http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2007
ventitreesima edizione


 resoconto della manifestazione



un momento della manifestazione

un momento della manifestazione

omaggio alla sicilia
È successo sedici anni dopo che l’idea di leggere le pagine intime della scrittura popolare era diventata realtà. Partendo da una curiosità naturale avevamo fatto il miracolo. Con la promessa di un premio possibile avevamo convinto migliaia di persone a consegnare ad un archivio dell’autobiografia i loro diari e qualsiasi altro scritto che contenesse i loro ricordi personali di una vita vissuta. Ogni anno un premio e più di mille letture. Decine di persone si passavano di mano in mano scritture che contenevano di tutto sul mestiere di vivere. Lunghe o brevi, semplici o complesse, queste letture suscitavano emozioni. Leggere questo genere di libri inediti è come conoscere altrettante anime di una cittadinanza. Conoscere una popolazione di diverse epoche. Anche chi legge cresce e forma in sé una persona diversa. Credevamo di aver visto tutto di questa originale esperienza. Finché davanti alla commissione di lettura è arrivato lo scritto monumentale di un siciliano che si chiamava Rabito di cognome e Vincenzo di nome.

Così scriveva Saverio Tutino, ideatore e fondatore dell’iniziativa di Pieve Santo Stefano, nell’ottobre del 2000, dopo che la giuria del Premio Pieve – Banca Toscana aveva decretato vincitore il monumentale capolavoro di Vincenzo Rabito. È l’inizio di un articolo che abbiamo pubblicato sull’ultimo numero della rivista Primapersona, lo strumento con il quale l’Archivio parla di sé e si confronta sul terreno internazionale dell’autobiografia.
Il caso letterario di Vincenzo Rabito e la pubblicazione recentissima delle memorie che lo scorso anno si sono aggiudicate il primo premio, scritte da un siciliano emigrato in Australia, ci hanno spinto a concepire il programma 2007 del Premio Pieve come un omaggio alla terra di Sicilia, per ringraziarla delle tante storie di vita che ci ha regalato, fra le quali giganteggia il monumento Rabito.
Venerdì 14 settembre Melania G. Mazzucco ha presentanto il libro di memorie di Antonio Sbirziola, che si è costruito una grande casa in Australia senza mai dimenticare la sua terra d’origine alla quale il suo linguaggio sempre lo riconduce.
Sabato 15 è di scena Rabito, con la presentazione del libro Terra matta, a cui dà voce Vincenzo Pirrotta, attore e regista siciliano fra i più interessanti nel nostro panorama teatrale.
Ed è ancora Sicilia con il Premio Città del diario 2007, quest’anno attribuito a Rita Borsellino per il suo impegno nel tenere viva la memoria delle stragi di mafia. All'incontro a lei dedicato hanno partecipato Nicola Tranfaglia insieme con i ragazzi di Locri.
Oltre a questo omaggio, c’è, come ogni anno, l’incontro fra chi ha scritto diari e chi li ha letti, le presentazioni di libri e di saggi sui nostri diari, le mostre di manoscritti, la premiazione ufficiale, ma c’è soprattutto un’atmosfera particolare che anima la Città del diario e conquista chi la raggiunge.




martedì 11 settembre ore 11,00
conferenza stampa
Firenze, Banca Toscana - Palazzo Portinari Salviati
Via del Corso 6


hanno partecipato

Lamberto Palazzeschi
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico

Aldighiero Fini
Presidente della Banca Toscana
Sponsor del Premio Pieve

Camillo Brezzi
Direttore scientifico dell'Archivio diaristico

Ugo Caffaz
Direttore generale Politiche formative beni e attività culturali
Regione Toscana

Emanuela Caroti
Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo

Fabrizio Raffaelli
Direttore Agenzia per il Turismo di Arezzo

Natalia Cangi
Presidente della Commissione di lettura





da venerdì 14 settembre ore 18,00
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio, Sala Consiliare e Sala della Filarmonica

un particolare dell'esposizione dei quaderni di Rabito l'allestimento di cristina cangi un particolare dell'esposizione dell'autobiografia di Palamenghi un particolare dell'esposizione

Esposizione dei manoscritti più preziosi inviati nel 2007

Assunta Acciai Anonimi Guido Bolzanin e Piera Rocco
Gaetano Carlucci
Ginevra Clementi
Renzo Forcellini
Pietro Ernesto Galli
Letterio Giacobbe
Lia Mancuso
Giuseppe Manetti
Maria Maselli
Sisto Monti Buzzetti
Orsola Polidori
Paola Maria Tedone
Marcella Torretta
Alceste e Augusto Trionfi

e Bruno Palamenghi
premio per il miglior originale

per la durata della mostra
sono stati esposti anche
il Lenzuolo di Clelia Marchi
e i quaderni di Vincenzo Rabito

allestimento a cura di Cristina Cangi
con le fotografie di Luigi Burroni




venerdì 14 settembre ore 18,30
Teatro Comunale G. Papini

i libri dell'autobiografia
presentazione delle pubblicazioni 2007 curate dall'Archivio diaristico

con
Antonio Gibelli, Università degli Studi di Genova
Ambra Giorgi, Presidente della Commissione cultura del Consiglio Regionale della Toscana
e gli autori Pietro Clemente e Patrizia Gabrielli

Il canto del Nord
di Pietro Clemente, Anna Iuso, Elena Bachiddu, Daniela Brighigni
Cisu Edizioni

la copertina del volume     Questo libro è dedicato al tema dell’emigrazione italiana rappresentata attraverso la scrittura degli stessi emigranti, documentata nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Tra i molti testi di tipo memorialistico e autobiografico abbiamo selezionato quei gruppi che si riferivano alla stessa città o a destina - zioni lavorative comuni. Così facendo sono emersi tre luoghi di emigrazione più rappresentati: Milano, Torino e le mi - niere del Nord Europa. Il numero di testi trovati e proposti nel volume è assai li - mitato, ed è evidente che non possiamo pensare che questi scritti rappresentino l’emigrazione di centinaia di migliaia di persone. Essi, forse, rappresentano la punta dell’iceberg, e narrano di alcune migrazioni che sono apparse riuscite, compiute, conciliate tanto da essere narrate anche negli aspetti di dolore.


