
Premio Pieve - Banca Toscana 2004
ventesima edizione
resoconto della manifestazione

un'immagine della manifestazione
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Sala Consiliare i manoscritti più preziosi inviati nel 2004 Gino Ambrosetti Domenico Bevilacqua Enrico Calvello Rossella Canaccini Emma Di Raimo Gigi Evangelista Oliviero Evangelisti Giselda Francardi e Danilo Gracci Magda Giuliani Giovanni Marasco Maria Paola Palazzini Emma Paolotti e Riccardo Presenzini Orlando Orlandi Posti Filippo Puddu Giovanni Rabito Luigi Sodi Santa Stramigioli Piero Umiliani Suor Margherita Valsecchi |
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| Sala della Filarmonica esposizione del Lenzuolo di Clelia Marchi e di alcuni fra i manoscritti più preziosi delle passate edizioni Eugenio Anzilotti Adler Ascari Fernando Capriotti e Rosa Pierluca Emilia Almo Fanciullini Maria Pia Farneti Nicolò Ferjancic Paolino Ferrari Otello Ferri Ida Nencioni Famiglia Neri Vincenzo Rabito Renzo Re Eufrosina Serventi e Pietro Ugolotti |
| dal 23 agosto al 13 settembre pieve 1944 tracce della memoria di pieve santo stefano e dei suoi abitanti mostra di documenti e immagini, organizzata dal Centro studi storici e ricerche archeologiche, dalle Antiche Prigioni e dall'Archivio diaristico, con le fotografie dell'Archivio fotografico Livi e i documenti dell'Archivio storico comunale. Scuola elementare orario 10,00-12,30 e 18,00-22,30 www.anticheprigioni.it/pieve1944.html |
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La scrittura di sé come filosofia di vita ricerca della tranquillità o dell'inquietudine? con Duccio Demetrio e Philippe Lejeune Centro della Civiltà contadina"Dina Dini" |
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Scritture oltre le sbarre storie dal carcere nei diari di Pieve con Caterina Benelli Asilo Umberto I |
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Alla periferia dell'autobiografia scritture disobbedienti in piazza con Fabio Caffarena e Carlo Stiaccini Biblioteca Comunale |
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Odissee raccontarsi attraverso i luoghi con Anna Iuso Centro Giovani |
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ore 19,00 Nudoecrudo Teatro Sull'Italia calavan le bombe dal diario di Gloria Chilanti con Alessandra Pasi, Silvia Salamini, Loredana Mazzola scrittura scenica e regia di Alessandra Pasi |
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ore 21,00 Cinzia Cascianini/Stefano Silvestri Caro quaderno dal diario di Luisa T. con Cinzia Cascianini coreografia di Cinzia Cascianini regia di Stefano Silvestri |
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ore 21,45 CapoTrave Felicità dai diari di Vincenzo Rabito, Claudio Foschini, Massimo Bartoletti Stella di e con Francesca Amati, Lucia Franchi, Mirco Ferrara, Luca Ricci regia di Luca Ricci |
| i cantieri si incontrano riepilogo dei lavori Teatro Comunale ore 11,30 |
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ore 13,30 Tempietto del Colledestro pranzo agreste riservato agli iscritti ai cantieri, ai lettori e ai diaristi con la partecipazione del Coro Altotiberino |
| ore 15,30 leggere e scrivere diari Piazzetta delle Oche incontro fra i lettori della commissione e i finalisti del Premio Pieve 2004 partecipano i diaristi della Lista d'onore, dei Premi speciali, del Premio LiberEtà |
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| ore 21,00 festa dei vent'anni Piazza Pellegrini balli popolari, musica, assaggi gastronomici con accensione delle luminarie rionali animazione musicale del gruppo I toscani di Giulio Brazzini con la partecipazione di Francesco Franceschetti e l'esibizione del Gruppo del Trescone sono presenti i finalisti del 2004 e delle precedenti edizioni del Premio Pieve |
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Passioni con i diaristi Zelmira Marazio, Settimio Maccarini, Simona Orlandi Posti per Orlando Orlandi Posti, Tommaso Giommoni per Sergio Giommoni vent'anni di archivio raccontati da Roberta Marchetti coordina Laura Mormii Bar dello Sport |
