi
Direttore scientifico dell'Archivio diaristico

Emanuela Caroti
Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo

Fabrizio Raffaelli
Direttore Agenzia per il Turismo di Arezzo

Natalia Cangi
Presidente della Commissione di lettura


la copertina del volume     presentazione in anteprima del primo volume della collana
la banca della memoria
promossa da Banca Toscana e Archivio Diaristico
Diletta patria. Quaderni di una famiglia garibaldina
di Alceste e Augusto Trionfi
con un saggio introduttivo di Massimo Baioni
Edizioni Polistampa





da venerdì 12 settembre ore 18,00
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio

un particolare dell'esposizione di cristina cangi l'allestimento di cristina cangi il quaderno chiuso di bettina piccinelli un particolare dell'esposizione di cristina cangi

Esposizione dei manoscritti più preziosi inviati nel 2008

Autori Vari, Campo WWF
Wanda Affricano
Achille Astori
Lucindo Baroni
Egidio Cristofoletti
Wanda De Angelis
Mario Fargnoli
Pietro Galastri
Bortolo Galletto
Giuliano Lenci
Pietro Mencherini
Luigi Re
Anna Soprani
Alceste Trionfi
Walter Vincentelli

e del "Quaderno chiuso" di Bettina Piccinelli
premio per il miglior originale

per la durata della mostra
è stato esposto anche
il Lenzuolo di Clelia Marchi

allestimento a cura di Cristina Cangi



venerdì 12 settembre ore 18,30
sessantotto in prima persona
Teatro Comunale G. Papini

Quaranta anni fa
incontro con Mario Dondero e Marcello Flores


coordina Camillo Brezzi

un momento dell'incontro Mario Dondero Marcello Flores, Camillo Brezzi e Mario Dondero la firma del numero di Primapersona

Quaranta anni fa Mario Dondero era a Parigi a documentare il maggio francese con la sua macchina fotografica. Oggi le sue fotografie sono un reportage prezioso, con quel suo punto di vista dalla parte della gente. Ma lo sono anche i suoi racconti, perché Dondero è un narratore appassionante. Nel numero di Primapersona in uscita, la rivista dell’Archivio racconta il Sessantotto dal punto di vista autobiografico e ospita il reportage di Dondero. In occasione dei dieci anni di Primapersona, abbiamo voluto far incontrare a Pieve il fotografo e lo storico Marcello Flores, autore, insieme con Alberto De Bernardi, del volume “Il Sessantotto”.

Quaranta anni fa cinque giovanissime ragazze della provincia toscana che si facevano chiamare “Le Stars”, finiscono per sbaglio in Vietnam. Sono musiciste dal look beat fatto in casa. Firmano un contratto pensando di iniziare una tournée all’estero e si ritrovano in Vietnam, a suonare nelle basi americane in pieno conflitto. Due di loro, Daniela Santerini e Rossella Canaccini, tengono un diario parallelo che, in tempi diversi, finirà nell’Archivio di Pieve. Viviana Tacchella scrive lettere a casa. Il diario di Daniela (già edito da Giunti nella collana dell’Archivio) viene oggi riproposto in un volume dal titolo Cioioi ‘68, in Vietnam con l’orchestrina, curato da Ursula Galli, pubblicato dalle Edizioni Erasmo e integrato con gli scritti di Rossella e Viviana.       la copertina del volume

hanno partecipato Ursula Galli, curatrice del volume,
Laura Toni (Edizioni Erasmo)
e Daniela Santerini

Lamberto Palazzeschi, Daniela Santerini, Camillo Brezzi





venerdì 12 settembre ore 20,00
Logge del Grano
pause leggère
buffet a cura del Circolo Arci Bororo

di Pieve Santo Stefano

       il buffet del venerdì sera


venerdì 12 settembre ore 21,30
cinema e autobiografia
Teatro Comunale G. Papini

Vogliamo anche le rose
incontro con Alina Marazzi


coordina Andrea Franceschetti

la locandina del film       Alina Marazzi ha realizzato il suo film Vogliamo anche le rose partendo da tre diari femminili dell’Archivio di Pieve che ha adattato, insieme con Silvia Ballestra, trasformandoli nelle voci di Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti. I diari sono il filo conduttore della storia, e la storia è quella a cavallo degli anni Sessanta e Settanta dove si racconta dell’emancipazione femminile, delle lotte per il riconoscimento di diritti fondamentali, delle contestazioni, della libertà sessuale, della presa di coscienza della propria identità. Il film si avvale di immagini d’archivio, filmati d’epoca, animazione, miscelando molti ingredienti grazie al sapiente montaggio – altro vero protagonista del film – di Ilaria Fraioli. Prodotto da Mir Cinematografica, il film è stato presentato con grande successo al 60° Festival di Locarno e in numerosi altri contesti internazionali, ha vinto il premio come miglior documentario al Festival di Torino e ha ottenuno la candidatura ai David di Donatello. Ha circuitato nelle sale cinematografiche grazie alla distribuzione Mikado – caso piuttosto raro per un documentario – ed è adesso pubblicato da Feltrinelli in un cofanetto che contiene anche il libro dal titolo Le rose.
Lo proiettiamo al Premio Pieve come una sorta di ritorno al luogo di origine.

www.vogliamoanchelerose.it


l'Agenzia per il Turismo di Arezzo
assegna il riconoscimento
Benvenuta in Toscana
ad Alina Marazzi
leggi la motivazione


sono intervenute Ilaria Fraioli, curatrice del montaggio e
Gaia Giani (Mir cinematografica)