Scenari di guerra, parole di donne
di Patrizia Gabrielli
il Mulino

la copertina del volume     L’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano costituisce il cuore di questo volume, dedicato all’esperienza di guerra compiuta dalle donne. Patrizia Gabrielli indaga il biennio 1943-45 in una regione, la Toscana, che acquisì un ruolo centrale nelle operazioni strategico militari e fu perciò teatro di un’ondata di violenze e di stragi. Riferendosi alle forme di resistenza civile e ricorrendo agli studi dedicati alla storia di genere, l’autrice rilegge questi difficili anni interrogandosi sul segno delle difficoltà incontrate dalle donne e sulle strategie di resistenza attuate; sulla percezione che esse ebbero della guerra e della violenza; sulle trasformazioni intervenute nella quotidianità; si sofferma infine sulla memoria collettiva e sull’apologia politica che, valorizzando l’immagine della madre oblativa e quella del «partigiano uomo in armi», hanno trascurato o dimenticato altri soggetti protagonisti e lasciato cadere un pesante silenzio sulle violenze e sugli stupri.


coordina
Camillo Brezzi

letture di Grazia Cappelletti



venerdì 14 settembre ore 20,00
Logge del Grano
pause leggère
buffet a cura di Francesca Senesi

in collaborazione con
il Circolo Arci Bororo
di Pieve Santo Stefano

    il buffet del venerdì sera


venerdì 14 settembre ore 21,30
Teatro Comunale G. Papini
diari che diventano libri
presentazione delle pubblicazioni 2007 curate dall'Archivio diaristico

Un giorno è bello e il prossimo migliore
di Antonio Sbirziola
Edizioni Terre di Mezzo
diario vincitore del Premio Pieve - Banca Toscana 2006

la copertina del volume       “Siamo nel 1977. Io e mia moglie Rosa facciamo una vita felice e contenta...”
Comincia così il racconto autobiografico che ha vinto il Premio Pieve – Banca Toscana 2006. Un racconto intenso di una migrazione recente, negli anni Settanta, in un Paese, l’Australia, misterioso e lontano nel quale hanno messo radici, ma sono quasi scomparsi, migliaia di italiani. Un diario scritto in una lingua frammentata, che sta a metà tra quella siciliana e quella d’adozione, tra la povertà e il sogno. Uno spaccato incredibile di una letteratura italiana migrante, specchio di intere generazioni.
“Perdonatemi se questa storia è assai commovente.”



interventi di Melania G. Mazzucco e Antonio Sbirziola

l'Agenzia per il Turismo di Arezzo
assegna un riconoscimento
nell'ambito del Progetto
Benvenuta in Toscana
a Melania G. Mazzucco
    Melania G. Mazzucco con Antonio Sbirziola
coordina Andrea Franceschetti



sabato 15 settembre ore 11,00
il teatro della memoria
Teatro Comunale G. Papini

Non mi ricordo
spettacolo teatrale
di e con Ginetta Maria Fino e Giuseppe (Pino) Mainieri
voci recitanti Lello Lombardi e Guido Barbieri da Radio3 RAI
video Fabio Avoni
regia Corrado Nuzzo e Maria Di Biase

pino e ginetta in un'immagine del 1974       È un percorso che ricompone le tappe della vita di coppia. Ginetta non trova conferme nel suo compagno Pino: lui non ricorda quasi nulla del passato, smemoratezza affrontata dai due con ironica allegria. Suggestivi interventi audio-video rafforzano il contrasto/continuità fra passato e presente. Intensa la rievocazione della notte in cui accadde l’incidente che provocò la perdita di memoria. Le lettere di Pino inviate a Ginetta durante il servizio di leva in Sicilia sono un prezioso documento che testimonia chi e come fosse Pino prima del trauma che gli ha divorato la memoria e non solo. Le parole di un Pino giovane, che combatteva per un mondo più giusto e che l’amava infinitamente, durante il lungo coma profondo indicano a Ginetta la via per affrontare l’ulteriore prova: “vivere non significa sognare e sperare, vivere significa capire e lottare”, svelando il segreto della forza del loro rapporto.

Settembre 2006, l’epistolario di Pino è scelto fra i dieci finalisti del Premio Pieve – Banca Toscana. A dieci anni dall’incidente che lo ha reso disabile togliendogli anche la memoria, a Pieve il passato riemerge in tutta la sua rilevanza umana e storica. A Pieve nasce Non mi ricordo.
Ginetta Fino




sabato 15 settembre ore 15,00
raccontare di mafia
Piazzetta delle Oche

Via d’Amelio:
la memoria della strage,
il futuro dell’impegno civile


il sindaco palazzeschi introduce l'incontro rita borsellino al premio pieve l'intervento dei ragazzi di locri al premio pieve l'incontro fra rita borsellino e nicola tranfaglia