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Lontananze con i diaristi Liù Bosisio, Rossella Canaccini, Assunta Cancellieri, Nona Minore, Mafalda Mussi, Athe Gracci per Mirko Pastecchi vent'anni di archivio raccontati da Mario Aldinucci coordina Andrea Franceschetti Bar Arcobaleno al Campo alla Badia |
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Metamorfosi con i diaristi Lorella Giulia Focardi, Elisabetta Umiliani per Piero Umiliani, Giovanna Novelli per Gino Ambrosetti, Maria Rachele Ciccarelli vent'anni di archivio raccontati da Vittorio Dini coordina Daniela Brighigni Telebar |
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Tracce con i diaristi Antonina Azoti, Adriana Deacu, Giuliana Ganucci per Leonia Ferrari, Ginetta Fino per Giosino Fino, Annanaria Marini, Virginia Fiorella Rossi vent'anni di archivio raccontati da Grazia Cappelletti coordina Natalia Cangi Bar Il Patio, Logge del Grano |

Ha solo quattro anni quando vive l'uccisione del padre, dirigente sindacalista, per mano della mafia. E proprio da quella drammatica notte, il 21 dicembre 1946, che partono i ricordi:
"Dormivo e già sognavo, quando spari improvvisi mi fecero trasalire: mi ritrovai seduta in mezzo al letto nella stanza buia e grida strazianti mi ferirono le orecchie e il cuore".
L'incredulità, la disperazione e la paura rimarranno impressi nella mente di Antonina e proprio da quell'episodio nascerà in lei la determinazione di riscattare la memoria dell'amato genitore, considerato un "morto ammazzato" non degno di essere ricordato:
"Aranci, aranci, cu li fa' i guai si li chianci", "Si putia fari i fatti so'", "Cu cci lu facia fari", erano infatti le frasi che si sentiva ripetere dai compaesani ogni volta che accennavano a "quella" disgrazia, che le facevano credere che il padre fosse morto perché lui lo aveva voluto. Così Antonina cresce senza un sussidio da parte dello Stato, vivendo in ristrettezze economiche con la madre e il fratello maggiore. Da adulta, attraverso un mosaico di testimonianze, aneddoti di vita familiare, racconti di amici e vicini di casa, nonché attraverso lo studio della Sicilia, riesce a "ricomporre" la figura del padre, che era andato incontro alla morte per difendere i diritti dei lavoratori: "col passare del tempo mi rendevo conto sempre di più che tale memoria non poteva e non doveva rimanere un fatto esclusivamente privato e personale".
Nel 1992, in occasione di una manifestazione in ricordo di Giovanni Falcone, fa sentire la sua voce davanti alla folla: "La mafia non uccide solo ora, la mafia uccide da sempre. Ha ucciso anche mio padre, Nicolò Azoti".
Quattro diari raccontano le altrettante tappe esistenziali di una donna, sempre tesa a ricercare una possibile armonia con se stessa. Il primo diario, scritto quando aveva sedici anni, è la cronaca giornaliera del periodo spensierato dell'adolescenza, animato dagli alti e bassi del primo amore: "Io lo amo, lui mi ama. Aspettiamo gli eventi. Quando lui avrà completato gli studi e fatto il militare, se mi vorrà ancora bene ed io pure, allora potremo parlare alle nostre famiglie di questo nostro amore". Il rapporto si interrompe quando lei comincia a frequentare il corso di recitazione all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, sognando una vita sul palcoscenico: "…vorrei rendermi indipendente, riuscire in qualche cosa, così non avrò bisogno di sposarmi, non avrò bisogno di un marito!".
Nove anni più tardi c'è il primo matrimonio, con un pittore, che poi sarà ucciso nel suo studio, e che le lascia un figlio piccolo, proprio agli inizi della carriera: "Sono quattro giorni che Luca è dai nonni; sapere che sta bene non mi consola dal vuoto in cui mi ha lasciato. Mi sono rimessa a cercare lavoro: corridoi, corridoi della Tv, della Radio, delle Produzioni. Ho una grande angoscia per il futuro".
Nella terza parte descrive gli anni della solitudine, delle storie sbagliate e dei primi successi a teatro che non colmano il vuoto degli affetti familiari: "Che cosa vuol dire girare in tondo per lavorare e tornare a casa e non riconoscere il figlio. È un uomo ormai e ti sei persa i momenti più belli che non potrai mai recuperare. Ma dovevi dargli da mangiare, farlo crescere".
