http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2003
diciannovesima edizione


 resoconto della manifestazione


il palco delle diciannovesima edizione

un'immagine della manifestazione



martedì 9 settembre ore 12,00
conferenza stampa
Sala Stampa di Palazzo Portinari Salviati - Banca Toscana - Firenze, Via del Corso 6


con Andrea Franceschetti e Luca Ricci
che hanno presentato i finalisti
del Premio Pieve – Banca Toscana 2002

hanno partecipato

Albano Bragagni
Sindaco di Pieve Santo Stefano e Presidente della Fondazione Archivio diaristico

Mariella Zoppi
Assessore alla Cultura della Regione Toscana

Camillo Brezzi
Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo

Aldighiero Fini
Vice presidente della Banca Toscana

Silvia Melloni di Terre di Mezzo
che ha presentato le ultime pubblicazioni dell'Archivio

Ursula Galli
finalista al premio 2003, autrice del diario
Kangaroos crossing






12-14 settembre
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio, Sala della Filarmonica

esposizione del Lenzuolo di Clelia Marchi
e dei manoscritti più preziosi inviati nel 2002
    il diario di marinella correggia    


Eugenio Arnaboldi
Linda Baldin
Gastone Canziani
Fernando Capriotti e Rosa Pierluca
Marinella Correggia
Giuseppina Croci
Giacomo Delle Piane
Maria Pia Farneti
Silvia Ferro
Sebastiano Mele
Giovanni Presti
Maria Elena Serafini e Francesco Quattrini
Angelo Rebay
Ugo Rambaldi
Cesare Ricceri
Giuseppe Rossi
Enrico Sella
Famiglia Tomaselli
Francesco Ferruccio Zattini

Margherita Adamo, Vanna Gozzi, Enzo Scarpelli
realizzazione mostra
a cura di Cristina Cangi




12 settembre ore 21,00 e 13 settembre ore 10,00
cantieri autobiografici

Sul modello degli atelier francesi organizzati ogni anno dall'Association pour l'autobiographie di Ambérieu-en-Bugey, sono stati proposti sei incontri a tema



l'archivio dei miei diari       L'archivio dei miei diari
con Andrea Franceschetti e Daniela Brighigni
Archivio diaristico



il menù della vita       Il menù della vita
con Pietro Clemente e Caterina Benelli
Centro della civiltà contadina "Dina Dini"



diari per immagini       Diari per immagini
con Luca Ricci e Alina Marazzi
Biblioteca Comunale



camminando intorno a pieve       Camminando intorno a Pieve
con Andrea Ciantar e Anna Noferi
a cura della Libera Università dell'Autobiografia
Sala del Camino e sentieri intorno a Pieve



il tempietto del colledestro       I cantieri si incontrano
riepilogo dei lavori e pranzo all'aperto
Tempietto del Colledestro




         13 settembre ore 15,00
riunione della giuria nazionale
Palazzo Comunale riunione della giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XIX Premio Pieve – Banca Toscana 2003

la giuria
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Beppe Del Colle
Gabriella D'Ina
Vittorio Dini
Piero Gelli
Antonio Gibelli
Lisa Ginzburg
Roberta Marchetti
Silvia Melloni
Maria Rita Parsi
Luca Ricci
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino

         la riunione della giuria         




13 settembre ore 17,30
lettori e finalisti
Chiostro dell'Asilo

incontro tra commissione e finalisti


Incontro fra la Commissione di lettura
e i finalisti del Premio

i finalisti presenti

Pierabruna Bertani per Giuseppina Croci
Luigi Del Pezzo
Maria Pia Farneti
Maria Teresa Giulianelli
Daniele Granatelli
Alessandra Mele per Sebastiano Mele
Dan Rabà
Alessandra Rebay per Angelo Rebay

Consegna del Premio Pieve - Diario del presente a
Marinella Correggia

coordinano Natalia Cangi e Laura Mormii



13 settembre ore 22,00
Teatro Comunale
CapoTrave
diario intimo
drammaturgia Lucia Franchi e Luca Ricci
ispirata ai diari di Margherita A. Vanna G. Enzo S.
con Mirco Ferrara, Federica Festa, Lucia Franchi
scene Enzo Fontana
musiche Marco Baroncini
luci Luigi Burroni
regia Luca Ricci