Rita Borsellino incontra Nicola Tranfaglia
i giovani della Valtiberina
e il pubblico del Premio Pieve


interventi dei ragazzi di Locri,
Aldo Pecora e Rosanna Scoppelliti
Rita Borsellino è stata una donna riservata fino al luglio 1992, quando, nella strage di Via d’Amelio la mafia ha ucciso il fratello Paolo. Come racconta lei stessa negli incontri pubblici che organizza con l’Associazione Libera: “Non ho più potuto starmene in disparte. Dovevo continuare il lavoro di mio fratello”. Da quel momento è diventata il simbolo vivente della memoria di un’azione coraggiosa, contro tutte le mafie. Ed è per questo motivo che l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano ha deciso di attribuirle il riconoscimento “Città del diario 2007”, assegnato ogni anno a una personalità pubblica che, tramite il proprio impegno artistico o civile, tiene viva la memoria nel nostro paese. L’Associazione Libera e la Carovana Antimafia sono impegnate in incontri pubblici con giovani, studenti, associazioni di tutta Italia per creare un movimento spontaneo di adesione nella lotta civile contro le mafie. Abbiamo pensato di dare spazio a questo incontro-dibattito pubblico che, meglio di qualsiasi altra azione, può rendere concreto e condivisibile il lavoro di impegno civile di chi, da persona schiva a qualsiasi esposizione pubblica, è diventata parte attivissima nella lotta contro la mafia, senza farsi intimorire da minacce e ritorsioni.

nell’ambito dell’iniziativa regionale Cantiere per la cultura contemporanea nella Provincia di Arezzo

guarda un estratto video dell'incontro.



sabato 15 settembre dalle ore 17,00
merenda sul prato
Colledestro

la merenda sul prato la merenda sul prato il coro valtiberino folk melody grazia cappelletti


Merenda sul prato
a cura di Grazia Cappelletti

con la partecipazione
del Coro Altotiberino Folk Melody
e del Gruppo di danza Libellula

la commissione di lettura conosce i
finalisti del Premio Pieve

Elvira Bianchi
Carlo Carlucci per Gaetano Carlucci
Stefano Galanti
Cristina Chierchini per Giuseppe Manetti
Sisto Pacetti per Sisto Monti Buzzetti
Tullia Vallecchi per Bruno Palamenghi
Marcella Schiera per Marcella Torretta
Fabrizio Fassio per Alceste e Augusto Trionfi
Giuseppe Vizzinoni

consegna dei premi speciali ai diaristi

Premio speciale “Giuseppe Bartolomei”
attribuito dalla Commissione di lettura
ex aequo


Sabatino Basso
“Partimmo come tante pecore sbalordite”
memoria 1908

Pietro Ernesto Galli
“Appunti di viaggio”
epistolario 1914-1915


Premio per il miglior manoscritto originale
Bruno Palamenghi
“Il colonnello di Girgenti”
autobiografia 1863-1935

coordina Marco Camaiti
letture di Grazia Cappelletti




sabato 15 settembre ore 17,00
riunione della giuria nazionale
Palazzo Comunale

la riunione della giuria nazionale, 2007

Riunione della Giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XXIII Premio Pieve – Banca Toscana

la giuria
Guido Barbieri
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Pietro Clemente
Beppe Del Colle
Vittorio Dini
Antonio Gibelli
Roberta Marchetti
Maria Rita Parsi
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino




sabato 15 settembre ore 21,00
diari che diventano libri
Teatro Comunale G. Papini
la copertina del volume     Presentazione delle pubblicazioni 2007 curate dall’Archivio diaristico

Il caso letterario
di Vincenzo Rabito


con
Alberto Asor Rosa e
Marino Sinibaldi
    vincenzo rabito è in basso a sinistra in primo piano
«Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare». E Vincenzo Rabito, da raccontare, aveva una vita intera. Un’esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l’improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico, e infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri quest’autobiografia. Con la sua lingua inventata giorno per giorno e il suo tragicomico, inarrestabile passo narrativo, Terra matta ci parla del carattere stesso del nostro Paese, stagliandosi, pagina dopo pagina, come una straordinaria epopea dei diseredati. Un bracciante siciliano si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l’altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua «maletratata e molto travagliata e molto desprezata» vita. Ne è venuta fuori un’opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia, sia per la forza espressiva di questa lingua mescidata di italiano e siciliano, sia per il talento narrativo con cui Rabito è riuscito a restituire da una prospettiva assolutamente inedita più di mezzo secolo di storia d’Italia.

interventi di
Paola Gallo
Vincenzo Pirrotta
Gaetano Rabito
Salvatore Rabito
Luca Ricci
Lucio Zagari




sabato 15 settembre ore 22,30
il teatro della memoria
Teatro Comunale G. Papini

il reading di vincenzo pirrotta       Reading di Vincenzo Pirrotta

da Terra matta
di Vincenzo Rabito
Einaudi
“E davero il lunedì, alle ore 11, erimo tutte nella piazza di Chiaramonte con 8 carrette, che tutte ci abiammo messo tutto il manciare che ni avevino preparato li nostre mamme. Così, recordo che la piazza di Chiaramonte quella notte del 19 febraio era piena come fosse la festa della Madonna, perché tutte li famiglie, picole e crante, erino nella piazza. Io ci aveva ammia madre e i mieie fratelline e sorelline che piancevino, ma non c’era niente che fare, si doveva partire per forzza, perché li carabiniere l’avemmo sempre a tuorno a tuorno, che erino nella piazza per vedere chi è che non voleva partire. E poi, dovemmo antare a raciuncere Modica con li carretta, chi a piede, chi sopra li carretta, perché Modeca in quei tempe era il cercontario di Seraqusa. Che poi da Modeca dovemmo prentere il treno che ne portava deretamente a Siraqusa, che, in quelle brutte momente, trene ce n’erino poco, e magare che c’erino, camminaveno quanto un cavallo con la carrozza, perché sempre se fermaveno, che sempre mancava il carbone. Io penzava che per chiamare amme chiamavino magare a Ciovanne, perché era più crante di me, e penzava che mia madre ancora che diceva che ci avevino cresciuto li prime 2 figlie, che poteveno dare aiuto a quelle picole, e, per causa a questa querra, non poteno dare aiuto, che invece di portare solde ammia madre, li doveva mandare lei annoie, che il ladro coverno ni ha chiamato per antare a farene ammazare”.



domenica 16 settembre ore 10,00
leggere e scrivere diari
Piazzetta delle Oche

Andrea Biagiotti e Grazia Cappelletti dedicato a Bettina Lamberto Palazzeschi, Camillo Brezzi e Andrea Franceschetti la Pieve Jazz