L'ultima parte è quella della maturità e del secondo infelice matrimonio: "cosa c'è nel mio destino che mi porta sempre a ripercorrere sempre le stesse strade, a dover vivere le stesse paure, provare sempre lo stesso sgomento". Alla soglia dei settant'anni, chiusa fra le mura della casa di campagna, compra un computer, impara ad usarlo, scopre le possibilità di incontro che offre Internet, e trova così un compagno di vita.
È il 1968: c'è la guerra in Vietnam quando una quindicenne parte verso Saigon per una tournée di tre mesi nelle basi americane, insieme al suo gruppo musicale. Il diario è l'occasione per fermare i ricordi di quel periodo. Rossella descrive ogni sensazione di fronte alle cose che vede e sente: "uno sparo nei miei quindici anni di vita non lo avevo mai sentito. Mi ha fatto tanto effetto". Non è che l'inizio di tante notti insonni e serate passate tra la musica e le bombe.
La tournée è faticosa, e nonostante i successi delle esibizioni, sono tanti i momenti di sconforto, in cui prevale il desiderio di rientrare al più presto in Italia, e di riabbracciare i genitori: "Io ho una fifa da morire, penso che se lo sapessero i miei mi verrebbero subito a riprendere. Non è vita per noi questa, ogni minuto è vissuto nella paura. Ho tanta voglia di riabbracciare la mia mamma, il mio babbino. Mai come ora ho desiderato di averli vicino". Si ritrova in un paese sconosciuto, dove i pericoli diventano un'abitudine difficile da sopportare e gli spostamenti sono minacciati dalle imboscate dei Vietcong.
"Il 1968 me lo ricorderò finchè vivrò": un'esperienza che la fa maturare, mettendola a contatto con la miseria e gli orrori della guerra. Inizia così un conto alla rovescia dei giorni che la separano dal rientro in patria, dove tornerà alla fine di gennaio del 1969.
"Quanto mi fecero sognare le conoscienze di Nazioni straniere vicine e lontane, senza mai pensare che un giorno avrei avuto la possibilità di conoscerne qualcuna". L'amore per lo studio di materie storiche e geografiche preannuncia il destino di emigrazione di Assunta Cancellieri.
Figlia di una famiglia di contadini di San Giustino Umbro, è costretta con dolore ad abbandonare la scuola durante il secondo conflitto mondiale. Subito dopo la guerra, inizia per necessità il duro mestiere del pascolo, esponendosi a fatiche e disagi che la portano, complice una brutta caduta, ad ammalarsi di una grave forma di osteomielite. Le sofferenze fisiche si uniscono al dolore per la prematura scomparsa della madre: "una vita piena di lavoro, di preoccupazione e di responsabilità incominciava per me; il babbo si faceva anziano, i fratelli avevano bisogno di me e la sorellina era timida e silenziosa". Dopo la perdita della madre cresce in lei la ferma volontà di guarire: si sottopone a visite mediche continue e soggiorni obbligati in ospedali, con un susseguirsi di inutili tentativi. Poi finalmente riesce a curarsi in una clinica fiorentina, grazie all'aiuto di una nobildonna umbra, la Marchesa Gerini: "Avere passato due mesi a Firenze, aveva cambiato molte cose in me, mi sentivo spuntare le ali per prendere il volo di una vita indipendente e responsabile; in attesa continuavo il lavoro casalingo e il cucito". L'entusiasmo e la speranza di un avvenire migliore non l'abbandonano. Assunta decide di partire per Nizza, dove altri compaesani avevano già tentato la fortuna: "Guadagnavo in un mese quanto avevo guadagnato in tre mesi ai tabacchi e in più avevo l'alloggio e il vitto". Grazie alla forza di volontà, alla continua voglia di migliorare, riesce ad integrarsi nella nuova realtà. Si sposa con il compagno Fred, continuando l'avviata attività di commercio di gioielli e orologi, che le permette di raggiungere un discreto benessere.
Il pensiero rimane sempre legato alla famiglia, in Italia. Rientra per assistere agli ultimi giorni dell' anziano padre e per seguire la sorella malata di depressione, che riuscirà a portare con sé per un breve periodo, tentando inutili vie di guarigione: "Per me fu una ferita aperta senza mai cicatrizzare con la quale ho vissuto".
