http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2005
ventunesima edizione


 resoconto della manifestazione


un momento della manifestazione

un momento della manifestazione



martedì 6 settembre ore 11,00
conferenza stampa
Assessorato alla cultura della Provincia di Arezzo
Via Guido Monaco 17 - Arezzo


hanno partecipato
Lamberto Palazzeschi
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico

Emanuela Caroti
Assessore alla Cultura della
Provincia di Arezzo

Aldighiero Fini e Alessandro Lami
per la Banca Toscana
Sponsor del Premio Pieve

Camillo Brezzi
Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Arezzo
e membro della Giuria nazionale del Premio Pieve

Fabrizio Raffaelli
Direttore generale dell'Agenzia per il Turismo di Arezzo

Natalia Cangi
che ha presentato i finalisti
del Premio Pieve – Banca Toscana 2004

Luca Ricci
Direttore artistico del Premio Pieve
che ha presentato il programma
della ventunesima edizione





un'immagine delle luminarie rionali       7-8 settembre
festa della madonna dei lumi
tradizionale festa di Pieve Santo Stefano
alla processione religiosa in onore della Madonna dei Lumi sono seguite le luminarie dei rioni, le rievocazioni storiche, il corteo e calcio in costume, i fuochi sul Tevere, spettacoli pirotecnici, concerti, mercatini.




9-11 settembre
incrinature/resistenze
immagini dall'Archivio dei diari
fotografie di Liliana Grueff

     un'immagine dell'allestimento di liliana grueff     Palazzo Pretorio, Sala della Filarmonica
inaugurazione ore 18,00

le fotografie di Liliana Grueff sono tratte da alcuni dei documenti autografi dell'Archivio di Pieve, fra i quali i quaderni di Luisa, il diario di Paolino Ferrari e di Adler Ascari, l'autobiografia di Vincenzo Rabito




INCRINATURE/RESISTENZE
diario di uno sguardo

Il lavoro, di cui si mostrano qui dei provini e una prima selezione di materiali, è parte di un percorso fotografico dedicato alla scrittura. Se l'incontro con un libro di poesie -un luogo del linguaggio, e anche un oggetto in grado di generare risonanze e immagini- è stato all'origine della prima parte di tale percorso*, sono gli straordinari materiali dell' Archivio dei diari ad averne originato la seconda. Attraversati da una scrittura a volte incolta ma capace di esprimere con forza la necessità e l'urgenza che sono di ogni scrittura, i diari la rivelano nel suo momento sorgivo di segno, e di reliquia. Per affermare identità, cura di sé, testimonianza, memoria, volontà di resistere alla voragine del tempo, affondando e risalendo, raccontando, scrivendo.

Liliana Grueff
* Pagine carta parole. Fotografie di un libro, esposto nel 2004 a Firenze e Venezia





9-11 settembre
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio, Sala Consiliare

esposizione del Lenzuolo di Clelia Marchi e dei manoscritti più preziosi inviati nel 2005

Autori Vari
Carlo Arrighi
Luigi Conti
Cecilia De Stefani e Guglielmo Squarcialupi
Bruna Dina e Cesare Genti
Federica Doglio
Benvenuto Donati
René Drovandi
Raffaele Favero
Marta Fiorio
Giovanni Givone
Edith Hertlein
Iaroslaw Huvika
Giuseppe Nonno
Giuseppe Sarno
Lucia Zanotti
l'epistolario di raffaele favero nell'allestimento di cristina cangi

allestimento di
Cristina Cangi




leggere di emigrazione     venerdì 9 settembre
Teatro Comunale
lèggere di emigrazione
presentazione delle pubblicazioni 2005 curate dall'Archivio diaristico

Lontana terra
edito da Terre di Mezzo
antologia di diari a cura di Natalia Cangi, Bettina Piccinelli e Loretta Veri
Esuli pensieri
edito da Storia e Problemi Contemporanei
atti del convegno del 14-15 novembre 2003 a cura di Camillo Brezzi e Anna Iuso

interventi di Natalia Cangi, Pietro Clemente, Bruna Giovannini e Anna Iuso
letture di Grazia Cappelletti, Elena Catacchini e Mauro Nerucci
coordina Camillo Brezzi


esibizione dei cavalieri di matilde     venerdì 9 settembre
Logge del Grano
pause leggère
buffet offerto da La Strada dei Sapori
della Valtiberina Toscana

esibizione in costumi storici del Nobile Ordine dei Cavalieri della
Contessa Matilde di Piersimoncione da Montedoglio


antonina azoti con mario riccieri     venerdì 9 settembre
Teatro Comunale
lèggere di mafia
presentazione delle pubblicazioni 2005 curate dall'Archivio diaristico

Ad alta voce
di Antonina Azoti
edito da Terre di Mezzo
diario vincitore del Premio Pieve - Banca Toscana 2004


interventi di Antonina Azoti, Luca Ricci, Mario Riccieri e Nicola Tranfaglia
coordina Andrea Franceschetti




sabato 10 settembre ore 10,30
raccontare l'europa
Teatro Comunale

incontro del progetto raccontare l'europa

resoconto sul primo anno di attività del progetto Telling Europe
con i rappresentanti delle istituzioni europee che vi hanno preso parte

con
Andrea Ciantar
Università Popolare - Upter (Roma)

Roberto Falanga
Arxiu de la memòria popular (La Roca del Vallés)