Tre storie emblematiche. Non c'è tutta la vita che i veri Margherita A., Vanna G. e Enzo S. hanno scritto nei loro diari: sono personaggi, nel mezzo di uno stato d'animo. Un antico e crudele racconto del vangelo li tiene insieme: è la parabola dei talenti, dove si premia chi riesce a migliorare e si punisce chi indietreggia, senza mettere a frutto le proprie capacità. Una delle prime donne medico d'Italia, un pittore e una donna votata all'amore e al matrimonio, seppelliscono il loro talento sotto terra: lo spettacolo racconta come e perché avviene tutto questo. Talenti e fallimenti.
        un momento dello spettacolo




14 settembre ore 10,00
lettori e lista d'onore
Teatro Comunale

Incontro fra la Commissione di lettura
e i diaristi della “Lista d'onore”

incontro tra commissione e lista d'onore


scelto da

Katia Andreoli Carlo Marino Buttazzo
Linda Baldin Daniela Brighigni
Anna Caredio Adriana Gigli
Cecilia Carreri Cristiana Cipriani
Anna Maria Melacca Valeria Landucci
Alessandro Pardi Patrizia Dindelli
Giovanni Presti Laura Mormii
Silvia Salvatici Enrico Giovanelli
Maria Malgorzata Straszewska Silvia Bragagni
Roberta Vandini Natalia Cangi
Maria Carla Venturini Elisabetta Gaburri


Consegna del

Premio speciale della Commissione di lettura
“Giuseppe Bartolomei”

Gastone Canziani
"A Fiume con D'Annunzio” epistolario 1919-1920

Premio per il miglior manoscritto originale - ex aequo
Fernado Capriotti e Rosa Pierluca
“Un amore vero” epistolario 1935-1942
Maria Pia Farneti
“Libro della spesa” diario 1997-2002


coordinano
Cristiana Cipriani e Andrea Franceschetti
letture di
Grazia Cappelletti
interventi musicali di
Fabio Battistelli Trio




       un momento della conferenza stampa     conferenza stampa
Palazzo Pretorio ore 12,30
Annuncio del vincitore alla stampa.
Lettura del comunicato
della Giuria Nazionale.

Vincitore dell'edizione del Premio Pieve
Banca Toscana 2003:
Daniele Granatelli






               14 settembre ore 13,00
pranzo folcloristico
Asilo Umberto I

a inviti

organizzazione Proloco
di Pieve Santo Stefano

               un momento del pranzo




14 settembre ore 16,30
memorie in piazza
Teatro Comunale

manifestazione conclusiva del XIX
Premio Pieve – Banca Toscana


il palco del premio pieve 2003
ospiti musicali
Fabio Battistelli Trio


interventi di
Natalia Cangi
Andrea Franceschetti
Laura Mormii
Luca Ricci

letture di
Grazia Cappelletti
Mirco Ferrara
Piero Baracchi
Alessandra Aricò


regia di
Luca Ricci






dieci persone raccontano
i finalisti del Premio Pieve - Banca Toscana 2003

il logo delle memorie in piazza 2002




Vittoria Cozzi    
"È arrivata la pace"

(Zero Branco TV) diario, 1943

vittoria cozzi in un'immagine d'epoca Estate del '43: Vittoria, studentessa dell'alta borghesia veneta, affida “al giovane Filippo”, l'amico diario, le fantasie e i sogni, le amarezze, le paure di una quattordicenne, sullo sfondo di un'Italia belligerante. Adolescente curiosa e piena di voglia di vivere, è contenta di godere anche di pochi attimi di felicità, - “me ne basta poca ogni tanto” - legati alla famiglia, all'amore per l'arte e alla consapevolezza della propria bellezza. Quando la guerra lo permette, si spinge nella “tranquilla e indifferente” Venezia, dove frequenta il caffè Florian e gli stabilimenti del Lido, a fianco di Gianfranco, un ragazzo bello e ricco di cui è innamorata. Allo stesso tempo è malinconica e triste, perché “nella mia vita tutto si riduce a un sogno. Che non si realizzerà mai”, come quello della guarigione da una brutta malattia del fratello Gaetano e quello di vivere in un'Italia libera.
Dopo l'8 settembre 1943 Vittoria si illude sulla resa senza condizioni dell'Italia: “ma cosa importa Filippo, bella o brutta è la pace, la pace. (…) Domani penseremo al futuro. (…) I semplici e i puri di cuore erano felici, gli altri no. Mi sentivo anch'io semplice e serena. Come non mai”. La realtà è diversa, e il bilancio della lunga estate diventa doloroso. I sogni svaniscono, la guerra non è ancora finita, l'Italia è occupata dai tedeschi, il fratello non guarisce, l'amore per Gianfranco rimane un punto interrogativo. “Non mi resta che fare sempre più come una lumaca, raggomitolarmi in me stessa e diventare cieca e sorda ai miei pensieri, fino a che non è tutto passato. Allora posso distendermi”. L'estate lascia il campo all'inverno e Vittoria è ancora lì che aspetta “con gli occhi fissi nell'infinito, nell'indefinito. Just wait and see. Fermati e aspetta. Qualcosa accadrà”.
leggi l'inizio del testo