Così, chiude le sue memorie: "L'equilibrio? Esiste ma non è mai perfetto. Se no la terra sarebbe un Paradiso".
Adriana, racconta la sua storia di ragazzina ribelle e curiosa, in una Romania povera e austera, ai tempi della dittatura di Ceausescu, da lei chiamato "il Grande Pazzo", l'uomo che ridusse la sua nazione in uno stato di povertà assoluta, che si manifestava in una mancanza continua di generi di prima necessità, del cibo, della benzina, delle medicine, accanto alla repressione continua delle idee libertarie e di opposizione: "C'è un grigiore e una mancanza di prospettiva esasperanti. Non ci si vive, ci si trascina. Non c'è da fare progetti. Mi immagino invecchiare triste e sola perché Ceausescu sembra non solo onnipotente ma anche immortale, la Romania ha l'immobilità e la desolazione di un deserto". Cresciuta con l'amore per lo studio e la lettura, racconta le difficili condizioni di vita, gli amori, le amicizie, il periodo della scuola e dell'università, i rapporti con i genitori, immaginando un futuro migliore per il suo Paese. Però si scontra con la dura realtà del regime, che nasconde al popolo molte cose: "Quando ero piccola e sentivo parlare di Francesi, Inglesi e Americani, siccome non li vedevo da nessuna parte ero sicura che li avevano inventati". Passano gli anni, la situazione peggiora: "Ceausescu tuona contro l'Occidente e le armi nucleari ma a nessuno importa niente, quella sarebbe una morte di lusso, noi moriremo prima di fame e di tristezza". Comincia così una coraggiosa battaglia personale, fatta di nascosto, che sfocia nel gesto solitario di lanciare dalla finestra di un'aula universitaria il ritratto di Ceausescu. Cade il muro di Berlino, l'Unione Sovietica è in piena Perestroika, Adriana si chiede: "Noi che facciamo, che questo ci sta uccidendo?". Verso metà di dicembre una enorme folla manifesta contro il regime a Timisoara, marciando per le strade e bruciando le immagini del dittatore. Adriana incredula si reca sul posto: "Mi sento la testa che scoppia, sono sconvoltà dalla felicità. È veramente valsa la pena di soffrire per vivere questo momento". Il nuovo potere però non riesce a scrollarsi di dosso i meccanismi del vecchio regime, il popolo ha paura per il futuro, che può essere il ritorno di incubi che sembravano scongiurati. Delusa dal suo Paese decide di scappare e vivere in Italia: "Addio Romania. Quanto ti ho amato e non hai voluto essere migliore".
Fino al gennaio del 1945, nonostante la guerra in corso, Leonia vive una vita abbastanza tranquillla, perché Würzburg, la città tedesca dove insegna, in Franconia, è risparmiata dagli orrori della guerra. La situazione cambia dopo che Dresda viene rasa al suolo: "Si cominciava ad essere sgomenti. Nelle strade se s'incontrava un amico il saluto era questo: "Adesso tocca a noi!"". Anche Würzburg è in pericolo, i continui bombardamenti stanno distruggendo la città. Inizia da qui l'avventura di Leonia e di due amici italiani che, come lei, vivono in Germania: Luigi, un professore, e Fred, un avvocato appena uscito da un campo di concentramento. Decidono di mettersi in salvo cercando di raggiungere l'Italia, dove pensano di trovare una situazione migliore. La partenza è fissata all'alba, dopo una notte di bombe che li sfiorano e distruggono molte abitazioni. Il futuro è incerto e questa è l'unica soluzione: "Luigi deve sacrificare quasi tutti i suoi libri, alcuni vestiti, qualche paio di scarpe e molta biancheria. Fred che è il più forte porterà la valigia, Luigi il sacco da montagna e le provviste, io le due coperte arrotolate intorno alle spalle e un sacchetto con un po' di biancheria".
Camminano per molti chilometri, si arrangiano con mezzi di fortuna, sono testimoni di molte atrocità. Vivono rischi e pericoli che mettono continuamente a repentaglio la loro incolumità, tra il coraggio e l'incoscienza di non volersi mai separare. Arrivati alla frontiera, con l'aiuto di un connazionale, salgono in un convoglio di operai malati di tubercolosi diretti in Italia: "Chi dimenticherà mai quei momenti? Ad uno ad uno i nostri compagni coi loro sacchi sulle spalle passano dall'altra parte: noi siamo gli ultimi della lista. La sbarra si richiude, siamo in Italia! Ci guardiamo commossi e, come dopo il bombardamento, ci abbracciamo". Tra altre mille complicazioni riescono ad arrivare a Bolzano a raggiungere le rispettive famiglie.