Daniela Brighigni
Archivio diaristico nazionale (Pieve Santo Stefano)


gli altri partner del progetto sono Telling Europe sono
Heimatmuseum Treptow (Berlino)
Association pour l'autobiographie et le patrimoine autobiographique (Bruxelles)
Facultad de Ciencias de la Educación (Lleida)
Università Popolare F.S. Nitti (Melfi)

durante l'incontro è stato presentato il concorso europeo
di scritture di sé
Raccontare l'Europa

al termine dell'incontro
la Filarmonica Ermanno Brazzini si è esibita nella
Piazza delle Logge del Grano




sabato 10 settembre ore 15,30
leggere e scrivere diari
Tempietto del Colledestro

grazia cappelletti e andrea franceschetti le ragazze del gruppo di danza libellula il coro altotiberino andrea franceschetti presenta i finalisti alla commissione di lettura

merenda sul prato
a cura di Grazia Cappelletti

Incontro fra la Commissione di lettura
e i finalisti del Premio

con i finalisti
Maria Buonavista
Tommaso Colella
Silvana Conci
Marina e Cesare Genti
Maria Antonietta Donatiello
Patrizia Favero per Raffaele Favero
Mauro Ferrari
Giacomo Montemezzani
Rosalba Negri per Giovanni Piazza
Anna Luisa Tizzanini


Consegna dei premi speciali

Premio speciale della commissione di lettura
agli epistolari
Laura Badini-Gustavo Colonnetti e
Cecilia De Stefani-Guglielmo Squarcialupi

Premio per il miglior manoscritto originale
al Giornale di viaggio
di Luigi Conti

con la partecipazione
del Coro Altotiberino Folk Melody
e del Gruppo di danza Libellula

l'Agenzia per il Turismo di Arezzo
ha assegnato un riconoscimento ad
Antonina Azoti
nell'ambito del Progetto
Benvenute in Toscana

coordina
Andrea Franceschetti




sabato 10 settembre ore 18,00
riunione della giuria nazionale
Palazzo Comunale

la riunione della giuria nazionale, 2005

riunione della giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XXI Premio Pieve – Banca Toscana 2005

la giuria
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Beppe Del Colle
Vittorio Dini
Piero Gelli
Antonio Gibelli
Roberta Marchetti
Silvia Melloni
Maria Rita Parsi
Luca Ricci
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino




sabato 10 settembre ore 21,30
la musica della memoria
Piazza Plinio Pellegrini

il concerto degli zezi a pieve diavule a quatto angelo de falco un momento del concerto

Diàvule a quatto
Concerto di
e Zézi
gruppo operaio
di Pomigliano d'Arco

con
Angelo De Falco
Matteo D'Onofrio
Anna Cefalo
Sebastiano Ciccarelli
Enzo Ciccarelli
Gaetano Caliendo
Francesco Migliaccio
Enzo Salerno
Roberto Sansone




domenica 11 settembre ore 10,00
leggere e scrivere diari
Piazzetta delle Oche

catia de vincentis in un momento della sua esibizione un momento dell'incontro con la lista d'onore grazia cappelletti legge un brano di diario l'incontro fra commissione e lista d'onore

la Commissione di lettura
incontra i diaristi scelti per la Lista d'onore

Anna Pia Bertocchi
scelta da Marco Camaiti

Diego Carmeci
scelto da Gabriella Giannini

Alberto Cattaneo
scelto da Patrizia Dindelli

Paola Demi
scelta da Enrico Giovanelli

Bruna Franceschini
scelta da Silvia Bragagni

Elisabetta Franceschini
scelta da Valeria Landucci

Paola Giunti
scelta da Antonella Brandizzi

Elena Lai
scelta da Natalia Cangi

Giuseppe Nonno
scelto da Cristiana Cipriani

Antonio Pelliccioni
scelto da Laura Mormii

Licio Sabatini
scelto da Adriana Gigli

Anna Serra
scelta da Carlo Marino Buttazzo


interventi musicali di
Catia De Vincentis

letture di
Grazia Cappelletti

coordinano
Natalia Cangi e Luca Ricci




conferenza stampa
Teatro Comunale ore 12,30
Annuncio del vincitore alla stampa.
Lettura del comunicato
della Giuria Nazionale

Vincitore dell'edizione del Premio Pieve
Banca Toscana 2005:
Raffaele Favero





il pranzo folcloristico 2005     domenica 11 settembre ore 13,00
pranzo folcloristico

Asilo Umberto I°
a cura del cuoco
Alessio Cipriani





domenica 11 settembre ore 16,30
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini

concita de gregorio saverio tutino legge la motivazione delle giuria nazionale maurizio luciani marcello fiorini marco paolini guido barbieri


dieci persone raccontano
Guido Barbieri
Concita De Gregorio
Saverio Tutino
incontrano i finalisti 2005


manifestazione conclusiva del XXI
Premio Pieve – Banca Toscana

ospite d'onore
Marco Paolini
che ha ricevuto il premio Città del diario 2005
dall'Archivio diaristico per il suo lavoro sulla memoria

interventi musicali di
Marcello Fiorini e Maurizio Luciani


la manifestazione conclusiva del XXI Premio Pieve - Banca Toscana
è stata trasmessa da Radiotre
lunedì 12 settembre alle ore 20,30


al termine della manifestazione
brindisi con il vincitore
presso il pub Vecchia Pieve
con i ritmi jazz di
Luca Mariannini (tromba e flicorno soprano) e Giovanni Belli (chitarra)


in occasione della manifestazione è stato emesso uno speciale annullo filatelico







dieci persone raccontano

il logo del premio pieve 2005







lamberto palazzeschi con maria buonavistaMaria Buonavista    
"I miei cento anni"

