
Premio Pieve - Banca Toscana 2007
ventitreesima edizione
resoconto della manifestazione

un momento della manifestazione
omaggio alla sicilia![]() |
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Questo libro è dedicato al tema dell’emigrazione italiana rappresentata attraverso la scrittura degli stessi emigranti, documentata nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Tra i molti testi di tipo memorialistico e autobiografico abbiamo selezionato quei gruppi che si riferivano alla stessa città o a destina - zioni lavorative comuni. Così facendo sono emersi tre luoghi di emigrazione più rappresentati: Milano, Torino e le mi - niere del Nord Europa. Il numero di testi trovati e proposti nel volume è assai li - mitato, ed è evidente che non possiamo pensare che questi scritti rappresentino l’emigrazione di centinaia di migliaia di persone. Essi, forse, rappresentano la punta dell’iceberg, e narrano di alcune migrazioni che sono apparse riuscite, compiute, conciliate tanto da essere narrate anche negli aspetti di dolore. |
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L’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano costituisce il cuore di
questo volume, dedicato all’esperienza di guerra compiuta dalle
donne. Patrizia Gabrielli indaga il biennio 1943-45 in una regione, la Toscana, che acquisì un ruolo centrale nelle operazioni strategico militari e fu perciò teatro di un’ondata
di violenze e di stragi. Riferendosi alle forme di resistenza civile e ricorrendo agli studi dedicati alla storia di genere, l’autrice rilegge questi difficili anni interrogandosi sul segno delle difficoltà incontrate dalle donne e sulle strategie di resistenza attuate; sulla percezione
che esse ebbero della guerra e della violenza; sulle trasformazioni intervenute nella quotidianità; si sofferma infine sulla memoria collettiva e sull’apologia
politica che, valorizzando l’immagine della madre oblativa e quella del «partigiano
uomo in armi», hanno trascurato o dimenticato altri soggetti protagonisti
e lasciato cadere un pesante silenzio sulle violenze e sugli stupri. |
| venerdì 14 settembre ore 20,00 Logge del Grano pause leggère buffet a cura di Francesca Senesi in collaborazione con il Circolo Arci Bororo di Pieve Santo Stefano |
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“Siamo nel 1977. Io e mia moglie
Rosa facciamo una vita felice e
contenta...” Comincia così il racconto autobiografico che ha vinto il Premio Pieve – Banca Toscana 2006. Un racconto intenso di una migrazione recente, negli anni Settanta, in un Paese, l’Australia, misterioso e lontano nel quale hanno messo radici, ma sono quasi scomparsi, migliaia di italiani. Un diario scritto in una lingua frammentata, che sta a metà tra quella siciliana e quella d’adozione, tra la povertà e il sogno. Uno spaccato incredibile di una letteratura italiana migrante, specchio di intere generazioni. “Perdonatemi se questa storia è assai commovente.” |
interventi di Melania G. Mazzucco e Antonio Sbirziola l'Agenzia per il Turismo di Arezzo assegna un riconoscimento nell'ambito del Progetto Benvenuta in Toscana a Melania G. Mazzucco |
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È un percorso che ricompone le tappe della vita di coppia. Ginetta non trova conferme nel suo compagno Pino: lui non ricorda quasi nulla del passato, smemoratezza affrontata dai due con ironica allegria. Suggestivi interventi audio-video rafforzano il contrasto/continuità fra passato e presente. Intensa la rievocazione della notte in cui accadde l’incidente che provocò la perdita di memoria. Le lettere di Pino inviate a Ginetta durante il servizio di leva in Sicilia sono un prezioso documento che testimonia chi e come fosse Pino prima del trauma che gli ha divorato la memoria e non solo. Le parole di un Pino giovane, che combatteva per un mondo più giusto e che l’amava infinitamente, durante il lungo coma profondo indicano a Ginetta la via per affrontare l’ulteriore prova: “vivere non significa sognare e sperare, vivere significa capire e lottare”, svelando il segreto della forza del loro rapporto. |
Settembre 2006, l’epistolario di Pino è scelto fra i dieci finalisti del Premio Pieve – Banca Toscana. A dieci anni dall’incidente che lo ha reso disabile togliendogli anche la memoria, a Pieve il passato riemerge in tutta la sua rilevanza umana e storica. A Pieve nasce Non mi ricordo.