La Commissione di lettura
incontra i diaristi scelti per la Lista d'onore



Anna Avallone
scelta da Elisabetta Gaburri

Carlo Carlucci e Walter Fritz
scelti da Adriana Gigli

Anna di Montegnacco
scelta da Antonella Brandizzi

Danilo Durando
scelto da Ivana Del Siena

Francesca Farina
scelta da Natalia Cangi

Renzo Forcellini
scelto da Gabriella Giannini

Lia Mancuso
scelta da Daniela Brighigni

Vladimiro Pahor
scelto da Elisabetta Piccinelli

Giustina Romolini
scelta da Valeria Landucci

Michi Staderini
scelta da Marco Camaiti

Raffaella Traniello
scelta da Silvia Bragagni


presentazione dell’ultimo numero di Primapersona
il semestrale dell’Archivio diaristico

Dieci anni del Premio LiberEtà
Renata Bagatin e Mario Riccieri raccontano
la decennale esperienza di collaborazione fra l'Archivio dei diari
e il Premio LiberEtà


coordinano
Andrea Franceschetti
Cristiana Cipriani

interventi musicali
Pieve Jazz

letture
Andrea Biagiotti
Grazia Cappelletti


segue pranzo folcloristico a inviti a cura del cuoco
Alessio Cipriani



domenica 16 settembre ore 16,30
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini
Saverio Tutino Dimitri Frosali Natalia Cangi con Tutino e la Borsellino Sisto Pacetti, vincitore del Premio Pieve Rita Borsellino

dieci persone raccontano
manifestazione conclusiva
del XXIII Premio Pieve – Banca Toscana

Guido Barbieri e Natalia Cangi
incontrano i finalisti 2007
e raccontano le loro storie

ospite d’onore Rita Borsellino che ha ricevuto
da Saverio Tutino il
Premio Città del diario 2007

interventi musicali
Catia De Vincentis e
Stefano Spallotta

letture
Dimitri Frosali e Massimo Salvianti della compagnia
Arca Azzurra Teatro


Massimo Salvianti il pubblico della premiazione Antonina Azoti e Guido Barbieri Catia De Vincentis


la manifestazione è stata trasmessa da Radiotre
lunedì 17 settembre alle ore 20,00






dieci persone raccontano

il logo del premio pieve 2007







elvira bianchi Elvira Bianchi    
"Il viaggio è stato bello"
epistolario, 1981-1982
A maggio del 1981, pochi giorni dopo la laurea, Elvira parte con Alberto, il suo compagno, per l’America Latina dove rimarrà diciotto mesi: “l’atmosfera qui in Messico è tranquilla e rilassante, la gente è sempre calma e sorridente, nessuno ha fretta, nessuno si arrabbia, insomma è un ritmo di vita completamente diverso dal nostro”. Attraverso le lettere alla madre, racconta i suoi spostamenti, la gente e le usanze, le esperienze e le amicizie, gli entusiasmi e le delusioni e i tanti luoghi visitati fra il Messico, il Guatemala, l’Honduras, il Costa Rica, e il Perù. Incontra spesso accoglienza e disponibilità: “ci trattano come se facessimo parte della famiglia. Sono molto poveri ma incredibilmente sereni e saggi”. Nel presentare la sua raccolta epistolare scrive: “Non mi sono fatta mancare mai nulla, a livello di emozioni e sensazioni: stupore, entusiasmo, allegria, stanchezza, meraviglia, amore, paura, commozione, solitudine, e avventura. Tanta avventura”. A dicembre annuncia alla madre che aspetta un bambino, è felice e la tranquillizza sulla sistemazione futura: “la mamma di Alberto non vede l’ora che noi arriviamo e senz’altro, nei giorni che ci fermeremo a Lima, ci riempirà di gentilezze e di vizi. A dire la verità ho proprio voglia di essere coccolata e soprattutto di stare in una casa normale”. Si sposa a Lima e si trasferisce a Cuzco, dove nasce Olivia. Le difficoltà nel trovare lavoro la spingeranno a tornare in Italia con la sua famiglia. Alberto vende i suoi dipinti e lei trova un editore per le sue favole che il marito ha illustrato. “Ritorno a Firenze dopo diciotto mesi. Il viaggio è stato bello. Ma ora sono un po’ stanca. Cerca di stare tranquilla, perché io lo sono, e anche Alberto. Ciao, ti abbraccio forte forte! A presto”.
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carlo carlucci con guido barbieri Gaetano Carlucci    
"Vostro fratello della Compagnia di Gesù"

epistolario, 1855-1897
Sacerdote gesuita, professore di retorica, abbandona Napoli poco più che ventenne nel momento in cui la Campania subisce “orribilissimi danni causati dalla rivoluzione”. È il 1855: parte per la Spagna dove studia e insegna, fino al 1868 quando la dinastia dei Borboni cade e “il primo decreto emanato dal governo provvisorio fu la espulsione della Compagnia”. Così, scrive, “piacque ai miei superiori propormi la missione in America Meridionale”. Raggiunge l’Argentina dove continua, molto stimato, il suo ministero di insegnante e sacerdote, fino alla sua morte, nel 1900. La città di Cordoba rende tributo pubblico e riconoscenza alla sua memoria ed è considerato santo dal popolo. Quegli anni così intensi di avvenimenti, emergono dalle lettere che lui scrive all’amatissimo fratello farmacista di Melfi. Molto è l’interesse per tutta la famiglia e per gli affari, ma soprattutto raccomanda preghiere, devozioni e prudenza: “se sempre fu cara la massima chi vuol vivere in pace sente vede e tace fortunato sarà colui che ora la mette in pratica. Evitate certi sfoghi con talune persone che si chiamano col dolce nome di amici, ma coi fatti sono traditori”. Racconta dei suoi viaggi per mare, non sempre “abbonacciato”, altre volte è felice perché “placida è l’onda, propizio il Cielo, amico il vento…”. Dalle sue lettere traspare sensibilità per le persone e una spiccata curiosità intellettuale per i luoghi in cui vive, la nuova lingua e la realtà politica e religiosa del periodo. Con stile elegante si rivolge sempre al fratello e alla famiglia, desidoroso di notizie dall’Italia: “ho io adempiuto al mio dovere, resta che ancor voi facciate il vostro scrivendomi al più presto possibile una lettera lunga lunga perché anche io sperimento quel che provar si suole da chi rattrovasi lontano dalla patria, di esser cioè bramoso di ricever notizie de’ suoi delle cose sue e delle patrie vicende”.
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stefano galanti Stefano Galanti    
"Psiconauta"