Giuseppina Croci    
"Da Milano a Shanghai"

(Castano Primo MI) diario, 1890

pierabruna bertani con andrea franceschetti Nel 1890, una ragazza di 27 anni della provincia milanese, parte sola da Genova, su un bastimento a vela tedesco. È diretta a Shanghai per lavorare in una filanda che il suo ex datore di lavoro aveva trasferito in Cina. Non è spaventata da questa avventura, senz'altro inconsueta considerata l'epoca e la sua giovane età. In un diario di viaggio destinato alla lettura dei famigliari, scrive: “Ma!… dovete sapere che il maggior peso del viaggio, si è il dover parlare con tutta gente che non sanno la lingua d'Italia, ma bensì parlare sol di Inglese”. A Port Said si fermano e lei visita la città e la descrive: “Io vi dico la verità che se dovessi descrivere tutto ciò che ebbi veduto non sarei capace vi dirò soltanto che gli arabi della Bissinia sono molto brutti, ma buoni, hanno gran paura de gli Europei; di più, qui gli uomini hanno 2, 3, 4 donne, e poi quando non gli piacciono più, fanno il contratto con altri e gli vendono, ciò è vero perché fui io presente nel mentre che stavano facendo questo contratto”.
Poi da Suez va fino al porto di Aden dove “v'è un altro Dio” perché gli uomini sono “tutti neri come il carbone, avevano i capelli neri e tutti ricci, erano nudi come il giorno che sono nati”. Fra mare “cattivissimo”, caldo, insonnia e disappetenza arrivano a Colombo, quindi a Singapore “città bellissima che per descriverla ci vorrebbe un messale”, “con gli uomini che facevano il mestiere di cavalli” e avevano “una treccia di capelli che scendevano fino ai piedi”. Hong Kong è “più bello di tutti gli altri”. Infine, dopo 37 giorni arriva a Shanghai dove, dopo affannose ricerche, riesce a salire su una “carozetta” portata da un cinese, per raggiungere la sua destinazione. “La mia penna non può descrivere i molti pensieri che ballano nella mia mente. Dio! Una ragazza di ora tarda in mezzo ad una via, piena zeppa solo di chinesi, in terre così straniere… dicevo fra me stessa - che vado ora? Forse quest'uomo mi conduce all'altro mondo?” .
Ma raggiunge finalmente la filanda: il sollievo è enorme e si “ferma, non essendo capace di descrivere la gioia, d'aver trovato il luogo in cui dobbiamo dimorare…”.
leggi l'inizio del testo



Luigi Del Pezzo    
"La coperta di cartone"