Ginetta Fino
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Rita Borsellino è stata una donna riservata fino al luglio 1992, quando, nella strage di Via d’Amelio la mafia ha ucciso il fratello Paolo. Come racconta lei stessa negli incontri pubblici che organizza con l’Associazione Libera: “Non ho più potuto starmene in disparte. Dovevo continuare il lavoro di mio fratello”. Da quel momento è diventata il simbolo vivente della memoria di un’azione coraggiosa, contro tutte le mafie. Ed è per questo motivo che l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano ha deciso di attribuirle il riconoscimento “Città del diario 2007”, assegnato ogni anno a una personalità pubblica che, tramite il proprio impegno artistico o civile, tiene viva la memoria nel nostro paese. L’Associazione Libera e la Carovana Antimafia sono impegnate in incontri pubblici con giovani, studenti, associazioni di tutta Italia per creare un movimento spontaneo di adesione nella lotta civile contro le mafie. Abbiamo pensato di dare spazio a questo incontro-dibattito pubblico che, meglio di qualsiasi altra azione, può rendere concreto e condivisibile il lavoro di impegno civile di chi, da persona schiva a qualsiasi esposizione pubblica, è diventata parte attivissima nella lotta contro la mafia, senza farsi intimorire da minacce e ritorsioni.
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Presentazione delle pubblicazioni 2007
curate dall’Archivio diaristico Il caso letterario di Vincenzo Rabito con Alberto Asor Rosa e Marino Sinibaldi |
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«Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare». E Vincenzo Rabito, da raccontare, aveva una vita intera. Un’esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l’improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico, e infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri quest’autobiografia. Con la sua lingua inventata giorno per giorno e il suo tragicomico, inarrestabile passo narrativo, Terra matta ci parla del carattere stesso del nostro Paese, stagliandosi, pagina dopo pagina, come una straordinaria epopea dei diseredati. Un bracciante siciliano si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l’altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua «maletratata e molto travagliata e molto desprezata» vita. Ne è venuta fuori un’opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, sia per la forza espressiva di questa lingua mescidata di italiano e siciliano, sia per il talento narrativo con cui Rabito è riuscito a restituire da una prospettiva assolutamente inedita più di mezzo secolo di storia d’Italia.
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Reading di Vincenzo Pirrotta da Terra matta di Vincenzo Rabito Einaudi |
“E davero il lunedì, alle ore 11, erimo tutte nella piazza di Chiaramonte con 8 carrette, che tutte ci abiammo messo tutto il manciare che ni avevino preparato li nostre mamme. Così, recordo che la piazza di Chiaramonte quella notte del 19 febraio era piena come fosse la festa della Madonna, perché tutte li famiglie, picole e crante, erino nella piazza. Io ci aveva ammia madre e i mieie fratelline e sorelline che piancevino, ma non c’era niente che fare, si doveva partire per forzza, perché li carabiniere l’avemmo sempre a tuorno a tuorno, che erino nella piazza per vedere chi è che non voleva partire. E poi, dovemmo antare a raciuncere Modica con li carretta, chi a piede, chi sopra li carretta, perché Modeca in quei tempe era il cercontario di Seraqusa. Che poi da Modeca dovemmo prentere il treno che ne portava deretamente a Siraqusa, che, in quelle brutte momente, trene ce n’erino poco, e magare che c’erino, camminaveno quanto un cavallo con la carrozza, perché sempre se fermaveno, che sempre mancava il carbone. Io penzava che per chiamare amme chiamavino magare a Ciovanne, perché era più crante di me, e penzava che mia madre ancora che diceva che ci avevino cresciuto li prime 2 figlie, che poteveno dare aiuto a quelle picole, e, per causa a questa querra, non poteno dare aiuto, che invece di portare solde ammia madre, li doveva mandare lei annoie, che il ladro coverno ni ha chiamato per antare a farene ammazare”.
da Terra matta
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Elvira
Bianchi
Gaetano Carlucci
Stefano Galanti
Giuseppe Manetti
Sisto Monti Buzzetti
Bruno Palamenghi
Marcella Torretta
Alceste e Augusto Trionfi
Giuseppe Vizzinoni
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Bruno Palamenghi nato ad Agrigento nel 1863 Il colonnello di Girgenti autobiografia, 1863-1935 Il testo è anche finalista del Premio Pieve. Vai al riassunto. |
sponsor ufficiale
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