diario-memoria, 1957-1998
“Spero che se un giorno qualcuno leggerà quello che scrivo capisca cosa ha nel cervello una persona che decide di cambiare paese, perchè nel suo le cose non vanno poi tanto bene come una volta, troppo smog, troppi snob, aria inquinata, troppe tasse, poco sole, tanta nebbia e tanto freddo, con la gente sempre piena di voglia di vendetta”. Siamo negli anni Ottanta, la vita di provincia va stretta a Stefano, noleggiatore stagionale di flipper e videogames della riviera romagnola, un’adolescenza trascorsa fra bar, parrocchia, e in motorino con gli amici: “quasi sempre nei fine settimana si girava su e giù per le strade cittadine in folti gruppi con lo scopo di metterci in mostra agli occhi delle nostre bimbe. Chiamavamo il tutto girofigo”. Ventenne, sopravvive a uno spaventoso incidente stradale nel quale muoiono due suoi amici. Si riprende fisicamente ma non riesce a superare lo shock emotivo. Comincia a sfogarsi attraverso la scrittura, dove manifesta un’inquietudine accompagnata dal desiderio di trasgressione e di fuga: “cambiare soldi tutti i giorni non è la mia più grande aspirazione”. Inizia a viaggiare, solo o con amici, e, da psiconauta, come si definisce, dopo la “rottura col mondo intero”, “in ritiro nella giungla giamaicana”, dà inizio a questo diario-memoria, in cui cerca di ricucire i tasselli, spesso confusi, della sua esistenza. Qui vive per lunghi periodi prima da turista, poi da imprenditore-socio di varie attività, fra natura, libertà, divertimenti, avventure sentimentali e guai in cui si caccia, alternando momenti tranquilli a giorni in cui si abbandona a improbabili deliri, ascoltando “quello che il mio cervello mi diceva”. A volte la scrittura è un flusso di pensieri sotto l’effetto di droghe leggere. “Godo della mia libertà, soffro per la mia solitudine, vivo nella mia liberitudine. Caro diario sono sempre io. Chi pensavi che fosse!!! Stai tranquillo stò bene... almeno credo”.
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cristina chierchini Giuseppe Manetti    
"Maledetta guerra"

diario, 1917-1918
Un contadino toscano è richiamato sotto le armi a trentadue anni durante la Grande Guerra. Costretto a lasciare i numerosi fratelli, il suo lavoro e la moglie incinta, da autodidatta, affida a due piccoli quaderni la testimonianza di sedici mesi, dal 1917 al 1918, prima di addestramento a Modena, poi di guerra, ma soprattutto di grande nostalgia per la moglie e di tenerezza per la figlia che non ha visto nascere. Pensando a una sua probabile morte scrive nella prima pagina: “O essere umano che troverai questo libretto, tù lo spedirai alla mia cara famiglia, in nome di Dio” e più avanti, premurosamente, “mia cara moglie, quando ti giungerà questo libriccino, io sarò belle estinto io capisco quale effetto ti farà ma io ò pensato di far così in modo che tu non stia qualche mese senza sapere ciò che mi e accaduto”. La sua ostilità verso la guerra è un aspetto costante delle sue riflessioni, “come se li omini fossero bestie ferocie, quello che penso entro di me e questo, me, mi uccideranno ma io non potrò avere il coraggio di uccidere un altro per quanto i nostri superiori ci dichino che sono nemici i governi ma no io che non li conosco neppure” e ancora: “bisognerebbe vedere quanti lavori di offesa e difesa qua si è creato, un altro nuovo mondo trasformato tutto dalla natura di un terreno civile in una natura artificiale bellica poveri omini tutti i vostri studi come male li ai adoperati!”. Commenta continuamente la distruzione che la maledetta guerra porta con sé: “quanto siamo in civili!”. Il racconto più drammatico è quello dei soldati e dei civili durante la ritirata di Caporetto: incendi, distruzione, pioggia, fango e soprattutto saccheggi, “sopportando quelli in coscienti che in cosi tristi momenti si gettano nel vizio e si bevono la testa che in questi casi in vece di averne una ce ne vorrebbe due, sghignazzano gioiscono della ritirata, poveri uomini! quanto siete inferiori di quanto vi giudicavo quando ero a lavorare i miei campi”.
leggi l'inizio del testo



sisto pacetti con natalia cangi Sisto Monti Buzzetti    
"Cinquecento giorni di guerra"