(Nocera Inferiore SA) memoria 1997-1998

luigi del pezzo con luca ricci Libertà: è questa la parola chiave, citata e ricercata, presente nella parabola esistenziale di un giovane studente salernitano che, deluso dai rapporti con i coetanei e da quelli con i familiari, fragile e insicuro, si avvicina alle droghe. Ma la felicità delle pasticche è legata a brevi attimi, poi diventa paura, crea stati di allucinazione e una vera intossicazione: "in quel momento è successo come se tutte le droghe si fossero mischiate, la testa capovolta e poi rimessa al posto una vampata di calore una dilatazione del cervello e all'interno come un rumore più forte (…) ero diventato come uno zombi di colore bianco pallidissimo, verde e marrone (…) ma quello nello specchio non potevo essere io perché mi ero prefissato tanto tempo fa di diventare una persona buona”.
Luigi diventa taciturno e aggressivo, lascia la scuola e, consigliato dai familiari, decide di entrare in una comunità di recupero ad Avellino: "rimasi solo contro tutti, a fare la guerra dapprima alla società, alla famiglia, alla scuola agli amici e a quelli che come me condividevano i miei ideali di ribellione, poi a me stesso”.
L'esperienza in comunità è breve e vissuta in un rapporto di odio e amore. In quel periodo riesce a ricucire i rapporti con i genitori, che nel frattempo si separano. Una volta uscito, va a vivere con il padre a casa dei nonni e comincia a lavorare nell'azienda vinicola dello zio Leonardo. Luigi è di nuovo inquieto, matura in lui la voglia di scappare ancora una volta da un mondo fatto di regole e costrizioni. Inizia così la sua fuga: si sposta in varie città d'Italia, vivendo di elemosina e piccoli furti, intrecciando nuove amicizie, dormendo per strada. In autostop arriva a Barcellona ("io mi sentivo euforico e grande, e si respirava la libertà”), dove vive altre burrascose avventure, a contatto di nuovo con ragazzi che come lui, cercavano nel vagabondaggio "la strada per la libertà".
L'affetto e la fiducia del padre lo convincono infine a tornare a casa, dove ricomincia a studiare.
leggi l'inizio del testo



Maria Pia Farneti    
"Libro della spesa"

(Ferrara) diario 1997-2002

natalia cangi con maria pia farneti Ci sono tante forme di depressione, tristezza e solitudine, ognuno le affronta con modalità diverse; Maria Pia Farneti le scrive nel suo diario. Un testo complesso che ci fa conoscere una donna profondamente sola anche se sposata, che non vuole arrendersi al trascorrere del tempo, al suo invecchiamento fisico.
Sono otto agende, fitte di scrittura e disegni, che l'autrice, inquieta e creativa, scrive, tra Ferrara dove è nata e Torino, dove vive con il marito. La sua vita è scandita da letture di libri e riviste, con attenzione agli oroscopi e alle varie "poste del cuore", da ore passate davanti alla alla TV a guardare “buffoni e film demenziali, le ovvietà nauseabonde, le banalità consumistiche e gli sbrodoloni retorici”.
“Io sono stufa del mondo. È troppo tardi e non mi ricordo quel periodo in cui ho perso tempo nella vita e ho lasciato passare gli anni…”. Si disegna nel volto lacrime viola perché non le è più concesso il pianto adolescenziale, non ricorda più come ci si commuova e ci si indigni, non la consola l'amicizia e l'amore, “passano ore e giorni e il telefono non squilla”. Il ricordo dei suoi genitori è talvolta pieno di rimpianto e nostalgia e ora che non ha più nessuno da amare perché è “un impegno gravoso”, capisce che “chi non ama più o non riesce più ad amare, si suicida parzialmente…”. Il suo matrimonio è una delusione. “Mi hanno fatto incontrare l'uomo del mio maledetto destino, vagava per le strade di una città ostica e grigia come Torino, sposata ad uno studioso, a questo povero Pierrot errante, non restava che far da mangiare e lavare i piatti per dipingere c'era poco tempo e luogo”, “sono venute meno le ispirazioni e ho cominciato a vivere senza più progetti…”.
I suoi disegni, le fantasie, le letture, la fanno sopravvivere.
leggi l'inizio del testo



Maria Teresa Giulianelli    
"Mezz'ora di felicità"

(Sant'Agata Feltria PU) diario 1978-1982

maria teresa giulianelli con laura mormii “Ma perché ho i capelli rossi?” si chiede continuamente Maria Teresa, quattordicenne alla fine degli anni Settanta, “in un periodo in cui erano tutt'altro che di moda”. Il diario diventa così il suo confidente, il luogo dove sfogare liberamente le amarezze e le sofferenze di un'adolescente che comincia a sentirsi diversa ed emarginata sia dai coetanei che dai familiari, interessati più a seguire il duro lavoro della terra che i bisogni e i desideri di una figlia.
Dopo aver terminato la scuola media nel piccolo paese di origine, Sant'Agata Feltria, invece di seguire le compagne a Rimini, come desiderava, è costretta a trasferirsi a Cesena, ospite della sorella maggiore appena sposata. L'anno successivo viene mandata ad abitare con la nonna materna, ma la convivenza non è affatto pacifica. Questo contribuisce ad alimentare i malumori e Maria Teresa si trova di nuovo sola ad affrontare un mondo sempre meno accogliente. Le sue riflessioni spaziano dalla scuola alle amicizie, alle uscite in discoteca, passando attraverso i racconti degli amori non corrisposti: “vorrei riuscire a scoprire attraverso me che la vita è davvero tanto bella come ce la descrivono i films, o i libri o tante altre cose. Ho paura che tutto quanto sia una grande illusione o che ogni secondo di felicità si debba pagare con un anno di tristezza, solitudine e sfiga”.
Il diario si conclude dopo la morte prematura del padre, con il rimpianto per non poter più recuperare un rapporto che negli ultimi anni era stato particolarmente conflittuale.
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Daniele Granatelli    
"Il sapore del pane"