Alina Marazzi Andrea Franceschetti con Alina Marazzi Alina Marazzi




sabato 13 settembre ore 10,30
memorie del lavoro
Teatro Comunale G. Papini

Un secolo di lotte
Pietro Clemente e Lucia Motti

presentano le memorie di Antonio Specchio,
Premio LiberEtà 2007

la copertina del volume       I primi cinquant’anni del Novecento sono lo sfondo di questa autobiografia, ambientata nelle campagne pugliesi dove la povertà è il segno dominante. Le prime leghe dei contadini, le riunioni, le discussioni fatte da soggetti di grande moralità e coraggio, giacché «a temere questa forza erano il prete e il padrone», che reagirono in maniera durissima, in stretta alleanza con lo Stato borghese e monarchico. Seguono gli anni terribili della prima guerra mondiale - «si gridava: Abbasso i guerrafondai… la guerra è dannosa per noi lavoratori! » e quelli gloriosi delle lotte per le riforme agrarie tra il 1919 e il 1920, brutalmente represse dal fascismo (memorabile è la descrizione dell’uccisione del giovane Ferruccio Barletta, linciato dalla folla aizzata da un ufficiale dell’esercito) che vince grazie alla violenza e alla corruzione delle classi dominanti. Il racconto ha il suo centro nella manifestazione avvenuta nella città di Minervino per resistere alle violenze fasciste e che sfociò in alcuni episodi di devastazione e sciacallaggio. Antonio Specchio, coinvolto suo malgrado, per questo fatto viene condannato a 29 anni di carcere (cinque condonati perché medaglia d’argento al valor militare). Nonostante il carcere la militanza resta forte e le idee non vengono sconfitte con la repressione. “3048” è il numero della matricola data a Specchio nel carcere di San Gimignano, sua prima destinazione dopo il processo.


interventi di Claudia Di Marzo, nipote dell'autore, e di
Mara Nardini, Segretaria nazionale dello SPI-CGIL

è seguita la proiezione del documentario di Rai Educational prodotto da Giovanni Minoli per “La storia siamo noi” sulle memorie del lavoro. Il documentario, realizzato da Andrea Bevilacqua e Cristina De Ritis è il risultato della ricerca sui diari dell’Archivio di Pieve ed ha per protagonista Ascanio Celestini.




sabato 13 settembre ore 15,00
dalle trincee della grande guerra
Piazza Santo Stefano

l'incontro sulla grande guerra Antonio Gibelli e Mario Perrotta Antonio Gibelli Mario Perrotta

A poca distanza dal nemico
l’epistolario di Sisto Monti Buzzetti, vincitore del Premio Pieve – Banca Toscana 2007,
e il diario di Giuseppe Manetti raccontati da Antonio Gibelli
letture di Mario Perrotta



Scusate la calligrafia. Lettere dal fronte
di Sisto Monti Buzzetti
Terre di Mezzo

la copertina del volume     Trecento lettere e cartoline che un giovane ufficiale di fanteria di stanza nella zona compresa tra il passo Rolle e la Val Cordevole, scrive alla famiglia dal fronte. Senza mai abbandonarsi alla disperazione o al lamento - anche se "i nostri occhi hanno perduto le lacrime" - Sisto si rivolge ai suoi cari con ironia, rassicurandoli sempre sulla sua salute ottima, sulla grande capacità di adattamento. I combattimenti si intensificano, i nemici attaccano e la sua sorte è segnata, ma lui non teme per la sua vita ed è sicuro di tornare a casa. "La mia fiducia nella protezione di Dio non ha confine ed ogni giorno si rafforza alla prova. È vero che abbiamo dato delle buone scoppole all'esercito nemico. Ho assistito a delle carneficine, a delle stragi, che a me ormai abituato alla guerra, pur hanno fatto orrore". Sino all'ultimo trasmette speranza.
L'8 giugno scrive: "sto molto scomodo; vi scrivo su di una tavoletta appoggiata sulle ginocchia. Baci". Morirà il giorno dopo, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, colpito dalla scheggia di una bomba austriaca.

prefazione di Antonio Gibelli


Maledetta guerra
di Giuseppe Manetti
Pagnini Editore

la copertina del volume
    Un contadino toscano è richiamato sotto le armi a trentadue anni durante la Grande Guerra. Costretto a lasciare il lavoro e la moglie incinta, da autodidatta, affida a due piccoli quaderni la testimonianza di sedici mesi, dal 1917 al 1918, prima di addestramento a Modena, poi di guerra, ma soprattutto di grande nostalgia per la moglie e di tenerezza per la figlia che non ha visto nascere. Pensando a una sua probabile morte scrive: "mia cara moglie, quando ti giungerà questo libriccino, io sarò belle estinto io capisco quale effetto ti farà ma io ò pensato di far così in modo che tu non stia qualche mese senza sapere ciò che mi e accaduto". La sua ostilità verso la guerra è un aspetto costante delle sue riflessioni, "come se li omini fossero bestie ferocie, quello che penso entro di me e questo, me, mi uccideranno ma io non potrò avere il coraggio di uccidere un altro per quanto i nostri superiori ci dichino che sono nemici i governi ma no io che non li conosco neppure". Commenta continuamente la distruzione che la maledetta guerra porta con sé: "quanto siamo in civili!", fino al racconto drammatico durante la ritirata di Caporetto.

prefazione di Antonio Gibelli


sono intervenuti Sisto Pacetti e Cristina Chierchini, nipoti degli autori




sabato 13 settembre dalle ore 17,00
merenda campagnola
Asilo Umberto I

a cura di Grazia Cappelletti

Grazia Cappelletti la merenda la fisarmonica di sofia merenda campagnola





sabato 13 settembre ore 17,00
riunione della giuria nazionale
Il Ghiandaio

la riunione della giuria nazionale, 2008

Riunione della Giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XXIV Premio Pieve – Banca Toscana

la giuria
Guido Barbieri
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Pietro Clemente
Beppe Del Colle
Vittorio Dini
Antonio Gibelli
Lisa Ginzburg
Roberta Marchetti
Melania G. Mazzucco
Davide Musso
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino




sabato 13 settembre ore 21,30
il teatro della memoria
Teatro Comunale G. Papini

lo spettacolo di Mario Perrotta Mario Perrotta a Pieve in Italiani cincali Mario Perrotta a Pieve in Italiani cincali Mario Perrotta a Pieve in Italiani cincali