Dopo l'infanzia e l'adolescenza trascorse nell'affannosa ricerca di rimedi per dimagrire, Lorella Giulia, nell'età adulta, riassapora la gioia di aver ritrovato il troppo a lungo dimenticato gusto della vita: "Per trent'anni della mia vita, ogni giorno avrei desiderato piallarmi… buttare via le parti grasse e tenere solo quelle magre".
Perennemente a dieta dall'età di sette anni, racconta le ragioni da cui scaturirono i suoi problemi, che furono la separazione dei genitori e la conseguente malattia nervosa del fratello: "Iniziai a mangiare e vomitare, vomitare e mangiare. Per meritare di esistere, per non sentirmi in colpa. Per meritare più affetto" .
Lo studio rappresenta un'ancora di salvezza all'altalena di umori positivi e negativi che accompagnano le varie fasi dell'adolescenza.
Alla morte del babbo la situazione peggiora: "Ad un certo punto non tenevo in corpo neanche un bicchier d'acqua. In piedi, addossata ad un muro, mi giravo e rigiravo, avanti e indietro veloce. Dopo un po' la testa mi girava, cadevo a terra, semisvenuta, delirandomi longilinea, un filo… Ero invece sempre la solita, invadente, matassa". Per un breve periodo vive per strada, dormendo sotto i ponti: "Tranquilla, leggevo, scrivevo, riflettevo".
Ritrova fiducia in se stessa dopo aver posato come modella per taglie forti, e anche in un quadro del pittore colombiano Botero. In occasione di un soggiorno a New York riscopre "l'arte di volersi bene". Il racconto è intervallato con una raccolta di ricette della tradizione toscana, che creano un armonico intreccio con la storia della sua vita.
"Il fascismo ci riempiva la vita, ci dava tutto quello che potevamo desiderare e anche di più": fedele ai propri ideali, una pensionata piemontese racconta gli anni del trionfo e del declino dell'era fascista, trascorsi da attiva e convinta sostenitrice del regime.
Figlia di un insegnante, vive gli anni dell'imperialismo e della guerra in Etiopia, in uno stato di esaltazione crescente. Dopo l'entrata in Addis Abeba ricorda la voce di Mussolini che tuona attraverso gli altoparlanti e scrive: "un boato immenso di giubilo squarciò l'aria della sera, un brivido scosse il mio corpo, stavo per piangere dalla gioia". In quel clima di acceso nazionalismo e di esaltazione mistica, completa gli studi all'Istituto Magistrale, partecipando alle sfilate delle Giovani Fasciste, in occasione delle ricorrenze degli eventi più importanti del regime.
All'università diviene membro del G.U.F (Gruppo Universitario Fascista), aderendo alle molteplici attività culturali, sportive e artistiche del regime La notizia della caduta di Mussolini, il 25 luglio del '43, la coglie inaspettata: "Non era possibile. Non aveva dato le dimissioni: lo avevano tradito". Si chiede incredula: "Dove finiremo senza di lui?". Dopo l'8 settembre, alla notizia di Mussolini liberato dai tedeschi, si riaccende in lei la speranza: "credevamo che il nuovo fascismo avrebbe salvato l'Italia". Così, va a lavorare in ufficio, per il nuovo governo della Repubblica sociale.
Alla fine della guerra, con la famiglia sfugge alle epurazioni dei partigiani, ed è costretta a rifugiarsi in un convento. Si trasferisce a Palermo per cercare di ricostruirsi un futuro, senza rinnegare il proprio ideale: "l'Italia che i miei camerati amavano quanto i partigiani vincitori".