(Lodi) memoria 1945-1998

luca ricci con daniele granatelli Aveva soltanto quattro anni Daniele quando fu messo su un treno insieme a tanti altri bambini per raggiungere un paese dell'Emilia dove una famiglia di contadini lo avrebbe ospitato per sei mesi. I partigiani dell'Emilia, nell'immediato dopoguerra, si erano offerti di accogliere nelle loro case, bambini di famiglie disagiate della Lombardia per un periodo da tre a sei mesi.
Dopo lo strappo doloroso dalle braccia della madre - una donna sola, incinta e con un'altra bambina di due anni -, Daniele si trova in una casa sconosciuta, tra gente sconosciuta che però gli dimostra subito attenzione e affetto. Passano i sei mesi, un anno, due…
La madre si fa viva solo con qualche rara lettera e una breve visita. Daniele cresce e vuol bene alle persone che lo circondano, anche se cercano di educarlo a volte con maniere forti. Impara a conoscere la vita di campagna e ad apprezzarne la bellezza. Ma sente troppo la mancanza della madre che adora, l'assenza delle sue carezze e del suo abbraccio "avvolgente”. "Quando mi veniva la crisi - scrive - mi allontanavo da casa e mi inoltravo nei campi, mi appoggiavo ad un olmo e piangevo… Parlavo con lei come se mi fosse di fronte… Quanto sei bella! Tu sei la vera madonna, ti voglio tanto bene”.
Torna definitivamente a casa dopo otto anni, avendo conseguito la licenza elementare, deciso a continuare gli studi. È felice di riabbracciare la madre, ma trova una donna dura, abbrutita dal lavoro e dalla solitudine, dedita alla crescita degli altri due figli. Da lui pretende un sostegno finanziario: non deve studiare, ma lavorare. Invece Daniele lavora e studia contemporaneamente.
Gli anni passano, Daniele lavora all'estero ormai da 23 anni. Rientra due o tre volte all'anno e la madre è la prima persona che vede e che cerca. "Finalmente sei arrivato - mi dice - c'è l'orto da zappare. Pulire la cantina. Mettere in ordine il garage. Dopodiché mi saluta. Me la stringo al cuore, le accarezzo i capelli mentre lei continua a borbottarmi l'elenco delle cose da fare…”.
leggi l'inizio del testo



Sebastiano Mele    
"Agli occhi del marinaio"