epistolario, 1916-1917
Trecento lettere e cartoline che un giovane ufficiale di fanteria di stanza nella zona compresa tra il passo Rolle e la Val Cordevole, scrive alla famiglia dal fronte. Senza mai abbandonarsi alla disperazione o al lamento – anche se “i nostri occhi hanno perduto le lacrime” – Sisto si rivolge ai suoi cari con ironia, rassicurandoli sempre sulla sua salute ottima, sulla grande capacità di adattamento, allegando fotografie dei paesaggi montani che vede, pieno di serenità per l’affetto e le premure familiari. “Cara mamma, stanotte è stata la prima che ho passato al fronte. Ho dormito comodissimamente senza sentire punto freddo e pensare che mi trovavo oltre i 2000 m.”. La natura circostante, imponente e allo stesso tempo indifferente alla sorte umana, un senso del dovere assoluto, l’attaccamento al paese e alla famiglia, rendono ogni lettera un atto di fiducia verso l’uomo e un affidarsi alla misericordia divina. “Forti, si deve essere, forti nel soffrire finché la fibra resiste. Prego, prego e mi sento più tranquillo, più forte e la speranza si rinnova”. I combattimenti si intensificano, i nemici attaccano e la sua sorte è segnata, ma lui non teme per la sua vita ed è sicuro di tornare a casa. “La mia fiducia nella protezione di Dio non ha confine ed ogni giorno si rafforza alla prova. È vero che abbiamo dato delle buone scoppole all’esercito nemico. Ho assistito a delle carneficine, a delle stragi, che a me ormai abituato alla guerra, pur hanno fatto orrore”. Sino all’ultimo trasmette speranza. L’8 giugno scrive: “sto molto scomodo; vi scrivo su di una tavoletta appoggiata sulle ginocchia. Baci”. Morirà il giorno dopo durante un combattimento.
leggi l'inizio del testo



tullia vallecchi Bruno Palamenghi    
"Il colonnello di Girgenti"

autobiografia, 1863-1935
“Nella mia cameretta di Forte Mazna, il 20 Luglio 1888, solo, tranquillo, lontano da tutti, comincio questo mio piccolo e sintetico giornaletto. Sarà tutt’altro che un lavoro letterario, non è un romanzo. Sarannovi segnati piccoli e brevi ricordi della mia vita, sarà un semplice Diario. Non sarà la mia autobiografia. Sarebbe un mostrare agli altri la propria biancheria intima”. Ancora adolescente si trasferisce con la famiglia a Napoli, dove vive lo zio Francesco Crispi, futuro presidente del consiglio. Entra all’Accademia di Modena nel 1882, non ancora ventenne, e inizia la sua carriera militare e di relazioni amorose varie e interessanti per “tattica, sistemi, incontri”. Si tiene più che può, con astuzia, lontano dal matrimonio: “elegante, simpatico. Molto ricercato dalle belle Signore e donnine eleganti”. Dopo le epidemie di colera a Napoli e in Sicilia e dopo il terremoto di Messina, presta soccorso alle popolazioni. Viene trasferito in varie località italiane. Nel 1911 partecipa alla spedizione in Libia, e a novembre, di ritorno con gli altri superstiti, viene acclamato come eroe a Palermo dalla folla e dal Re. Durante la Grande Guerra guida l’esercito nelle battaglie dell’Isonzo e nel Carso e fronteggia la Strafexpedition austriaca, riuscendo a contenerla. Prosegue le azioni di guerra conquistando Gorizia, ma viene rimosso dall’incarico e collocato, suo malgrado, a riposo. Viene richiamato in servizio a Palermo, si iscrive al partito fascista e, nel 1923, entra a far parte della Milizia volontaria di Sicurezza nazionale. Dal 1924 diventa Regio Commissario e poi Podestà in alcuni comuni siciliani. In quell’anno partecipa ad un corteo a Roma per rendere omaggio al Re e per incontrare Mussolini. Dalla gloria passa alla disperazione quando un figlio tenta il suicidio, mentre un altro, tenente colonnello dell’aviazione, subisce la delusione del congedo anticipato da parte di Balbo nel 1930. “Sono sfinito, annientato. Il morale mi ha logorato il fisico, e mi sento affranto da una stanchezza infinita. Un male permanente, una infinità di dolori e tormenti, avuti per colpa dei miei figlioli, mi consuma come la fiamma consuma la cera”. Tre anni dopo però registra la nascita del nipote Gian Bruno e torna a sorridere.
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Presbiter    
"Anima inquieta"

diario, 1978
Giorni di solitudine e intima riflessione sull’agire umano e sul rapporto con Dio nel diario di un sacerdote. Insegnante di religione, assistente spirituale e parroco: impegni assidui, preoccupazioni familiari e un senso di profonda solitudine che non trova quiete. “Sotto un cielo rigido e sereno, si apre il nuovo anno 1978. Stanchezza e monotonia caratterizzano questo primo giorno dell’anno non disgiunto da una brusca esasperazione, per incomprensioni famigliari e qualche contrattempo… L’animo si sente sgomento di fronte al nuovo cammino che s’inizia”. L’intima insofferenza verso gli obblighi scolastici, che sottraggono preziose energie, le incombenze familiari che opprimono, il desiderio di una qualità della vita che restituisca all’esercizio del sacerdozio il valore primo e più intenso, sono gli elementi ricorrenti in ogni pagina. “L’anima avverte tutto il richiamo del gran Santo della Catechesi e dell’ideale sacerdotale al quale un giorno si è votata, ma insieme tutto il dramma di un ambiente clericale gelido e di un’insofferenza invincibile a viverci dentro... quella sua solitudine sospira la luce, e geme e si smarrisce...”. Un anno intenso, segnato da dolorose vicende politiche, dalla scomparsa di due pontefici e della madre, ma sempre aperto alla misericordia divina, si chiude con un “addio”, che si comprende essere una pausa distensiva di una vita solitaria, da 35 anni consacrata al Signore: “donazione eroica, che si vive nella lotta, giorno per giorno”.