Compagnia del Teatro dell'Argine
Italiani cìncali

di Nicola Bonazzi e Mario Perrotta
interpretato e diretto da Mario Perrotta

voci amichevolmente registrate da
Peppe Barra, Ferdinando Bruni, Ascanio Celestini,
Laura Curino, Elio De Capitani

Cìncali cioè: zingari! Così credevano di essere chiamati gli italiani emigrati in Svizzera; pare, invece, che fosse una storpiatura di cinq, “cinque” nel linguaggio degli emigranti padani che giocavano a morra – …sì, ma voleva dire anche zingaro! – Quasi un anno di testimonianze, un anno di memorie rispolverate a fatica. Ho preso la macchina e ho girato senza un luogo preciso dove andare, eppure il Sud è tutto uguale, non hai bisogno di sapere dove qualcuno ha preso le valigie ed è partito: basta entrare in un bar, un bar della provincia e chiedere. La risposta è sempre la stessa: – qui tutti siamo emigrati…me lo racconta? – Si fanno pregare, un attimo soltanto, poi partono con la loro storia, infinita, che reclama ascolto. Anche il Sud è infinito. Me lo insegna la mia macchina che mi porta di paese in paese, sempre per caso, e s'inerpica tra i paesi montani del nord-est produttivo ed è ancora Sud. Sì! Per i Belgi, gli Svizzeri, i Tedeschi che chiedevano braccia dopo la seconda guerra mondiale, Sud era la Puglia, la Sicilia, la Calabria e Sud era il Veneto, il Friuli: - siamo emigrati tutti qui …- Quattro parole, sempre le stesse.
- Sì, sì… io ci ero amico con quelli del Sud, ma noi veneti ci trattavano meglio di loro, all'estero…- e giù così fino a Lecce confine ultimo ad est, che non ha un Sud, e allora il cerchio si chiude: - noi leccesi lavoravamo meglio e di più di quelli del nord… perciò eravamo rispettati…- Non è vero purtroppo, né per gli uni né per gli altri, ma ognuno ha bisogno di un proprio Sud.
Negli archivi pubblici e privati trovo lettere, diari salvati per miracolo ma loro non hanno più nulla, - ho bruciato tutto…- mi confessa qualcuno – meglio dimenticare...- Meglio dimenticare.
Non la penso esattamente così ma accetto la loro posizione di esuli perenni, di zingari della memoria, senza una terra da chiamare “casa”: - stavo meglio al Belgio… – mi dicono in Italia. - Qui si sta bene, ma il paese è il paese…– mi dice chi è rimasto fuori. Non è vero purtroppo, loro una “casa” non l'hanno più. Alcuni mi indicano qualcun'altro come se fosse la loro “casa” -… chiedi a lui, a lui! Lui conosce tutte le nostre storie…-.
- Per trent'anni ho letto e scritto tutte le lettere di questo paese. Qui erano tutti analfabeti! - Un postino. Il postino. Due, tre, quattro postini e anche loro sono tutti uguali, come il Sud. Sapevano tutti leggere e scrivere. Li ascolto e scopro in loro la coscienza involontaria di un'intera comunità. Il postino ha molto da dire, ricorda tutto perché la sua era una missione, lui era il ponte con il mondo, lui ha viaggiato più di tutti senza aver mai lasciato il paese: il postino sì che ha memoria!
E la memoria è importante, perché -…ne abbiamo sempre meno…
- perché -…qualcuno l'avrà pure permesso quel boom economico…
- perché -…l'Italia girava in Cinquecento e noi dormivano in otto in una stanza…
- perché -…siamo stati venduti dallo Stato per un sacco di carbone…
- perché -…mi vergogno di raccontare a mio figlio quello che siamo stati e come ci hanno trattati… -
Il postino, lui sa tutte queste storie… sì, ma come metterle in scena? Forse partirò da qui…
(Luce. In scena c'è un postino. Racconta)




domenica 14 settembre ore 9,30
leggere e scrivere diari
Piazza Santo Stefano

Andrea Biagiotti Andrea Franceschetti presenta l'incontro Grazia Cappelletti la Pieve Jazz


La Commissione di lettura
incontra i diaristi della Lista d'onore



Valeria Bivona
scelta da Adriana Gigli

Carlo Brocca
scelto da Marco Camaiti

Lorenzo Cattani
scelto da Vera Gustinelli

Angelo Daniele
scelto da Antonella Brandizzi

Juan Antonio Flores Zavalaga
scelto da Patrizia Dindelli

Renato Fucini
scelto da Gabriella Giannini

Luca Latini
scelto da Ivana Del Siena

Mercede Oberti
scelta da Giada Poggini

Consuelo Pintus
scelta da Silvia Bragagni

Antonietta Sammartano
scelta da Silvia Bertocci

Giorgio Simoncini
scelto da Riccardo Pieracci

Alfredo José Uccelli
scelto da Valeria Landucci

Enrica Vitale
scelta da Natalia Cangi


coordina Andrea Franceschetti

interventi musicali Pieve Jazz

letture di Andrea Biagiotti e Grazia Cappelletti




domenica 14 settembre ore 11,30
diari che diventano libri
Piazza Santo Stefano

un momento dell'incontro
       Vivere di utopia
Camillo Brezzi presenta
le memorie di Paola Oliva Bertelli,
finalista al Premio Pieve 2006