(Dorgali NU) diario 1907-1910

alessandra mele a pieve È il diario di bordo di una crociera militare intorno al mondo: per più di due anni la nave "Puglia" arriva con la bandiera italiana nei porti delle Americhe, dell'Asia e dell'Africa, sempre accolta dai connazionali residenti nei vari luoghi e dalle autorità locali che organizzano feste, parate, spettacoli e ricevimenti. In ogni porto i marinai scendono a terra e prendono contatto con le persone del luogo - soprattutto le ragazze. Quando la nave incontra imbarcazioni di altre nazioni si sviluppano relazioni di cordialità che testimoniano di un clima pacifico nelle relazioni internazionali dell'epoca.
Il viaggio, dal 1907 al 1910, a bordo di una nave “civettuola e forbita”, inizia da Taranto “fra due fitte ali di popolo plaudente e di truppa al suono della marcia reale”. Le numerose località che l'autore visita sono descritte con brevi notazioni sui paesaggi, sulle architetture e sugli abitanti. C'è voglia di osservare, capire, c'è il gusto di scoprire ora “i pinguini che fanno le capriole” nella Terra del Fuoco, ora il teatro e il folclore di Nagasaki o i cannoni, le caserme e le fortezze di Aden.
A San Francisco, il terremoto che l'ha distrutta è avvenuto da appena due anni e “malgrado le esagerazioni dei giornali sulla sua resurrezione sono ancora troppo evidenti le tracce della sanguinosa piaga prodottagli dall'immane catastrofe del 1905”. “Di maestoso non vi è che la parte centrale della città dove si addensa tutto il commercio e il movimento, e dove degli immensi grattanuvole nascondono i loro dorati conicoli fra la nebbia, quasi a sfidarne il firmamento”.
Ma è l'estremo Oriente, così diverso e immenso, che suscita più interesse in Mele che, da autodidatta, riesce a comunicarne storia e folclore, ad approfondire con grande rispetto ciò che vede o che solo intuisce. “In lontananza il cielo è cupo, cupo. Immense colonne di fumo nero vorticando, si elevano alte alte come un enorme reclame al lavoro febbrile, immane, che sotto di esso alacremente si compie per la difesa della patria tanto cara a questi piccoli esseri diffidenti”.
Con il “sole di maggio tanto sfolgorante e pieno di promesse”, il viaggio si conclude, a Taranto “come nella partenza fra due fitte ali di popolo plaudente”.
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Salvatore Rosso    
"L'ombra del Vesuvio"

(Napoli) autobiografia 1961-2000

salvatore rosso all'epoca del diario Salvatore è un ragazzo napoletano, nato e cresciuto nei quartieri "difficili" della città. Quinto di nove fratelli, fin da piccolo è costretto, tra il degrado e l'abbandono da parte delle istituzioni, a condividere la casa con numerosi parenti, ospiti sgraditi, in un ambiente familiare già difficilissimo: “e si è andati avanti così, sprecando la nostra infanzia a difenderci da quegli abominevoli parenti, che avrebbero meritato oltreché reazioni violente da parte di nostro padre, anche azioni violente da parte della magistratura”.
I successi a scuola e una situazione familiare alleviata dall'allontanamento dei parenti "cattivi", non impediscono l'ingresso del giovane scugnizzo in quello che poi diventerà un tunnel sempre più profondo, quello della droga. Cominciano le prime assenze al lavoro, i frequenti viaggi in autostop, le avventure, gli innamoramenti fugaci, le continue trasgressioni: “quella fase così densa e felice stava per diventare la porta che dava sulla stanza più buia della mia vita”. L'incubo prosegue, Salvatore entra in contatto con gli ambienti dello spaccio e della camorra. Finché finisce in carcere. Tornato a casa viene spedito a lavorare in Germania, ospite di una sorella.
Ritorna a Napoli, sconvolto dalla notizia del terremoto che aveva colpito l'Irpinia. Poi, complice una delusione sentimentale, ricomincia con un nuovo vortice di situazioni negative: carcere, lavori al limite della legalità, come quello di parcheggiatore abusivo, spaccio. Nonostante una storia d'amore importante, il lavoro in una casa editrice, l'aiuto da parte dei familiari e i continui ingressi in comunità, Salvatore non riesce a smettere di drogarsi: "le cose precipitarono, (…) lentamente ripresi a sprofondare”.
Nel 2002, grazie a "una progressiva presa di coscienza del mio devastato presente” accetta di recarsi al Nord, in una comunità, dove viene aiutato a trovare uno sbocco lavorativo. Oggi fa il metalmeccanico: "vivo e mi sento bene”.
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Dan Rabà    
"Virtuali naufraghi"