marcella schiera con guido barbieri Marcella Torretta    
"In ricchezza e in povertà"

autobiografia, 1886-1953
“Prima che s’affievolisca la mia mente voglio fermare sulla carta i ricordi cari, più tristi che lieti della mia vita”. Con queste parole Marcella Torretta, nata da un’agiata famiglia torinese, inizia la sua autobiografia ormai sessantenne, nel giugno del ‘44. A cinque anni perde la madre e due anni dopo entra in collegio con la sorella maggiore. Ne esce quindicenne, conclude gli studi magistrali senza immaginare che quel diploma le avrebbe permesso di superare molte inaspettate difficoltà economiche. Circondata dall’amore del padre e dei familiari, con il matrimonio inizia il periodo cupo della sua esistenza. “Poveri miei sogni giovanili, quando credevo che l’amore fosse la luce, calore, ebbrezza soprattutto gioia di essere al fianco di un uomo che col suo braccio ci sostenesse, col suo coraggio ci difendesse, un uomo sulla cui spalla riposare serene, forti della sua protezione. In quella fatale sera, sentii per una triste divinazione, quello che sarebbe stato il mio avvenire”. Sposa di un uomo dedito al gioco che riduce la famiglia in povertà, madre premurosa di tre figlie, Marcella supera con coraggio umiliazioni e sacrifici, lascia il marito dopo dubbi e ripensamenti, e, grazie al suo diploma di maestra, riesce a mantenere se stessa e la famiglia. In servizio presso sedi di montagna, ricostruisce il proprio futuro e trova un nuovo equilibrio, seppur messo a dura prova dalla perdita del padre, poi della sorella e del fratello. Tenace e ormai capace di superare ogni ulteriore dolore, vede le figlie trovare lavoro e, la più piccola, Zelmira, iniziare una brillante carriera di insegnante. Quando sembra che la serenità sia una conquista definitiva, l’impegno politico di Zelmira nella Repubblica Sociale, costringe madre e figlie ad abbandonare l’amata Torino per Palermo. Di nuovo tutto cambia, come un cammino senza fine alla ricerca di un’intima quiete : “Così lontana dalla mia città natia, senza amici e mi sento estranea in questo bel paese. Non sono riuscita ad amare Palermo, sento tanta nostalgia del mio Piemonte, anche se a Torino ho sofferto, in essa è sepolta la mia giovinezza ed i miei cari”.
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fabrizio fassio con natalia cangi Alceste e Augusto Trionfi    
"Patriota e garibaldino"

memoria, 1840-1912
Rimasto orfano in tenera età, Augusto viene affidato a un ricco possidente di Roma che gli fa frequentare il collegio dei Gesuiti dal quale viene espulso per indisciplina. A sei anni assiste ai festeggiamenti per l’elezione di Pio IX e a nove è proclamata la Repubblica Romana. “Allo squillare delle trombe mi precipitavo in istrada, seguivo i soldati, correvo dietro ai Lancieri della Morte e alle batterie che passavano al galoppo, e se non v’era di meglio mi recavo a veder costruire le barricate per lo Stradone, sulla Piazza e a Porta S. Giovanni dove da un giorno all’altro si attendevano le truppe borboniche. [...] Il 30 giugno i francesi entrarono in città per la breccia di Porta San Pancrazio, e le ostilità cessarono [...]. La mattina del 2 luglio Garibaldi arringò i superstiti sulla piazza di San Pietro”. Lo vede per la prima volta e ne rimane rapito. Fino al 1859, secondo quanto scrive il figlio Alceste “passò la vita nell’ozio”, frequenta i liberali e quando sta per essere arrestato abbandona Roma e si arruola a Napoli. Nel 1860 Garibaldi è acclamato come “un cantante di cartello”. E lui indossa “l’uniforme da coscritto. Così, bene o male, assicurai la pagnotta quotidiana”. Combatte il brigantaggio, “promosso ed incoraggiato dai vari componenti dell’aristocrazia nera”. I difficili passaggi doganali dell’epoca non lo scoraggiano e, tornato nello Stato Pontificio con molte peripezie, riprende i contatti con i patrioti, riesce a raggiungere l’esercito di Garibaldi e a partecipare al “vano eroismo di Mentana”. Costretto ad abbandonare Roma, si rifugia a Spoleto dove trova lavoro e si sposa. Nel 1870 torna nella sua città natale quando è ormai unita all’Italia. Nel 1914 il figlio, cresciuto nel culto di Garibaldi e affascinato dallo spirito rivoluzionario del padre, ne riordina i ricordi e aggiunge la testimonianza dei loro “pellegrinaggi” a Caprera “alla tomba dell’Eroe”.
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giuseppe vizzinoni Giuseppe Vizzinoni    
"Un giorno piovoso"

autobiografia, 1960-2003
Un incidente di moto infrange il sogno di lavoro e di avvenire di un giovane non ancora ventenne, già orfano di entrambi i genitori. “Ero forte e sano, sicuro che la Marina mi avrebbe accolto nelle sue schiere, volevo girare il mondo”. La perdita dell’uso delle gambe segna invece l’inizio del suo calvario esistenziale. “Allora avevo 19 anni, quando mi risvegliai ne avevo venti compiuti”. A 25 lascia l’ospedale e viene trasferito in un centro specializzato, dove, aiutato anche dallo sport, che segna la sua rinascita, impara “come gestire meglio il corpo”. Disputa partite di pallacanestro e si tiene continuamente in allenamento fino a “considerare la carrozzina un opzional”. Trova un’abitazione che può gestire con la collaborazione e l’amicizia dei vicini che gli danno “sicurezza e coraggio, col loro sostegno ho imparato a osare dove non avevo capacità, andiamo nei cinema nei bar nelle pizzerie”, finché conosce e accoglie in casa una donna, madre di due figlie che lui cresce e ama come fossero sue, ma che lo ingannano fino a costringerlo ad andarsene. “Tradito e umiliato ritorna nel suo inferno” con l’unica compagnia dell’amato cane. Si ricongiunge al fratello dopo trent’anni di separazione. Perde molti soldi giocando alle slot-machine, altri ne presta ingenuamente, passa un lungo periodo vivendo dentro un furgone adattato a casa, arrangiandosi come può fino al ricovero in una clinica di Ostia. Ma il peggio deve ancora venire: instaura rapporti di amicizia e relazioni amorose con donne che puntualmente lo deludono. I pregiudizi sul suo stato gli rendono difficile anche trovare un’abitazione. Nel presentare il suo scritto, commenta: “quando ormai era tardi il Comune di Roma gli assegnò una casa popolare dove tuttora vive solo, rassegnato al sopravvivere”.
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premi speciali