Praga, radio clandestina
di Paola Oliva Bertelli
Terre di Mezzo

È il 1947 e Paola ha solo 15 anni quando Palmiro Togliatti le consegna la tessera del Partito comunista italiano. Da quel momento il Pci diventa il perno della sua vita. Nel 1953 l’autrice espatria clandestinamente: va a Praga per lavorare alla radio del Partito. Solo da oltre cortina la voce del comunismo riesce a rompere la censura dell’Italia del dopoguerra. Poi è la volta di Bucarest, da dove viene espulsa per attività antigovernativa. Al ritorno nel nostro Paese, dopo sette anni di lontananza, inizia a occuparsi di ricerca sociale, senza tralasciare l’impegno politico. La vita privata dell’autrice, con i suoi amori e tradimenti, le sue passioni e la militanza, si intreccia con settant’anni di storia contemporanea vista attraverso gli occhi di chi ancora crede che la politica possa cambiare la società: “Ma io sono felicemente vissuta di utopia. Per tutta la vita”.


prefazione di Nicola Tranfaglia
    la copertina del volume



Mirella Cherchi con Ombretta Pellegrini
       Consegna del Premio speciale della
Commissione di lettura “Giuseppe Bartolomei”
alle lettere di Sisto Cherchi
scritte a Ombretta Pellegrini





segue pranzo folcloristico a inviti a cura del cuoco
Alessio Cipriani





domenica 14 settembre ore 16,30
memorie in piazza
Piazza Santo Stefano

un momento della premiazione un momento della premiazione un momento della premiazione un momento della premiazione

otto racconti autobiografici
manifestazione conclusiva
del Premio Pieve – Banca Toscana


Guido Barbieri e Natalia Cangi
incontrano i finalisti 2008

sul palco:
Cristina Bernhard
Giovannangelo di Pompeo per Corrado Di Pompeo
Myriam Colautti per Leo Ferlan
Vincenzo Galardo
Francesca Mengoni
Francesca De Sanctis per Luigi Re
Anna Soprani
Fabrizio Zettera per Armando Viselli


ospite d’onore Mario Perrotta che riceve
da Saverio Tutino il premio
Città del diario 2008

letture di
Mario Perrotta e Paola Roscioli

intervento iniziale di
Ginetta Fino




Paola Roscioli Guido Barbieri presenta il Premio Pieve Ginetta Fino Natalia Cangi intervista i finalisti Mario Perrotta

la manifestazione è stata trasmessa da Radiotre
lunedì 15 settembre alle ore 20,00






otto racconti autobiografici



il logo della manifestazione 2008




Cristina Bernhard con Guido Barbieri Cristina Bernhard    
"Non voglio dimenticare"
autobiografia 1939-1961
L’infanzia da fiaba negli anni Quaranta in uno scenario altoatesino incorniciato da monti, è bruscamente interrotta dalla morte della madre, che lascia Cristina, a cinque anni, maggiore di quattro fratelli. Il padre si risposa, ma la donna che sceglie per accudire i suoi figli si rivelerà inadeguata a causa di un disagio psicologico che la porta a rivalersi sui piccoli: “era lunatica, sempre arrabbiata, sottoponeva noi bambini ad angherie di ogni genere”. Cristina si occupa anche di una nuova sorellina, nata da questa unione: “non si curava di loro, ero io la loro mamma, li pulivo, li lavavo li davo da mangiare e li coccolavo il poco tempo che avanzavo tra scuola e lavoro”. L’inverno è lungo e rigido tra quelle montagne, e mentre il padre lavora, i castighi inflitti sono tanti: “Mi domandavo spesso, ma perché è così cattiva che facevo di tutto per non farla arrabbiare”. Un nuovo dolore è causato dalla morte prematura della sorella: “una volta il mal di pancia non veniva seguito, si dava una tisana di camomilla e a letto. Quando hanno chiamato il dottore era troppo tardi”. La matrigna rovina anche i giorni di festa: “Il mio pranzo della Prima Comunione era polenta e latte e lacrimucce che scendevano sulle guance e tanta nostalgia di mamma”. A soli sei anni aiuta il padre nel lavoro dei campi e sopporta la fatica con piacere per stare lontana da casa e a contatto con la natura. Anni di sacrifici e ostilità che affronta sorretta dalla fede: “affidavo le mie pene alla madonna pregandola di dare un cuore più buono alla matrigna, anche di farmi ‘morire’, ma non mi ha mai ascoltato, mi ha dato la forza di lottare, di perdonare, di guardare avanti, di camminare coi piedi per terra”. Adolescente va a lavorare a Merano, come aiuto cameriera in una clinica, ma si licenzia dopo poco tempo a causa delle umiliazioni da parte dei superiori: trova altri lavori stagionali, anche in Germania, che la rendono indipendente. Poi finalmente conosce l’uomo che la sposerà, riconsegnandole la serenità perduta.
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Giovannangelo Di Pompeo Corrado Di Pompeo    
"Alla mia dolce Antonietta"