autobiografia, 1903-2004

Alla soglia dei cento anni, una pensionata e ricamatrice nata in Emilia, ma che ha sempre vissuto in Romagna, decide di ripercorrere le tappe della sua lunga e tormentata esistenza. In una famiglia in cui abbondanti erano solo i figli, Maria trascorre un'infanzia dolorosa, vedendo la madre imprigionata in una vita matrimoniale oppressiva, tra povertà, doveri e responsabilità. Maria deve sopportare anche un'umiliazione fisica, dovuta a una frattura non curata alle anche che le procura una menomazione perenne: "non fui portata da un medico, quando sarebbe bastata una fasciatura per qualche settimana e tutto sarebbe tornato normale".
Allo scoppio della guerra, nel 1914, il padre è a Milano per lavorare in una vetreria, mentre loro sono a Massalombarda, nel ravennate: "restammo al paese privi di tutto, senza sussidi (…) ciò che [mio padre] guadagnava non bastava per lui stesso". I figli nel frattempo sono diventati sette. Lei, ancora piccola, è costretta ad aiutare la madre nel lavoro: diventa mondina, contadina e va a servizio come domestica presso alcuni signori del luogo. Qui, Maria conosce pure la violenza di un padrone. Mentre il dopoguerra lascia una scia di rivendicazioni sociali, scioperi e violenze di ogni genere, fino all'instaurarsi del fascismo, Maria tiene duro imparando il mestiere di sarta e di ricamatrice. Nel 1922, la famiglia Buonavista perde la madre. Da allora, Maria diventa il punto di riferimento per i fratelli più piccoli, e lo è ancor di più dopo che il padre li abbandona per tornare a Milano.
Nel 1929 conosce Oddone, ed è l'amore, anche questo travagliato. Nel 1930 nasce Luciano, ma Maria si sposerà con il padre dei suoi figli solo nel 1933. Nel 1934 è la volta della piccola Adele, e in quello stesso anno la famiglia del marito perde definitivamente tutte le rendite su cui contava e si trasferisce a Forlimpopoli. Senza soldi né mestiere, Oddone parte per l'Africa come volontario - lei è incinta di Gabriella che nascerà nel 1937 -, per tornare poco prima della seconda guerra mondiale. Nel frattempo Maria porta avanti la famiglia: "io sempre sola, ed il mio studio era di non rendere evidente la miseria, con una povertà decorosa". Gli anni della guerra sono terribili, tra fame, sfollamenti tra le Marche e la Romagna, persecuzioni, e innumerevoli lutti: "ridotti, costretti come animali braccati, sempre all'erta, inseguiti ed inseguitori senza alcun senso, solo la precarietà di tutto, della vita stessa".
Solo dagli anni Cinquanta la famiglia inizia ad avere un po' di serenità, in coincidenza con il risveglio di tutto il Paese. All'inizio si risollevano cucendo e vendendo piccoli oggetti fatti di panno-lenci, arrivato grazie agli aiuti del Piano Marshall. Per dieci anni Maria fa la parrucchiera, poi vede i figli sposarsi e farsi la loro famiglia. Nel 2003 festeggia i "primi cento anni di vita" scrivendo che "ne valeva la pena" perché ogni giorno c'è "sempre da vivere, da amare, da credere".
leggi l'inizio del testo




tommaso colella sul palco dei diariTommaso Colella    
"Cacciatore di carri armati"

memoria, 1940-1945

A sessant'anni di distanza dagli eventi della seconda guerra mondiale, un pensionato abruzzese decide di raccontare l'avventura di cui è stato protagonista durante le operazioni militari nella penisola balcanica.
Chiamato alle armi nel febbraio del 1940, è inviato col suo reggimento nell'isola di Rodi, nell'Egeo. Dopo l'8 settembre del 1943, quando i comandi italiani lasciarono le nostre truppe allo sbando e senza ordini chiari, Colella decise di arruolarsi coi tedeschi: "loro offrivano due condizioni o filo spinato o libero volontario, io non potevo essere tanto scortese da scegliere il campo di concentramento e perciò con prontezza e decisione risposi Italiano frai willich".
Dopo l'addestramento divenne "cacciatore di carri armati" ma, a causa dell'imminente avanzata dell'esercito sovietico, i tedeschi furono costretti a lasciare le posizioni e ad arretrare verso Nord. Si diressero prima in Albania, all'inizio seguendo la linea ferroviaria, per poi proseguire a bordo di camion, e per lunghi tratti anche a piedi, verso la Jugoslavia. Il cammino di Tommaso a fianco dei tedeschi venne interrotto dopo uno scontro a fuoco con i partigiani jugoslavi. Lui riuscì a scappare attraverso i campi ma perse di vista l'autocolonna di mezzi tedeschi che intanto proseguiva la propria marcia verso Belgrado. Smarrito e stanco, Tommaso salì a bordo di un carro armato che procedeva verso la capitale jugoslava, convinto di raggiungere in breve tempo il resto della truppa. Nel tragitto aiutò a salire altri tre soldati tedeschi, inizialmente impauriti. A quel punto, scoprirono di essere su un mezzo dell'Armata Rossa. La marcia proseguì con il timore di essere scoperti e uccisi. La situazione divenne paradossale perché il carro venne raggiunto da una macchina requisita ai tedeschi con due ufficiali russi a bordo che guidavano un’intera autocolonna sovietica. "Il mio carro armato faceva da spartiacque, o era proprio quel carro armato che impediva a quel maggiore comandante di aprire il fuoco contro di noi". Gli ufficiali russi erano confusi ed è forse questa incertezza che salvò la vita ai quattro. Quando Tommaso riuscì finalmente a scendere e a porsi in salvo, fece una breve sosta, in mezzo ai disordini e alla confusione, e poi proseguì il viaggio a fianco dei tedeschi. Sopravissuto ad una sanguinosa battaglia e ai bombardamenti dell'esercito sovietico, arrivò finalmente a Belgrado, dove si mise in salvo ma perse definitivamente contatto con l'esercito tedesco che continuava a ritirarsi verso Nord. "Con i tedeschi non avevo nessun debbito da pagare avevo fatto il mio dovere fino all'ultimo momento e non avevo niente da rimproverarmi".
Così, grazie all'aiuto di un civile, cambiò casacca, trovò lavoro come magazziniere e fu pure stimato dai partigiani di Tito, che gli dettero incarichi da corriere. Fino al rimpatrio, a guerra conclusa.
leggi l'inizio del testo




silvana conci durante la premiazioneSilvana Conci    
"Un viaggio tra sogni e realtà"