Nel 1940 Piero, quattordicenne fiorentino, inizia a tenere un diario, consigliato dal padre, "per poterlo rileggere con piacere una volta diventato grande". Annota con allegra spensieratezza le giornate di scuola, l'amore per l'arte, e i sogni di adolescente, che cambiano assiduamente ma che hanno un unico motivo per rimanere in vita: "Quello che, a tutti i costi voglio, è farmi una strada nella vita!". La scuola non da sempre i risultati sperati, ma anche gli insuccessi delle interrogazioni sono descritti con ironia: "mi sento la coscienza a posto: ho studiato, sapevo e il professore se mi ha dato 4 ha fatto un'ingiustizia. Comincio a credere che piuttosto di studiare tutta la giornata ed alzarmi la mattina alle 5, sia meglio andare a fare delle belle passeggiate per il viale Michelangiolo, ché prenderei lo stesso 4, ma guadagnerei di salute".
Il tempo passa tra lo studio, le passeggiate, i pomeriggi al cinema, i primi amori: "Non mi piacciono le bambine, ma le signorine, col petto formato e più floride". Scoppia la guerra, ma Piero non vuole scrivere degli avvenimenti che lo circondano, facendoli rimanere in sottofondo: "Non voglio in questo diario, parlare di politica, perché ne so ben poca e un ragazzo non può essere in grado di parlarne". È più grande l'interesse per la musica e la scrittura. Aumenta sempre di più il desiderio di affermarsi: "Comporre musica mi piacerebbe e, se riesco, da grande, oltre all'altre mie occupazioni, questa sarebbe quasi un divertimento e mi apporterebbe, ripeto se riuscissi, discreto guadagno". Realizzerà il suo sogno, diventando con successo compositore di musica jazz e di importanti colonne sonore di film, tra cui I soliti ignoti per la regia di Mario Monicelli.
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Premio speciale della Commissione di Lettura Giuseppe Bartolomei Gino Ambrosetti Giornale familiare (diario e cronaca 1916-1921) Il giornale-cronaca di un sedicenne della borghesia intellettuale romana che tiene un diario in terza persona annotando con ironia fatti sulla scuola, sui suoi numerosi interessi culturali e sportivi, ma anche sulla guerra e sul difficile dopoguerra. Ne emerge un affresco della Roma dell'epoca, la frequentazione di teatri e caffè, le nuotate nel Tevere con il fratello, ma anche la cura del terrazzo-giardino alla quale il giovane si dedica con quotidiana passione. |
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Premio per il miglior manoscritto originale Orlando Orlandi Posti Roma '44 (diario 1944) I piccoli fogli che compongono questo diario sono la testimonianza di un intimo colloquio tra un ragazzo di 18 anni e la madre, alla vigilia della sua morte nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Catturato dalle SS e imprigionato nel carcere di via Tasso, Orlando Orlandi Posti, detto Lallo, racconta di sé: la cosa che impressiona in questi scritti è proprio l'apparente, drammatica, "quotidianità" del loro contenuto. Costretto a nascondere i foglietti nella biancheria da lavare, Orlando scrive alla madre (rivolgendosi anche a Marcella, la ragazza amata) delle proprie speranze e progetti, delle difficoltà e incertezze di un giovane che aspira a diventare studente di medicina e che pensa di avere una vita davanti. |
il comunicato della giuria La giuria nazionale del "Premio Pieve - Banca Toscana", giunto alla sua ventesima edizione, ha deciso, dopo un ampio dibattito, di assegnare il premio alla memoria autobiografica di Antonina Azoti che rievoca in un centinaio di pagine limpide ed essenziali l'amara vicenda di una bambina siciliana che, a soli quattro anni, resta orfana del padre sindacalista, assassinato dalla mafia. E quasi cinquant'anni dopo, di fronte alle stragi del 1992 culminate con la morte dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte, trova la forza per rivendicare pubblicamente al ricordo del padre e degli altri trentanove sindacalisti uccisi da Cosa Nostra negli anni Quaranta in Sicilia, il diritto alla dignità e alla riconoscenza civile di tutti gli italiani. La memoria di Antonina Azoti restituisce con immediatezza ed emozione una pagina intensa di una vita individuale e, nello stesso tempo, di storia civile del nostro paese. La giuria nazionale intende inoltre segnalare il buon livello dei manoscritti entrati quest'anno in finale grazie al lavoro della commissione di lettura di Pieve e giudica degna di particolare menzione lo scritto di Adriana Deacu che racconta, con notevole forza rappresentativa, la dittatura di Ceausescu sulla Romania, la sua rovinosa caduta e la fuga in Italia dell'autrice. |
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