diario 1943-1944
Ottobre 1943: al settimo piano di un condominio romano vicino alla stazione Tuscolana vive come un recluso Corrado, impiegato del Ministero delle Corporazioni. È lontano dalla moglie e dai due figli piccoli, rifugiati da parenti nelle campagne vicino Campobasso, aldilà di quella linea militare che passa per Cassino, dove sono attestati i tedeschi e dove gli anglo-americani stentano a piegare le loro resistenza. Oppresso dal forzato distacco e dalla solitudine, decide di affidare a un diario le paure e le speranze di rivedere la famiglia. “È da vari giorni che ho questa idea per la testa: scrivere per te, mia adorata Antonietta, una paginetta al giorno per fermare in essa, almeno parte dei tanti pensieri che durante la giornata si accavallano nel mio cervello ormai spremuto invano per la ricerca di un mezzo per raggiungerti, per rivederti con i miei figli.” Per lunghi mesi non potranno comunicare, la mancanza di notizie diventa angosciosa, cresce la paura che qualcosa di irrimediabile possa succedere da un momento all’altro, sono frequenti le voci di bombardamenti in Abruzzo: “voglio sperare che nessuno di voi sia stato colpito, ma chi mi dice che voi in quel momento eravate in campagna o comunque lontani?”. Aumentano i disagi, in città mancano i generi di prima necessità, ci si affida alla borsa nera, i tedeschi saccheggiano le case, si spera nell’avanzata degli inglesi, e le notizie non sono confortanti: “il bollettino tedesco parla di attacchi e di contrattacchi senza accennare a loro ritirate”. Come dipendente statale continua a essere dispensato dalla chiamata alle armi. Dopo la notizia dello sbarco degli anglo-americani ad Anzio ricomincia a sperare di rivedere la famiglia: la liberazione però è ancora lontana. Tra le notizie che riporta, quella delle retate di civili poi uccisi alle Fosse Ardeatine: “Anche il nostro portiere è stato preso. Non si conosce quale è lo scopo, ma certo niente di buono”. I bombardamenti colpiscono Roma e le zone circostanti, uscire diventa impossibile, si attendono novità da un momento all’altro. Le memorie si concludono dopo la liberazione della città, nel giugno 1944: “Ora ti bacio teneramente con i miei piccoli e farò tutto il possibile per ottenere presto il permesso che mi darà via libera per venirti ad abbracciare”.
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Myriam Colautti Leo Ferlan    
"Miriam mia"

epistolario 1952-1955
Le lettere inviate negli anni Cinquanta da un giovane studioso, originario di Idria, oggi città della Slovenia, lasciano la traccia di un percorso di vita, di studi e di lavoro di una personalità forte e sensibile. Leo coltiva una passione verso l’osservazione naturalistica, che approfondisce con studi da autodidatta poiché le condizioni della famiglia non gli permettono di pagarsi l’Università. Nonostante ciò, si introduce nell’ambiente di ricerca e, grazie alla sua mente brillante, viene invitato a unirsi ad un equipe di studiosi in Algeria. Inizia una corrispondenza con Miriam, una giovane in cerca di lavoro alla quale Leo risponde con una gentilezza iniziale che si trasformerà ben presto in un’assidua confidenza. “La solitudine è divina, ma rimbambisce spaventosamente. Fa bene parlare a qualcuno, talvolta, e fa pure bene ascoltare. (…) Non crede che dovremmo lasciar in banda il “Lei”, untuoso e in un certo modo prammatico, e passare al “tu” come fanno i buoni amici?”. Il dialogo epistolare cresce di giorno in giorno, Leo si confronta con Miriam, si confida, scambia consigli, le racconta del suo amore per la natura, le fa scoprire la sua indole curiosa e pacata: “Io mi sento bene ovunque; quasi, non sono mai “lontano” poiché non riesco a trovare un punto di riferimento”. Riescono a incontrarsi durante un breve soggiorno in Italia, nasce un sentimento, cambia il tono della scrittura, i pensieri diventano sempre più profondi e Leo condivide con la sua Miriam, noia, attesa, confusione, gioia, dolore, poesia: “Ho bisogno di te, Miriam, come d’un veleno buono, dolce, cui vada assuefacendomi; un veleno di cui hai sempre più bisogno, a dosi sempre più grandi, senza che faccia male”. Costretto a rimpatriare a causa del ridimensionamento del personale in Nordafrica nel 1954, si pone il problema di una nuova occupazione: nonostante numerose pubblicazioni gli manca un titolo di studio regolare. Si trasferisce a Bergamo presso una stazione sperimentale. Sempre lontano dall’amata, che nel frattempo diventa sua moglie, Leo è deluso dal nuovo ambiente: “un mondo chiuso che non s’affaccia su niente, che passa e si consuma in se medesimo”. Affianca i lavori di ricerca del direttore e degli sperimentatori, continua i suoi studi, ormai in grado di conseguire un titolo ufficiale. Il destino non lo permette: la diagnosi di un male precoce lo conduce a morte prematura.
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Vincenzo Galardo Vincenzo Galardo    
"By the ionian trip"

memoria 2005-2006
Vincenzo è un giovane calabrese che, dopo anni di lavori ed esperienze all’estero, decide di tornare a vivere nella sua terra dove pensa di costruirsi un futuro insieme con Stefania, la sua compagna. L’occasione è quella di un finanziamento pubblico per il progetto di un laboratorio di oggetti in ceramica: “Adesso la nostra scommessa era farcela qui, nella nostra terra, e da esseri veramente cocciuti, come solo i calabresi sanno essere, volevamo provarci”. La ricerca dell’alloggio è la prima difficoltà. Si sistemano in un vecchio casolare di Castelsilano dove iniziano a produrre le loro opere: “bisognava muoversi, in quel paese sembrava avessero bisogno di tutto tranne che di ceramica”. In seguito agli ostacoli burocratici, alla difficoltà di piazzare la merce, alla fuga del fornitore, e allo scontro con una mentalità chiusa, sono costretti, con amarezza, a chiudere l’attività: “Sei sempre solo comunque, quando vedi andare le cose in un certo modo e come queste vengono accettate dalla maggioranza per scontate e con indifferenza, nella vita di tutti i giorni”. Le delusioni continuano, soprattutto nella ricerca di un posto di lavoro, in una terra afflitta dalla piaga endemica della disoccupazione: ogni tanto, sfiduciato, risale la penisola per alcuni colloqui. Vicino a casa si apre una nuova prospettiva in un call center. Dopo mesi di attesa viene chiamato per iniziare un corso di formazione, indirizzato all’assunzione nell’azienda: “Davanti all’entrata trovai emozionati gruppi di ragazze e ragazzi, che discutevano, come il primo giorno di scuola, su quello che sarebbe potuto accadere, pieni di speranze di emancipazione”. Deve occuparsi, per conto dell’Alcatel, di gestire le pratiche di furto e smarrimento dei telefoni cellulari denunciati dai clienti. I ragazzi assunti lavorano a turni, sono pagati a percentuale e pochissimo, ma per molti di loro ci sono poche alternative, se non emigrare: “In un territorio dove il lavoro veniva vissuto come un privilegio, c’erano persone disposte a fare qualsiasi cosa, pur di lavorare; sottopagate o in nero, interessava poco, l’importante era farcela; davvero contavano poco i diritti di tutti”. Stanco di essere sfruttato, amareggiato da una realtà rassegnata e passiva, decide di lasciare, in attesa di un’occasione migliore.
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Francesca Mengoni Francesca Mengoni    
"Luna africana"