(Israele, Milano) epistolario 1998-1999

natalia cangi con dan rabà Dan, ebreo italiano, “comunista, artista, kibuznik”, residente ad Haifa con moglie e figlia, trova nel forum "L'isola della speranza" la possibilità di dare voce a un disagio crescente: “mi sento chiuso in una gabbia, costretto, legato e non ho la forza di liberarmi, di vivere”. “Spero che in questo sito si abbia la dignità di parlarsi di consigliarsi”. È per trovare risposte ai frequenti momenti di depressione, per imparare a scambiarsi “trucchi di sopravvivenza”, che il forum diventa il luogo ideale in cui si incontrano tante amicizie, forse tante solitudini. Tra il giugno 1998 e il gennaio 1999, ad ogni ora del giorno e della notte, si incrociano messaggi che sono come urla sofferte da tempo, sepolte nel proprio io per timore dell'indifferenza e dell'incomprensione altrui. E il carteggio con Marta, con la quale ha deciso di scrivere un libro, contiene messaggi di una particolare ampiezza. Vite che dopo terapie, ricoveri in clinica e lunghi periodi di apatia, si proiettano con curiosità verso “la prossima fase di pienezza, di creatività, del buio, del vento…”, finalmente libere di alzarsi dal letto e “uscire a comprare pane e latte…, il vero eroismo di un depresso”.
In una crescente intimità, come se la scrittura aprisse uno squarcio nel velo dei propri silenzi, ogni "naufrago" acquista coraggio e autocoscienza: “l'angoscia adesso è presente ogni mattina quando mi sveglio e penso che non vorrei svegliarmi, ma poi il dovere mi fa andare avanti, perché c'è un bene da qualche parte e lo voglio trovare”. Anche se poi torna l'ansia per le proprie debolezze, per quella chiusura che investe anima e testa, Dan riesce a non perdersi e a risollevarsi.
“Per fortuna non sono solo!!… brindo a voi con questo bicchiere di limonata ghiacciata…”
.
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Angelo Rebay    
"Primo tricolore"

(Pognana Lario CO) autobiografia 1788-1859

alessandra rebay a pieve 1797: l'esercito francese guidato da Napoleone occupa la Lombardia e nasce la Repubblica Cisalpina. Angelo ha solo nove anni e festeggia la nascita del tricolore. Così ha inizio il racconto di Angelo Rebay che nel 1800, a 12 anni, emigra a Gotha, in Sassonia, assieme a un cugino, per intraprendere il mestiere di commerciante. Angelo è dotato di capacità e spinto da una grande voglia di fare bene. Anche se “trovandomi tutto ad un tratto in seno a una Nazione che, per li costumi e la favella, varia tutt'affatto dalla mia, e i cui principij di religione sono contrari dalli miei, così non vi ebbi in principio un gran piacere” riesce nel giro di soli quattro anni a imparare il mestiere. Nel 1810 si sposa con Margherita, un legame fortissimo che sarà coronato dalla nascita di 10 figli. L'anno successivo la parentesi estera si chiude e i fratelli Rebay sciolgono la società che aveva sede ad Aquisgrana, rientrando a Pognana. Con il passare degli anni Angelo diviene un abile commerciante di stoffe e trasferisce la sua attività e la famiglia nella città di Como. Il successo in campo lavorativo gli permette di condurre una vita agiata e serena, ma questo non gli impedirà di assistere impotente alla scomparsa dolorosa di alcuni dei suoi figli (per far curare una di questi si recherà fino a Budapest “in un legno” ma tutto sarà vano) fino ad arrivare al 21 ottobre 1848, giorno in cui la sua adorata Margherita morirà.
Nell'autobiografia a carattere familiare trovano posto i fatti di cronaca locale, con i racconti di battaglie poi passate alla storia come i moti del '48, o di gravissime pestilenze che flagellarono l'Italia, nonché delle guerre d'Indipendenza che portarono all'unità del Paese.
Il memoriale si conclude con l'amaro sfogo contro un destino che lo ha privato di molti affetti, mentre è deluso dalle azioni dei figli: “nessuno fra loro, sia maschi che femmine rimasti, adotta i miei sinceri pareri e mi dà ascolto, continuando così essi tutti a battere una via che non li può portare a salvamento né per l'anima né per il corpo. In queste considerazioni e timori non posso più trovare né pace né contentezza!”.
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premi speciali


Premio speciale della Commissione di Lettura
“Giuseppe Bartolomei”
Gastone Canziani (Trieste)
A Fiume con D'Annunzio (epistolario 1919-1920)
Ha quindici anni quando parte volontario da Trieste per partecipare con D'Annunzio all'impresa di Fiume. Da lì scrive a casa fiero dei suoi ideali, deluso dal governo italiano, pieno di disapprovazione per chi è rimasto a casa. Ma chiede anche pacchi e libri per continuare a studiare e dare gli esami. Si interessa della famiglia, soprattutto della salute del padre.