diario, 2001-2002

Silvana nel 1973 è in Africa, dove si sposa con Bona, un sudanese di etnia Nuer. Nel 1975 torna in Italia con la figlia per motivi di salute, perdendo i contatti con il marito, che riesce a rintracciare nel 1994. Dopo anni di sforzi inutili per ottenere i visti necessari per farlo entrare in Italia, e dopo aver saputo che Bona vive semiparalizzato a causa di un ictus in un campo profughi dell'Etiopia (nel frattempo in Sudan è infuriata un drammatica guerra civile), Silvana decide di recarsi ad Addis Abeba, nel luglio 2001, per convincere Bona a curarsi e per portarlo con sé in Trentino.
Il diario racconta il soggiorno di Silvana ad Addis Abeba nel luglio-agosto del 2001, in mezzo a varie difficoltà e imprevisti per poter arrivare al ricongiungimento. Infatti Bona, che per un periodo ha abitato nella capitale etiope, adesso si trova di nuovo in un campo profughi che è molto distante da Addis Abeba. Già prima di arrivare in Etiopia, Silvana aveva trovato la disponibilità di un profugo che conosce il marito e che si era offerto di aiutarla a rintracciarlo: "mi assicurava che avrebbe subito avvisato Bona, il quale in un paio di giorni avrebbe fatto ritorno nella capitale. Non era il modo migliore per intraprendere un viaggio in terre sconosciute, ma ormai tutto era pronto ed ero decisa di andare fino in fondo anche se la paura mi attanagliava lo stomaco".
Ad Addis Abeba Silvana è spaesata, non conosce la lingua e si sofferma spesso ad osservare la realtà locale, piena di miseria e dove non sono riconosciuti i diritti fondamentali dell'individuo, a partire dalla libertà di parola. Le difficoltà non mancano, le informazioni sono imprecise, forse ci vorranno molti giorni per riuscire a rintracciare il marito. Iniziano i pellegrinaggi tra l'ambasciata italiana, l'alto commissariato per i rifugiati, nonché vari uffici e ospedali, alla ricerca di notizie e contatti più sicuri. Finalmente dopo venti giorni arriva una telefonata da Bona: "non sento molto bene la sua voce perché la linea è disturbata, ma comprendo che sta nel campo e che non gli danno il permesso per uscire".
A causa della lentezza della burocrazia Silvana attende altri dieci giorni prima di rivederlo. Poi, emozionantissima, può finalmente rincontrarlo: "mi parla del posto in cui viveva con molti altri nuer e dell'Etiopia, paese in cui ha avuto tanti problemi. Gli domando se desidera davvero venire in Italia, risponde di sì ma che non gli danno il permesso". Riescono a ottenere tutte le carte necessarie e insieme salgono sul volo per l'Italia. Qui Bona ha potuto curarsi e migliorare il suo stato di salute, e ha ricominciato a vivere con Silvana e la loro figlia.
leggi l'inizio del testo




concita de gregorio intervista cesare gentiBruna Dina e Cesare Genti    
"Fuga a due voci"

epistolario, 1939-1946

Bruna e Cesare si conoscono ad Acqui (Al) nel 1938; lei è una ragazza ebrea di famiglia agiata che risiede nel paese, lui un giovane ufficiale d'artiglieria di Saluzzo che è ad Acqui per frequentare un corso da sottotenente. L'epistolario nasce come scambio fra due amici, ma ben presto finisce per testimoniare l'esistenza di un legame intenso e forte tra Bruna e Cesare. Sin dalle prime lettere emerge uno spaccato sociale vivo, intenso: i due ragazzi hanno interessi comuni come la musica, il cinema e la passione sfrenata per il ballo.
Nel 1939, anno in cui inizia lo scambio epistolare, in Italia sono già in vigore le leggi razziali. Scrive Bruna: "oggi sono un po' giù di morale perché è la prima volta che mi si fa sentire la differenza razziale - stasera c'è il ballo al Casino sociale ed io come al solito avrei dovuto ricevere l'invito, invece solo Piera e Carmen l'hanno avuto". Bruna si serve di un altro indirizzo dove ricevere le lettere, non tanto per mascherare le sue radici ebraiche, ma soprattutto per sfuggire alla censura operata dalla madre e potersi così ritagliare un angolo intimo, privato.
Nel 1942 Cesare parte per il fronte russo e le lettere s'intensificano rappresentando per entrambi un legame di speranza e di conforto. Anche quando le lettere non arrivano a destinazione, i due non rallentano nella scrittura, continuano a tenere stretto quel filo che li unisce, allontanando ogni presagio negativo. Nelle lettere di Bruna oltre ad un forte sentimento amoroso, c'è una meticolosa cronaca cittadina e un rendiconto dettagliato della vita in Italia: i film usciti nelle sale, le opere in cartellone, i libri più interessanti che ha scelto di leggere. Le lettere di Cesare - che intanto è divenuto tenente - anche se autocensurate non perdono né la spontaneità né la vivezza, e lasciano intravedere la situazione reale e drammatica vissuta dai soldati italiani sul fronte russo. "Cara Bruna cosa penserai di me? Hai ricevuto le mie due cartoline? Avrai sentito i bollettini, ma non stare in pensiero; ho perduto un po' del mio bagaglio e con esso la carta da lettere e ho dovuto limitarmi, per non lasciarti in pensiero, e scriverti delle scipite cartoline. Mia Bruna ti voglio sempre tanto bene e mai come in questi giorni tormentati ti ho pensato. Brutte cose ho visto, ma ora tutto è passato".
Nel 1943 lui ritorna dalla Russia al suo Piemonte, ma lei, dopo la nascita della Repubblica sociale, dovrà nascondersi per un oltre un anno e mezzo pur di non essere deportata (benché di questo periodo non vi sia traccia nell'epistolario). Finalmente, nel 1946, Bruna e Cesare si sposeranno, come testimonia l'ultima dolcissima lettera di lui che è una promessa d'amore che invia a lei in prossimità del giorno del loro matrimonio.
leggi l'inizio del testo




antonietta donatiello con la de gregorio sul palco di pieveMaria Antonietta Donatiello    
"All'improvviso"