memoria 1996
Per mettere alla prova se stessa una ventenne umbra lascia la rassicurante provincia italiana e trascorre tre mesi in Sudafrica: “ero così tremendamente legata alla mia casa, al mio paese, al mio territorio, che non riuscivo a percepire minimamente cosa ci fosse al di là ed ero stupita e meravigliata di tutto. Intraprendo questo viaggio per dare un nuovo percorso alla mia vita. Voglio valutare addirittura la possibilità di trasferirmi in Sudafrica, voglio che apra nuove porte alla mia anima, voglio comprendere qual è il mio vero ruolo su questa terra”. L’impatto con la nuova realtà inizia da Città del Capo e non è incoraggiante: “Chilometri e chilometri di abitazioni sprovviste di acqua, luce e gas”. Il viaggio diventa anche occasione per indagare il rapporto con la sua compagna Sandy, una sudafricana bianca piuttosto autoritaria della quale Francesca subisce il fascino: “mi sto affidando completamente a lei”. Le impressioni sul territorio cambiano, lasciando il posto all’osservazione della bellezza e dei colori del luogo: “Disegni, simboli, colori che si incontrano, altri che si azzuffano e si amplificano in onde di luce, tanti oggetti carichi di significati sconosciuti”. Incuriosita dal frequente ricorso degli abitanti alla pratica delle medicine alternative, quali la sciamanica, considerata magica, Francesca si interressa di tutto e, dopo aver conosciuto la madre e le amiche di Sandy, prosegue con la compagna in autostop verso il Transkey, una regione che durante l’apartheid era destinata agli africani, di economia prevalentemente rurale, considerata pericolosa. A Port Elisabeth incontrano Rose, un’attivista nella lotta contro la discriminazione: “mi sento una ragazzina viziata e ignorante, un po’ incuriosita e timida”, che consiglia loro prudenza nell’attraversare quel territorio. Sfuggono a un’aggressione da parte di tre uomini che le rapinano: “Sono ad un punto cruciale della faccenda e devo inventarmi qualcosa per salvarmi, l’ambiguità del mio maschile/femminile riesce a trattenere il dilagare della loro prepotenza”. I ladri vengono catturati e picchiati prima del processo: “Ammutolisco, eppure non mi rassegno, per me ci sono altri modi”. Il viaggio continua, fra escursioni e incontri, e ogni volta Francesca si appassiona alle vicende della popolazione africana, osserva la difficoltà di inserimento nel sistema economico gestito dagli industriali bianchi. L’esperienza si conclude, così come era iniziata, con un breve soggiorno a Londra, significativo per far riemergere le insicurezze e le gelosie nel rapporto tra lei e Sandy. Due anni dopo il legame è destinato a un epilogo: “La nostra relazione è migliorata nel momento in cui ho deciso che volevo chiuderla”.
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Francesca De Sanctis Luigi Re    
"Quando Torino era capitale"

diario 1854-1892
Attraverso le fitte pagine di diario di un avvocato piemontese, le tappe più importanti della storia di Torino e del Risorgimento, dal 1854 al 1892. Sono gli anni in cui la città, reduce dall’occupazione napoleonica, si colloca al centro del disegno di unificazione dell’Italia, con Vittorio Emanuele e Cavour. Luigi, grazie anche all’impiego nella Gazzetta ufficiale della Provincia, riporta – senza tralasciare la cronaca di episodi di vita familiare - la vita politica e culturale di quegli anni, grazie alla frequentazione delle più importanti cariche della città, degli uffici, dei salotti più prestigiosi e dei teatri. Si rammarica del trasferimento della capitale a Firenze, nel 1864: “mi ha prodotto nell’animo un triste effetto” e del trattamento riservato dai suoi concittadini ai reali di Savoia: “Il re è venuto in carrozza scoperta. L’ho veduto dal terrazzino dell’associazione agraria. Applausi non molti. Insomma non ho veduto traccia di commozione nei volti. C’è qualcosa di falso, di dubbio”. Dopo quattro secoli Torino è costretta a cercarsi una nuova identità, e Luigi, da acuto osservatore, descrive la trasformazione di una società, gli anni difficili di una città che cerca di reagire alla crisi per la perdita del ruolo di capitale, gli scioperi degli operai, i rincari del prezzo del pane, la nascita di importanti opere pubbliche: “Veramente l’industria ci si è evolta meravigliosamente e così le vie di comunicazione rapide e regolari con questa città. Veggo tuttavia in essa minore coltura letteraria, minore eleganza. L’aspetto è mutato, la stampa periodica vive senza prosperare”. Nonostante i numerosi impegni e interessi personali, segue con amorevolezza la crescita dei figli con cui passa le vacanze nella casa di proprietà a Cavoretto, dove, nel 1877, viene eletto consigliere comunale. Passano gli anni, i due figli si laureano, inizia a sentire gli affanni. Si dimette, pur continuando a osservare la realtà politica e sociale della città, estenuata da una crisi finanziaria, e inizia a coltivare con più assiduità la passione per la cultura, soprattutto classica. Anziano e disilluso dal clima circostante con malinconia scrive “Il solo ufficio che mi rimane a comporre ne’ pochi anni che mi rimangono di vita, è quello di assistere la povera mia consorte ch’io amo si vivamente e per le grandi sue qualità di cuore, e per la stessa sua sventura e per la comunanza di idee, delle memorie”.
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Anna Soprani Anna Soprani    
"Niente di speciale"