Premio Pieve - Diario del presente
Marinella Correggia
Bombardata! Diario da Baghdad (diario 20 marzo-3 maggio 2003)
Quando iniziano i bombardamenti sull'Iraq, Marinella, giornalista free-lance, passa il confine siriano ed entra nel paese. Non la manda nessuno, solo la sua coscienza pacifista. Per più di un mese, a Baghdad, corre ovunque cada una bomba a raccogliere testimonianze, visita gli ospedali, intervista soldati e gente comune, tenendo un diario puntiglioso di quel che accade. E non si stanca mai di ragionare sul pacifismo, le sue motivazioni e i suoi fallimenti, per trovare strade nuove e smettere, al più presto, di raccontare guerre.


Premio per il miglior manoscritto originale - ex aequo

l'epistolario capriotti pierluca       Fernando Capriotti e Rosa Pierluca (Roma)
Un amore vero (epistolario 1935-1942)
Sette anni di lettere fra due giovani romani molto innamorati che, all'inizio del loro rapporto, non possono frequentarsi a causa della giovane età di lei. Oltre al grande amore, le lettere esprimono passione, talvolta gelosia, rari dissidi e dubbi, subito seguiti da rassicurazioni e conferme d'affetto.



l'esposizione del diario di maria pia farneti       Maria Pia Farneti (Ferrara)
Libro della spesa (diario 1997-2002)
Otto agende, fitte di scrittura e disegni, che accompagnano l'esistenza di una casalinga inquieta e creativa, tra Ferrara dove è nata e Torino, dove vive con il marito. La sua vita è scandita da letture di libri e riviste, con attenzione agli oroscopi e alle varie "poste del cuore", poi vede la TV e ne commenta i programmi. Qua e là emergono i ricordi della giovinezza, l'immagine dei genitori, i rimpianti per quel che non è stato, il disappunto per un matrimonio deludente.





il comunicato della giuria
La Giuria del “Premio Pieve - Banca Toscana” XIX edizione, riunitasi nei locali del Municipio, ha prima di tutto sottolineato l'alto livello dei dieci testi scelti dalla Commissione di Lettura, sia dal punto di vista della scrittura che da quello delle esperienze umane raccontate.
Dopo un'ampia discussione, in cui vari testi sono stati particolarmente apprezzati, la Giuria ha deciso di attribuire il Premio di quest'anno alla memoria 1945-1998 “Il sapore del pane” del lodigiano Daniele Granatelli.
L'autore vi rievoca con straordinaria lucidità priva di retorica, la vicenda dolorosa della sua infanzia trascorsa lontano dalla madre, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, e la sua vita nella campagna di Reggio Emilia dove è stato portato a 4 anni presso i partigiani della “Giulia” che accolsero nelle loro case bambini di famiglie disagiate della Lombardia.
Tra nostalgia e tensioni con la madre, Granatelli racconta gli otto anni in cui impara a conoscere la vita di campagna e ad apprezzarne la bellezza.
La sua memoria getta per la prima volta luce su un aspetto sconosciuto della solidarietà post-bellica nell'Italia della fame.
Vista l'alta qualità degli scritti in concorso, la Giuria ha deciso di assegnare una segnalazione speciale a due testi che presentano temi simili tra loro, ma che in realtà sono molto diversi. Si tratta della memoria del salernitano Luigi Del Pezzo “La coperta di cartone”, e dello scritto del napoletano Salvatore Rosso “L'ombra del Vesuvio”. Del Pezzo, nato nel 1977, ha inviato al concorso un testo molto spontaneo e per fortuna poco letterario, ma animato da una vera urgenza di scrittura, dove riesce a gettare una luce sul mondo dei punkabbestia e dei ragazzi che vivono per strada. Salvatore Rosso, invece, ha raccontato la sua parabola di caduta e redenzione: spacciatore, detenuto, poi parcheggiatore abusivo, riesce a inserire il suo personaggio nel contesto sociale di una Napoli aspra e violenta.




Premio Pieve - Banca Toscana 2003

direzione culturale
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direzione organizzativa
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direzione artistica
Luca Ricci

supervisione
Grazia Cappelletti

ufficio stampa
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Mario Aldinucci, Patrizia Baldini, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Cristina Cangi, Laura Caterbi, Sara Cipriani, Federico Franchi, Laura Mormii, Fabrizio Mugelli, Luisa Pari, Bettina Piccinelli, Angela Rubechi, Silvia Rubechi

collaborazione
Antiche Prigioni
Compagnia del CapoTrave




ULTIMO AGGIORNAMENTO 17 novembre 2003





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