diario, 1999-2004

Il diario di Maria Antonietta inizia con la descrizione delle paure e delle speranze di una giovane avvocato pugliese che si trasferisce a Torino per lavoro: "L'istinto mi ha spinto a compiere questa scelta e io l'ho seguito fino in fondo: ho grandi progetti per me, spero sia davvero giunto il momento di dire: IO SONO". Le uniche preoccupazioni sono legate alla nostalgia della famiglia e del fidanzato Francesco.
Le cose cambiano quando dopo un anno è costretta a rientrare a Mesagne, in provincia di Brindisi, per assistere la madre, colpita da un raro tumore cerebrale: "Oggi sarebbe una domenica perfetta, se io non avessi questo peso sulla coscienza e nell'anima. Non faccio altro che pensare a mia madre ed a quel suo esame. Ogni secondo che passa è una spina che si conficca in vecchie ferite e mi chiedo se Dio abbia deciso di mandarci un'altra prova e darei la vita perché non fosse così". È l'inizio di un calvario parallelo: da una parte una figlia che sacrifica la propria vita e i propri sogni professionali, dall'altra una madre che cerca la voglia di vivere tra dolori atroci e sofferenze: "esserle vicino, aiutarla in questa sua lunga improvvisa malattia è diventata la mia unica ragione di vita". Le fasi della malattia si alternano, e momenti di calma e serenità lasciano il posto a periodi di buio e ricadute, dove i ricoveri sono continui, tra ansie, attese, paure e incertezze: "la verità è che questo è un punto di non ritorno, dove si può solo sperare che non vada peggio di così e dove, ormai, si sa che questi ricoveri non risolveranno più nulla. Ma lei questo non lo sa ed è giusto che sia così per continuare ad alimentare la sua speranza". Sono pochi gli attimi in cui la mente divaga e poche le giornate che Maria Antonietta dedica al rapporto con il fidanzato, che la sorregge e aiuta.
Gli scoraggiamenti sono frequenti, la fede a tratti la sostiene, più spesso vacilla e, dopo un primo periodo di grande sforzo collettivo, Maria Antonietta deve riconoscere che, in quanto donne, la responsabilità dell'andamento della casa e della cura della madre ricadono soprattutto su di lei e sulla sorella.
Spinta dal padre e per dare una prospettiva a se stessa, Maria Antonietta apre uno studio di avvocato a Mesagne; dopo un primo periodo in cui l'attività stenta a ingranare, la professione comincia a darle qualche soddisfazione.
Ma le preghiere e gli sforzi per continuare a credere in una guarigione della madre sono vani: il diario si conclude poco dopo la morte della donna, a cinquantasei anni, che lascia un vuoto enorme nella vita di Maria Antonietta: "tutti pensano che io abbia rinunciato alla mia vita per lei e non comprendono quale onore, quale privilegio, quale dono immenso il cielo mi ha fatto per essere stata capace di esserle accanto e soprattutto per avere avuto accanto un angelo come lei, che ha continuato a sorridere nonostante tutta la sua sofferenza!".
leggi l'inizio del testo




guido barbieri con patrizia faveroRaffaele Favero    
"Rafiullah"

epistolario, 1967-1983

Attraverso lettere ai genitori e alla sorella, un giovane studente di architettura, interessato alle culture orientali, racconta i propri avventurosi spostamenti in vari stati asiatici e le esperienze di confronto con altre religioni, fino alla propria conversione all'islamismo.
L'epistolario inizia dall'ottobre del 1967, a Istanbul, prima tappa di un viaggio in Oriente che durerà più di un anno e mezzo. Scrive Raffaele: "voi lo sapete perché sono partito, per un qualcosa che si chiama cammino verso l'idea, l'illuminazione, intelligenza di tutte le cose, dio, soprattutto amore, poesia, filosofia". Dalla Turchia raggiunge l'India dove parla di religione con i nuovi amici incontrati durante il cammino, con i quali condivide una modalità di esistenza che riduce al minimo i bisogni materiali e la raggiunta pace interiore, diventando un seguace del Santo Spirito di Sainbaba: "Sono felice e sto bene qui con gli amici hippies che vivono su questa barca lentamente dondolata dal Gange e con gli amici gurus, shadu, dervish e fachiri che vivono sulle scalinate". Il cammino non è facile, sono continue le richieste di denaro ai parenti per poter continuare il viaggio senza ulteriori difficoltà: "Ti ringrazio infinitamente per quei soldi piovuti dal cielo: sai ho chiesto l'elemosina, ho dormito nelle stazioni, per terra, sotto la pioggia, ho digiunato e meditato. Non state in pensiero, sto bene, sono felice e vi amo sempre di più". Il viaggio prosegue tra Pakistan, Iran, Afghanistan, dove lavora come fotografo, architetto, musicista, occasionalmente come contrabbandiere, e dove vive sulla propria pelle le situazioni politiche instabili di quei Paesi, tra sequestri di beni e accuse di spionaggio. A un certo punto, inizia pure a costruire una grande casa su un territorio desertico che conta di riuscire a irrigare rendendolo fertile. Poi non ne farà nulla. Per guadagnare qualcosa, fa da tramite con l'Italia nel commercio di prodotti dell'artigianato locale.
Al primo viaggio ne segue un altro più breve, di circa dieci mesi, poi uno di oltre due anni e mezzo (settembre 1971- aprile 1974), in cui si trova prima nel mezzo del conflitto indiano - pakistano a condividere le sorti di quest'ultimo Paese, poi sceglie l'Aghanistran come sua patria d'elezione. Ed è proprio qui che nel 1973 incontra Jill, un'australiana in viaggio in Oriente, che condivide con lui interessi e aspirazioni. Si sposano l'anno seguente a Milano e partono per l'Australia, dove vivono in una grande fattoria assieme ai tre figli che nasceranno. Le lettere di questo periodo descrivono una vita di lavoro duro nei campi, con i cavalli, sempre in contatto con la natura, coltivando parallelamente lo studio delle filosofie e letterature orientali.
Nel 1979 viene a sapere dell'invasione sovietica in Afghanistan, dove si reca tre volte per fare servizi fotografici e documentari per la televisione australiana e italiana. L'epistolario si conclude nel 1983: durante una ripresa, Raffaele muore sotto un carro armato guidato da un dissidente afgano che combatteva a fianco dei sovietici.
leggi l'inizio del testo