diario, 1953-1956
In seconda media, una quattordicenne romagnola orfana di padre, inizia a scrivere il diario annotando giorno per giorno i suoi “pensieri da giovane” per “quando sarò vecchia”. Dal 1953 al 1956, l’autrice registra le sue giornate trascorse fra scuola, cinema, campeggi, letture e incontri con le amiche: considerazioni leggère, piene di umorismo, a volte decise, a volte contrastanti, tipiche dell’adolescenza: “Sono in uno stato d’animo cespuglioso non so felice o disposto alla tristezza: dev’essere qualcosa di simile allo stato d’animo del Foscolo quando scriveva belle poesie dello stampo di ‘A Zacinto’ con la differenza che io non so scrivere poesie”. Nonostante la passione per la lettura non ama studiare, prende spesso brutti voti, si annoia facilmente, preferisce fare altro, soprattutto durante le lezioni: “alle otto c’era la messa al Duomo perché è S. Tommaso protettore degli studenti. E io che credevo di perdere quasi tutta la I ora! La vita è piena di amarezze”. Aspetta con ansia le lettere del suo amico di penna e annota i progetti per il futuro: “Non so se mi piacerebbe ma io non voglio sposarmi presto perché la casa bisogna mandarla avanti e io mi voglio godere la gioventù: gite, balli, feste, convegni ecc.” Sullo sfondo emerge il ritratto della gioventù italiana negli anni Cinquanta, che ascolta le canzoni di Sanremo, va al cinema per sognare con i divi di Hollywood, segue Coppi e Bartali, la conquista dell’Everest, le campagne elettorali, le trattative di pace tra USA e URSS, la questione di Trieste, tornata ad essere italiana: “Tito la prenderà bene, come una pillola di olio di ricino. (…) Invidio ai triestini questa giornata di felicità e quasi desidererei avere sofferto le loro pene pur di poter passare una giornata felice come questa”. Cinque anni intensi, che si concludono con la speranza di andare a studiare a Firenze: “molta acqua è passata sotto i ponti sono cambiata io ma per il resto tutto è rimasto tale e quale”.
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Fabrizio Zettera Armando Viselli    
"Il grande sogno"

memoria, 1951-1980
Portiere d’albergo a Roma, viene licenziato per problemi all’interno della struttura: “durante le due settimane che seguirono, girai Roma per lungo e per largo, misi applicazioni in fabbriche, uffici, alberghi, enti turistici ma come ripeto, trovare un impiego era come cercare un ago in un deserto di sabbia”. Tramite un conoscente riesce a emigrare in Canada, al seguito di una ditta che si occupa della manutenzione delle linee ferroviarie. Si imbarca nel maggio del 1951 da Napoli dopo un toccante addio con i familiari: “Lentamente la nave si staccò dal molo e con essa il mio cuore”. A quei tempi le spese di viaggio erano anticipate dalle stesse compagnie con le quali si stringeva un contratto e il lavoratore si trovava vincolato per almeno due anni, fino a quando il debito non fosse stato saldato. Arrivato a Port Arthur va alla scoperta del paese, inizia il suo lavoro come supervisore marcatempo, fatica ad abituarsi alle usanze e alla cucina del posto. La ditta lo trasferisce nel Nord Ontario lungo la linea ferroviaria in un luogo isolato dove il clima è molto rigido. Dopo le iniziali difficoltà di inserimento nel gruppo già formato di connazionali, riesce finalmente a fare amicizia: “s’erano dovuti prima rassicurare di con chi avevano a che fare e poi, soltanto allora, m’avevano fatto entrare in mezzo a loro, nella loro cerchia”. La vita scorre abbastanza tranquilla, con la sua squadra viene spesso spostato lungo la linea ferroviaria, e dovunque arriva riesce a instaurare amicizie femminili: “a ventiquattro anni nel fiore della mia gioventù, non pretendevo di poter competere con le maschie virtù e fascino di Valentino, ma nemmeno ero poi tanto da disprezzare o accantonare”. Proprio a causa di un incontro galante all’interno di un vagone – cosa assolutamente vietata – subisce una punizione ma, non disposto ad accettarla, si licenzia e torna a Port Arthur dove trova lavoro in una fabbrica. Anni di solitudine ma anche di facili conquiste. Sarà più volte costretto a cambiare città e mestieri: compra un ristorante, diventa “stracciatolo”, poi raccogliferro, gestisce un negozio di generi alimentari, ma gli affari non vanno bene e in poco tempo anche questa attività fallisce, senza che lui si perda d’animo: “ero libero come un uccello, nuove frontiere, nuovi orizzonti, nuove prospettive, non attendevano che di essere esplorate, altre belle donne mi attendevano per essere corteggiate e conquistate, e con esse logicamente sarebbero sorti nuovi grattacapi, nuovi guai”. Dall’Italia arriva il fratello maggiore Giuseppe e con lui, nel marzo 1957, decide di traferirsi a Windsor Ontario e iniziare una nuova vita.
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premi speciali


un momento della consegna del premio speciale Premio speciale della Commissione di Lettura “Giuseppe Bartolomei”

Sisto Cherchi
nato a Torino nel 1927, morto a San Mauro Torinese nel 2006
Gentile amica
epistolario, 1976-2006
Quasi un diario epistolare rivolto all’amica Ombretta. A Pieve Santo Stefano, dove lei vive, giungono lettere da varie parti del mondo che rendicontano l’impegno internazionale a favore delle popolazioni vittime di conflitto e poi in Vietnam per la ricostruzione di villaggi. In una lunga lettera dal Sudan, scritta nel 1988, Sisto è inviato da un’organizzazione per gli aiuti internazionali e studia i sistemi per far giungere i soccorsi alle popolazioni duramente colpite dalla guerra, mettendo a repentaglio la propria vita, finendo in carcere e rischiando la pena di morte. Dopo molti anni, colpito da una grave malattia che gli rende impossibile viaggiare, si dedica alla lettura, alla meditazione e alla coltivazione dei tanti ricordi, fra i quali emerge il racconto di come è riuscito a recuperare l’altipiano di My Son in Vietnam, ricco di templi buddisti quasi dimenticati, ora riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.