Premio speciale della Commissione di Lettura “Giuseppe Bartolomei” ex aequo

Sabatino Basso
nato a Secondigliano (Napoli) nel 1875, morto nel 1921
Partimmo come tante pecore sbalordite
memoria, 1908
Dalla Sicilia all’America del Sud nei primi del Novecento: magliaio, insieme con alcuni parenti e connazionali, parte con l’intento di fare fortuna vendendo vestiti spediti dall’Italia. Viaggiano in treno, in nave, con muli e cavalli attraversano l’Argentina, il Cile, il Perù e l’Ecuador, incontrano gente locale e l’autore ne descrive usi strani e tradizioni antiche.

Pietro Ernesto Galli    
nato a Vignola di Pontremoli (Massa Carrara) nel 1884, morto nel 1916
Appunti di viaggio
epistolario, 1914-1915
Un marinaio toscano scrive a casa da bordo di una nave che naviga sostando in India e in Sud Africa. Visita alcune città e ne descrive i luoghi, le persone, gli usi così diversi da quelli europei. Quando la corrispondenza finisce è già iniziata la prima guerra mondiale e lui commenta le alleanze dell’Italia.



Premio per il miglior manoscritto originale

il manoscritto di bruno palamenghi nella mostra 2007    Bruno Palamenghi
nato ad Agrigento nel 1863
Il colonnello di Girgenti
autobiografia, 1863-1935
Il testo è anche finalista del Premio Pieve.
Vai al riassunto.




il comunicato della giuria
La Giuria nazionale del Premio Pieve - Banca Toscana, riunita il 15 settembre 2007 a Pieve Santo Stefano, ha svolto un ampio dibattito sui dieci testi presentati dalla Commissione di lettura, che spaziavano da diari di metà Ottocento volti a riprodurre ritratti e atmosfere dell’ancien regime in Italia, a memorie scritte negli ultimi decenni del Novecento. Si tratta di diari, epistolari e memorie che riguardano una vita intera o anche un anno straordinario o addirittura pochi mesi di vita contrassegnati da una qualche eccezionalità. Alla fine della discussione, la Giuria ha deciso all’unanimità di assegnare il premio della ventitreesima edizione all’epistolario del giovane ufficiale di fanteria Sisto Monti Buzzetti, per la straordinaria lucidità della sua testimonianza scandita dalle 287 missive inviate ai familiari dal fronte della prima guerra mondiale. Le lettere, influenzate dalle preoccupazioni di rassicurare i congiunti, spingono il giovane autore a privilegiare il lato allegro, ludico e persino comico della vita di guerra, affrontata con ironia e giovanile baldanza e con forte senso del dovere. Ma presto, nella corrispondenza di Sisto, si insinuano, con forza crescente, lo sconforto e l’angoscia per lo spettacolo delle stragi senza senso e senza limiti, che si traduce a poco a poco nel presentimento della sua prossima fine. In questa parabola, l’epistolario costituisce una dolorosa e struggente conferma delle dimensioni destabilizzanti di un conflitto che la memoria e la storiografia hanno riconosciuto sempre più chiaramente come il tragico esordio di un’epoca di ferro e di fuoco, destinata a segnare in profondità la storia dell’Europa e del mondo occidentale.






crediti


ARCHIVIO DIARISTICO

presidente
Lamberto Palazzeschi

vice presidente
Natalia Cangi

direttore culturale
Saverio Tutino

direttore scientifico
Camillo Brezzi

direttrice organizzativa
Loretta Veri


PREMIO PIEVE - BANCA TOSCANA

direzione artistica
Natalia Cangi, Andrea Franceschetti, Loretta Veri

ospitalità
Anna Maria Leonardi, Angela Rubechi

mostra manoscritti
Cristina Cangi

responsabile staff tecnico
Laura Mormii

ufficio stampa
Antonella Brandizzi, Andrea Franceschetti

Giuria Nazionale
Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Cangi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Vittorio Dini, Antonio Gibelli, Roberta Marchetti, Maria Rita Parsi, Nicola Tranfaglia, Saverio Tutino (presidente)

Commissione di Lettura
Silvia Bragagni, Antonella Brandizzi, Daniela Brighigni, Marco Camaiti, Natalia Cangi (presidente), Ivana Del Siena, Elisabetta Gaburri, Gabriella Giannini, Adriana Gigli, Valeria Landucci, Bettina Piccinelli

staff
Patrizia Baldini, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Marco Camaiti, Grazia Cappelletti, Laura Caterbi, Sara Cipriani, Alessia Clusini, Patrizia Dindelli, Federico Franchi, Fabrizio Mugelli, Luisa Pari, Bettina Piccinelli, Francesca Senesi

con la collaborazione di
Amministrazione Comunale di Pieve Santo Stefano
Comunità Montana Valtiberina Toscana

le foto del Premio Pieve sono di
Luigi Burroni, Gianni Fontana, Loretta Veri



sponsor ufficiale
il logo della banca toscana


ULTIMO AGGIORNAMENTO
3 marzo 2008
www.archiviodiari.it/resoconto2007.html



cristina e il riso nero ore tredici il sole splende anna e angela alle informazioni lo staff artistico: andrea, cristiana e grazia sedie l'ufficio stampa
andrea e la vettura ufficiale del premio pieve quante file di sedie? il sindaco pausa al colledestro fabrizio l'equilibrista luigi e il muro della filarmonica
mugelli & mormii il bravo presentatore il settore ospitalità interno libreria piove la scaletta
sedie l'alfabeto di pieve dopo la pioggia alessia e la vettura non ufficiale del premio pieve l'immancabile segno della disperata gang è finita!



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