l'intervista di guido barbieri a mauro ferrariMauro Ferrari   
"Tornerei ancora in Laos"

autobiografia, 1941-2004

L'autobiografia di un pensionato bergamasco che ripercorre le tappe della sua esperienza a contatto con la religione, dopo una vocazione scoperta durante l'adolescenza.
Entra in seminario nel 1958. Nel 1962, all'età di vent'anni, dopo una lunga peregrinazione da una congregazione religiosa all'altra, raggiunge il noviziato con gli Oblati di Maria Immacolata, missionari francesi specializzati nelle missioni in terre lontane. È il 1964 quando, a causa della sua vivacità ed estroversione, e proprio negli anni in cui il Concilio Vaticano II lavorava per rinnovare la Chiesa, Mauro viene ritenuto non idoneo a prendere la tonaca. Lui continua a credere che la religione vada professata tra le persone; per questo studia filosofia e teologia, dà vita a un gruppo di confronto interreligioso, scrive e canta canzoni, non solo di argomento sacro. Gli viene proposto di trasferirisi in Laos, perché c'è una missione che cerca insegnanti. Diventa così missionario laico. In Laos, nel mezzo dei disordini di una guerra civile, tramite il rito buddista, ma assunto dalla chiesa cattolica, Mauro si sposa con Banchit, una giovane donna del posto, già vedova e madre: "ci vollero cinque anni di pazienza, di lavoro, di confidenze, di mediazioni, proiettati solo a comprendere le ricchissime diversità che ci caratterizzavano". L'unione diventa di giorno in giorno più solida, tanto da durare ancora oggi.
Nel 1975, partono per l' Italia dopo un peggioramento della situazione politica del Paese, mentre i missionari vengono perseguitati e dispersi dal nuovo regime: "non fu facile per me abbandonare il Laos". Rientrato a Bergamo, entra a lavorare in banca. Ci resterà per ventiquattro anni. La famiglia si allarga, in tutto ci sono tre figli da crescere e altri parenti della moglie fuggiti dal Laos in cerca di un futuro migliore.
Adesso Mauro è in pensione, costretto alla dialisi e in attesa di un trapianto, ma appagato da una vita serena, spesa a guardare al di là del proprio spazio casalingo. E sogna di poter tornare in Indocina, per aiutare la sua gente.
leggi l'inizio del testo




giacomo montemezzani sul palco di pieveGiacomo Montemezzani    
"Alla sinistra di Mao"

autobiografia, 1927-1970

Memoria autobiografica di un operaio e camionista lombardo, nato alla fine degli anni Venti, in una cascina nella provincia di Cremona, dove vivevano famiglie numerose e povere, che lavoravano nei campi o nelle fabbriche dall'alba al tramonto. Dal 1933 la famiglia si trasferisce in un quartiere di case popolari a Milano: "anziché la cascina erano grandi palazzi, veri casermoni, zeppi di ragazzi di tutte le età e provenienti da ogni angolo", dove tutti si sentivano liberi e solidali perché accomunati dallo stesso destino. Dopo le elementari il padre lo iscrive all'Umanitaria, una vecchia scuola di avviamento al lavoro di origine socialista. Siamo alla fine degli anni Trenta e in città imperversano le manifestazioni a favore del regime. Giacomo - detto Gino - lavora in fabbrica, partecipa - organizzandoli - ai primi scioperi e alle prime azioni di sabotaggio, prontamente e crudamente repressi dalle reazioni della milizia fascista. Dopo l'8 settembre del 1943 entra a far parte della Resistenza, si iscrive al "Fronte della gioventù", un'organizzazione dei giovani antifascisti, e sfugge a rastrellamenti e persecuzioni.
Alla fine della guerra si arruola nel nuovo Esercito italiano, che era sorto per combattere contro i tedeschi al fianco delle forze alleate: "dopo nove mesi fra punizioni e carcere evasi e disertai. Il sogno di un esercito democratico, popolare, antifascista era svanito". Passa due anni in clandestinità, dove fatica a sopravvivere. Diventa un funzionario del Partito Comunista e nutre una grande fiducia nella marcia della classe operaia e delle masse popolari verso il socialismo. Dopo l'attentato a Togliatti, nel luglio del 1948 si prepara alla rivolta armata: "i dirigenti del partito fecero un grande sforzo per tenerci a freno".
Partecipa attivamente alla vita del partito, alle iniziative e campagne elettorali degli anni Cinquanta, alle manifestazioni degli anni Sessanta. Dopo la caduta di Stalin e la rottura con la Cina di Mao deve decidere se continuare la via riformista o quella rivoluzionaria: "Pensavamo a una rivoluzione nella rivoluzione". Esce dal partito dando vita ad un gruppo autonomo che trova i primi collegamenti "filocinesi" ed extraparlamentari, partecipando alle prime occupazioni di case e a numerosi scontri di piazza. Con un gruppo di compagni, durante un viaggio in Cina, centro di tutte le aspirazioni rivoluzionarie, viene ricevuto a colloquio da Mao Tse Tung in persona: "contavamo così poco che il nostro disagio era soffocato solo dall'entusiasmo e dall'orgoglio. Le questioni in discussione erano enormemente al di sopra della nostra statura".
Negli anni Settanta la febbre politica è molto alta, e i gruppi della sinistra extraparlamentare invadono tutti i campi, entrando nei problemi sociali con attivismo frenetico. Per i suoi legami politici, Montemezzani viene accusato di essere un fiancheggiatore delle "Brigate rosse", arrestato e prosciolto: "ora non sono più sulla grande strada, mi sono tirato un po' a lato".
leggi l'inizio del testo