il quaderno chiuso di Bettina Piccinelli Premio per il miglior manoscritto originale

Bettina Piccinelli
nata a Sansepolcro nel 1938, morta nel 2007
Quaderno chiuso
Il quaderno ritrovato dopo la morte, avvenuta nel dicembre 2007, di una delle più assidue collaboratrici dell’Archivio dei diari. Conoscendo la riservatezza dell’autrice, l’Archivio decide di conservarlo senza renderlo consultabile e di chiuderlo alla lettura, trasformandolo in una preziosa e silenziosa presenza.






il comunicato della giuria
La Giuria nazionale del Premio Pieve - Banca Toscana, composta da Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Cangi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Vittorio Dini, Antonio Gibelli, Lisa Ginzburg, Roberta Marchetti, Melania G. Mazzucco, Davide Musso, Nicola Tranfaglia, Saverio Tutino (Presidente), si è riunita il 13 settembre 2008. Dopo ampio dibattito, prima di attribuire il premio al vincitore, ha deciso di segnalare il testo di Cristina Bernhard, tragica memoria di un'infanzia ferita, nell'Alto Adige degli anni Quaranta, da cui emergono la miseria morale e materiale della cultura contadina della montagna, la sopraffazione sull'infanzia, la responsabilità prematura di una bambina costretta presto a diventare madre di troppi fratelli. Ma su tutto la forza della pietas, la capacità di comprendere e perdonare trovando il coraggio di ricostruirsi una vita serena. La Giuria ha inoltre deciso all'unanimità di assegnare il premio della ventiquattresima edizione all'epistolario di Leo Ferlan. Il carteggio disegna il ritratto di un giovane botanico italiano di straordinario talento che non riesce a trovare la propria collocazione ed è per questo costretto a lavorare e vivere lontano, in una realtà sconosciuta come quella dell'Algeria negli anni Cinquanta, nella quale però è capace di addentrarsi con grande curiosità intellettuale. La giuria è rimasta colpita non solo dall'intensità del percorso, delineato nelle lettere, da una conoscenza casuale a un rapporto intimo di grande profondità e intensità, ma dalla qualità non comune della sua scrittura: una prosa tenera e pacata che lascia intravedere l'osservatore attento della natura come dei sentimenti, arguto, delicato, capace di comporre con rapide pennellate dettagliati ritratti delle cose e degli uomini.






crediti


ARCHIVIO DIARISTICO

presidente
Lamberto Palazzeschi

vice presidente
Natalia Cangi

direttore culturale
Saverio Tutino

direttore scientifico
Camillo Brezzi

direttrice organizzativa
Loretta Veri


PREMIO PIEVE - BANCA TOSCANA

direzione artistica
Natalia Cangi, Andrea Franceschetti, Loretta Veri

ospitalità
Anna Maria Leonardi, Giada Poggini

mostra manoscritti
Cristina Cangi

ufficio stampa
Antonella Brandizzi

bookshop
Silvia Bragagni, Daniela Brighigni

Giuria Nazionale
Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Cangi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Vittorio Dini, Antonio Gibelli, LIsa Ginzburg, Roberta Marchetti, Melania G. Mazzucco, Davide Musso, Nicola Tranfaglia, Saverio Tutino (presidente)

Commissione di Lettura
Silvia Bertocci, Silvia Bragagni, Antonella Brandizzi, Marco Camaiti, Natalia Cangi (presidente), Ivana Del Siena, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Adriana Gigli, Vera Gustinelli, Valeria Landucci, Riccardo Pieracci, Giada Poggini

staff
Patrizia Baldini, Giulia Bertelletti, Luigi Burroni, Marco Camaiti, Grazia Cappelletti, Laura Caterbi, Sara Cipriani, Alessia Clusini, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Michele Iannuzzi, Fabrizio Mugelli, Arman Palazzeschi, Luisa Pari, Marianna Pantalone, Stefan Schweitzer

un grazie a
gli operai del Comune di Pieve Santo Stefano
gli operai della Comunità Montana Valtiberina Toscana
Franco Cresti

le foto del Premio Pieve sono di
Antonella Brandizzi, Luigi Burroni, Matteo Carletti, Michele Iannuzzi, Gianni Locci, Loretta Veri



sponsor ufficiale
il logo della banca toscana


ULTIMO AGGIORNAMENTO
2 gennaio 2009
www.archiviodiari.it/resoconto2008.html



Immagini dietro le quinte:
luigi e le foto dei manoscritti gli operai del comune all'opera un acquisto speciale fra i volontari dell'archivio i leggii della banda in trasformazione direzione artistica e quant'altro il potente mezzo
l'ufficio stampa è arrivato il primo diarista pulizia delle Logge del Grano bookshop un fotografo d'eccezione al Premio Pieve postazione ospitalità
l'operaio fiorista gigantografie sulle pareti dell'Asilo Iannuzzi tuttofare lo staff mangia lo staff mangia, parte seconda sedie gialle
Grazia in attesa della sua lettura ultimi ritocchi alla scaletta Maranji i bravi presentatori ripassano la scaletta sedie gialle prima lettere nere
formazione bookshop Alessia e le alte cariche ultimi ritocchi al palco i bravi attori attendono sedie gialle dopo è finita!
Puoi vedere l'album completo del Backstage cliccando sul link di
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L'album è visibile a tutti, anche ai non iscritti.



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