guido barbieri con rosalba negriGiovanni Piazza    
"La difesa nelle proprie mani"

autobiografia, 1896-1983

Giovanni nasce nel 1890 a Sirone, piccolo paese della Brianza, in una famiglia povera; da bambino aiuta il padre nel lavoro in cava per estrarre le macine da mulino e da frantoio: "ma io pensavo di fare lo scalpellino". A dodici anni viene mandato ad apprendere il mestiere tanto desiderato ad Oggiono, dove lavora fino ai venti, prima di emigrare in Svizzera, ma non lontano da casa, per poter passare almeno le feste con la famiglia: "desideravo molto di andare al'estero a lavorare e mi sentivo col mestiere più che apposto, ma non sapevo dove o Svizzera o Germania o Francia i più vicini di territorio, e alla mente". Contemporaneamente impara a suonare il clarino, entrando a far parte prima della banda di Sirone e poi di Lugano: "al sabato sera con il concerto godevo un mondo, sul palco guardavo la piazza piena di gente coi colori variopinti".
Nel 1914 si trasferisce in Germania, a Buchlertal, dove lavora i manufatti in pietra, scolpendo anche una fontana per la villa del figlio di Bismarck. Allo scoppio della prima guerra mondiale è costretto a rientrare in Italia, dove parte per il fronte, combattendo prima nella zona di Cividale e poi a Monfalcone, sul Carso: "sarà difficile che portiamo a casa la pelle". Durante un'azione di guerra viene ferito da una granata. Ricoverato vicino a Modena, si mette in contatto con la famiglia per dare sue notizie: "scrissi subito a mia Madre sono qui in ospedale a Carpi non pensate male sono qui come essere in paradiso, con una ferita intelligenta come la desiderano tanto i soldati e poi è una pallottola in un piede è una grazia che non sia nel corpo nei posti più delicati". Congedato nell'agosto del 1919, solo nel 1969 viene insignito con la medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto: "consisteva in una medaglietta d'oro e 60 mila lire all'anno". Rientrato a casa, riprende ad esercitare il suo mestiere prevalentemente vicino a Lecco, eseguendo anche lavori di scultura. Si sposa nel 1923, ha due figlie. Ritorna per un breve periodo in Svizzera, poi dal 1933 si mette a lavorare in proprio per dieci anni e ancora da dipendente fino al pensionamento.
Di fede socialista, sarà anche consigliere comunale a Sirone per dieci anni. Terminata l'esperienza politica, si impegnerà sia nel pittura che nei giochi delle bocce e delle carte. E a 93 anni si metterà in testa - riuscendoci - di scrivere tutta la storia della sua avventurosa vita.
leggi l'inizio del testo




l'intervista di barbieri ad anna luisa  tizzaniniAnna Luisa Tizzanini    
"Se la vita ricomincia a quaranta anni"

diario, 2002-2004

Anna Luisa alla soglia dei quarant'anni affida al diario le insicurezze, le paure e i dubbi che affiorano nella sua vita: i genitori malati, il rapporto non sempre facile con la suocera, il marito un po' troppo distratto, il lavoro che non la soddisfa, una figlia ormai ventenne che non dipende più da lei. Dalle pagine del diario emerge un bilancio negativo: "ho bisogno di distrazioni... e invece passo le giornate fra il lavoro, la casa, la famiglia e gli impegni di tutti i generi. Le settimane diventano mesi e io sono sempre più stressata. Anche i carcerati hanno il loro tempo d'aria... io invece non ho quel tipo di consolazione... sono sempre a lavorare. Devo occuparmi di tutto: oltre al lavoro, la casa, le spese e la spesa anche l'amministrazione e i miei genitori. Ora c'è l'I.C.I. e la dichiarazione dei redditi... Ricerca dei fogli, viaggi dal commercialista ecc... io sono stanca!".
L'ambiente della moda che frequenta per lavoro, condizionato dall'esteriorità, da diete drastiche che non durano più di due giorni, da vestiti e biancheria intima firmati, da orologi che costano più di una casa, non le piace e alla fine decide di abbandonarlo, anche se si trova a fare i conti con i soldi che non bastano mai. Nel diario sfoga tutto il suo disagio e la sua rabbia senza nascondere niente. "Lucilla ha comprato i vestiti e ancora deve comprare il cappotto... Ha pagato le tasse universitarie, l'abbonamento al treno e i libri... c'è stata l'assicurazione della mia macchina e il conto del telefono... Non si possono fare progetti e si deve vivere alla giornata". Anche le previsioni per il futuro non sembrano migliori ed è costretta a rinunciare alle ultime aspirazioni in ambito lavorativo. Ma proprio ciò che sembrava essere la fine si trasforma in un nuovo inizio: non più dedita a raggiungere un'affermazione in campo lavorativo, trova in famiglia la sua vera aspirazione. "Mi sembra di essere finalmente in pace con tutti. Ho ritrovato il piacere della casa, sono più tranquilla nelle cose che faccio... improvvisamente mi si è aperto un mondo nuovo, che non conoscevo... mi diverto ad andare a fare la spesa; a frugare negli scaffali e a curiosare. Trovare magari qualcosa che mi serve in cucina , o farmi prendere dalla voglia di fare un dolce. Ho scoperto che mi diverte dedicarmi al giardino e così vado a comprare nuove piante da disporre nei vasi e nelle aiuole. Quando ho finito con le cose che devo fare mi metto a sferruzzare e ho già fatto un sacco di cose per me e per Lucilla".
Si spalanca davanti ai suoi occhi una nuova quotidianità, quando a quaranta anni decide di avere un altro figlio riscoprendosi nuovamente moglie e madre.
leggi l'inizio del testo




premi speciali


Premio speciale della Commissione di Lettura
“Giuseppe Bartolomei”
- ex aequo


laura e gustavo in un'immagine del 1947    Laura Badini e Gustavo Colonnetti
nati a Torino nel 1906 e nel 1886
Carissimi figlioli belli
epistolario 1944-1949
Gustavo, precedentemente rifugiato in Svizzera con la famiglia, nel 1944 viene richiesto dal governo Bonomi per collaborare alla ricostruzione politica, sociale e culturale di Roma. Lo segue la moglie, lasciando in Svizzera i cinque figli, la maggiore dei quali, Elena, è la corrispondente epistolare dei genitori. Attraverso le lettere si assiste alla precarietà del periodo e all'attivismo instancabile dei due autori.


l'esposizione dei manoscritti della famiglia squarcialupi    Cecilia De Stefani e Guglielmo Squarcialupi
nati a Cavenzano UD, 1898 e Arezzo
Storia della famiglia attraverso le lettere
epistolario 1921-1945
Oltre vent'anni di corrispondenza intercorsa tra un ufficiale di sussistenza, sua moglie e i loro tre figli, e la famiglia di lei, residente nella provincia di Udine. I traslochi, l'organizzazione della casa, l'educazione dei figli, le vicende belliche, mai turbano una solida intimità famigliare.




Premio per il miglior manoscritto originale

l'esposizione del diario di luigi conti    Luigi Conti
nato a Bologna, 1899
Giornale di bordo
diario 1914
È un diario di bordo che l'autore, quindicenne allievo dell'accademia navale di Livorno, deve tenere per i tre mesi del corso e che probabilmente viene valutato come prova d'esame. Vi sono descritti i viaggi da Livorno a Glasgow e viceversa, le varie esercitazioni, visite, conferenze e gare.




il comunicato della giuria
La Giuria Nazionale del XXI° Premio Pieve - Banca Toscana per diari, memorie, epistolari inediti, riunitasi a Pieve Santo Stefano il giorno precedente alla manifestazione finale ha deciso di valorizzare con il primo premio del concorso 2005 l'epistolario di Raffaele Favèro che ha per titolo "Rafiullah". Era dal 1990 che la Giuria non premiava con il riconoscimento maggiore un epistolario. Se ne è presentata l'occasione grazie all'opera di Favero, un giovane milanese che nel 1967 è partito - come molti della sua generazione - verso l'Oriente alla ricerca della serenità personale e nel tentativo di comunicare con una società diversa dalla propria. Attratto dall'islamismo, Favero è diventato amico dei mujahedin afghani dimostrando come la questione dell'incontro tra le religioni sia possibile senza ricorrere alla violenza. Nelle lettere che scriveva ai genitori e alla sorella Patrizia, rimasti a Milano, Raffaele raccontava con ironia e sfrontatezza il suo adattamento quindicennale (1967-1983) in terre straniere di cui ha assorbito usi e costumi, sempre cercando nel rapporto con gli altri e nella vita comunitaria la propria cifra di esistenza nel mondo. Conosciuta una ragazza australiana, Favero la sposa e va a vivere con lei nel suo Paese. Ma proprio perché il rapporto con l'Afghanistan non è stato soltanto un episodio di passaggio, Favero torna più volte nel Paese asiatico che è diventato la sua patria d'elezione. Soprattutto, vi torna quando i russi lo invadono, nel 1980. Ed è proprio qui che troverà la morte, nel 1983, sotto un carro armato guidato da un dissidente afghano che combatteva a fianco dei sovietici. Le sue lettere sono un prezioso documento delle inquietudini interiori di un ragazzo, poi uomo, sempre in fuga; non sono scritte per farne un libro (anche se ora lo diverranno grazie all'editore Terre di Mezzo), ma è proprio questa loro autenticità che le rende di straordinario interesse umano e documentario. La Giuria, nel compiacersi con la Commissione di selezione locale per la buona qualità media degli scritti finalisti, ha deciso di segnalare altre tre opere, di persone prossime o già arrivate ai cento anni. Primo fra tutti il bell'epistolario tra i due piemontesi Bruna Dina e Cesare Genti (lui oggi è novantunenne): sono le lettere d'amore tra un soldato dell'esercito italiano inviato in Russia e una giovane di buona famiglia ebrea, sottoposta alle persecuzioni razziali; qui la guerra rimane da sfondo, perché più forte di tutto è l'intensità del sentimento che lega i due amanti, che poi diverranno sposi. Le altre due storie segnalate sono quella dello scalpellino comasco Giovanni Piazza, scritta a novantatre anni, e quella della ricamatrice romagnola Maria Buonavista, scritta dagli ottanta ai cento anni, entrambe dense di episodi che illuminano la vita quotidiana di un'Italia operaia e contadina. Se Giovanni Piazza, classe 1890, è ormai scomparso, è invece un piacere festeggiare questo riconoscimento con la centoduenne Maria Buonavista, una delle più longeve fra i diaristi dell'Archivio, che dimostra come l'esercizio della memoria contribuisca a far vivere a lungo.




presidente
Lamberto Palazzeschi

vice presidente
Natalia Cangi

direttore culturale
Saverio Tutino

direttore scientifico
Camillo Brezzi

direttore artistico
Luca Ricci

direttrice organizzativa
Loretta Veri

realizzazione mostra originali
Cristina Cangi

ufficio stampa
Andrea Franceschetti

responsabile staff tecnico
Laura Mormii

staff
Patrizia Baldini, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Marco Camaiti, Grazia Cappelletti, Laura Caterbi, Sara Cipriani, Diego Dalla Ragione, Patrizia Dindelli, Federico Franchi, Nicola Maranesi, Fabrizio Mugelli, Luisa Pari, Bettina Piccinelli, Angela Rubechi, Silvia Rubechi, Francesca Senesi, Riccardo Tulli

con la collaborazione di
Amministrazione Comunale di Pieve Santo Stefano
Comunità Montana Valtiberina Toscana
Antiche Prigioni

un ringraziamento particolare agli operai del Comune di Pieve
e della Comunità Montana

sedie sul palco bandabrazzini piove prima della merenda in libreria

ULTIMO AGGIORNAMENTO 23 novembre 2005





home

orari e contatti