http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2002
diciottesima edizione


 resoconto della manifestazione


il palco delle diciottesima edizione

un'immagine della manifestazione



martedì 10 settembre ore 12,00
conferenza stampa
ufficio di rappresentanza della Regione Toscana - Roma, Via Parigi 11


con Luca Ricci
che ha presentato i finalisti
del Premio Pieve – Banca Toscana 2002

Angelo Barbagallo
che ha presentato,
con i registi dell'edizione 2002,
I diari della Sacher

hanno partecipato

Albano Bragagni
Sindaco di Pieve Santo Stefano e Presidente della Fondazione Archivio diaristico

Mariella Zoppi
Assessore alla Cultura della Regione Toscana

Camillo Brezzi
Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo

Aldighiero Fini
Vice presidente della Banca Toscana






13-15 settembre
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio, Sala della Filarmonica

esposizione del Lenzuolo di Clelia Marchi
e dei manoscritti più preziosi inviati nel 2002
    i taccuini di vauro    


Ester Abuaf e Luigi Erminio Pelo
Raoul Baccini
Michele Barile
Italia Bianchi
Edgardo Bressani e Ida Ragaglia
Vittorio Cinti
Albino Di Cerbo
Fosco Donzellini
Renato Fabbrichesi
Claudio Faloppa
Antonio Grasso
Lorenzo Musci
Famiglia Neri
Giambattista Prampolini
Letizia Risaliti
Renato Rossi
Antonio Rotunno
Aureliano Santini
Vauro
realizzazione mostra
a cura di Cristina Cangi




13 settembre ore 21,00
diari che diventano libri
Palazzo Pretorio, Sala Consiliare



       la presentazione nella sala consiliare     Concetta Ada Gravante
Il marito taciturno   - Terre di Mezzo
vincitrice edizione 2001
Una signorina campana sposa, conoscendolo sul treno, un militare abruzzese, e si trasferisce presso di lui. Rimpiangerà la leggerezza dei suoi giorni giovanili, tenterà ostinatamente e con successo di avere dei figli, ma non arriverà mai a tollerare l'ottusità benpensante della piazzetta popolata dal clan familiare del marito. Un'opera scritta di nascosto, durante la notte. Con allegati brani di diario.


Luisa T.
I quaderni di Luisa   - Terre di Mezzo
vincitrice del decennale del premio
Il matrimonio come prigione che impedisce di pensare e di manifestare la propria personalità: sposatasi giovanissima con un uomo arido e violento, l'Autrice, vittima di un esaurimento nervoso, sceglie per amico un diario cui confida i soprusi del marito e la difficoltà di educare i figli, turbati da un ambiente famigliare privo di amore.
leggi un brano su pagine

Vauro
Appunti di guerra   - Terre di Mezzo
vincitore del “diario del presente” 2002
Il racconto giornaliero dell'Afganistan a un mese dall'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre. Il noto disegnatore e vignettista torna a ottobre dagli amici di Emergency e vive fianco a fianco con Gino Strada la devastazione della guerra tecnologica, ripresa dai media, che lascia dietro di sé morti e mutilati, vittime degli "effetti collaterali" dei bombardamenti.


soso stati presentati anche i volumi
Storie di antifascismo e di emigrazione di Francesco Ibba
Stagioni veloci di Alma Gamberini,
edizione 2001 del Premio Liberetà

coordina Luca Ricci
interventi di Alba Orti di Liberetà, Silvia Melloni di "Terre di Mezzo"
e degli autori Alma Gamberini, Vauro, Concetta Ada Gravante e Luisa.




14 settembre ore 10,00
cantieri autobiografici
in luoghi diversi
Sul modello degli atelier francesi organizzati ogni anno dall'Association pour l'autobiographie di Ambérieu-en-Bugey, sono stati proposti sei incontri a tema



L'Archivio dei miei diari
visita guidata all'Archivio
con Daniela Brighigni
Archivio diaristico


Io scrivo, tu studi
tesi e studi dedicati ai testi dell'Archivio
con Caterina Benelli
Biblioteca Comunale


Rappresentare i diari
cinema e teatro lavorano sull'Archivio
con Luca Ricci
Teatro Comunale


La scrittura autoanalitica
l'esperienza della Libera
con Duccio Demetrio
Tempietto del Colledestro


Porto franco delle autobiografie
diritto d'asilo per i diari dei migranti
con Natalia Cangi
Centro Giovani


L'archivio autobiografico
come cantiere culturale
con Anna Iuso
Sala del Camino


       il tempietto del colledestro     Tempietto del Colledestro
ore 12,00
riepilogo dei lavori e pranzo all'aperto





14 settembre ore 15,00
riunione della giuria nazionale
Palazzo Comunale



riunione della giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XVIII Premio Pieve – Banca Toscana 2002

la giuria
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Pietro Clemente
Beppe Del Colle
Gabriella D'Ina
Vittorio Dini
Piero Gelli
Antonio Gibelli
Lisa Ginzburg
Roberta Marchetti
Silvia Melloni
Maria Rita Parsi
Luca Ricci
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino




14 settembre ore 17,00
lettori e finalisti
Chiostro dell'Asilo

incontro tra commissione e finalisti


Incontro fra la Commissione di lettura
e i finalisti del Premio

i finalisti presenti

Maria Luisa Bressani per EDGARDO BRESSANI E IDA RAGAGLIA
CLAUDIA SONIA COLUSSI CORTE
FIORENZA DI FRANCO
Vincenzo Di Leo per CALOGERO DI LEO
MARIA URSULA GALLI
FRIDA GIANNOTTI
ELVEZIA MARCUCCI
ANDREA MORETTI
Paola Prampolini per GIAMBATTISTA PRAMPOLINI
GIOVANNI TERRERI

coordina Natalia Cangi



14 settembre ore 21,30
i diari della sacher
Piazza Santo Stefano
Proiezione dei quattro documentari 2002 de
"I diari della Sacher"


dal 13 al 15 sono stati proiettati nella Sede della Filarmonica (Palazzo Pretorio)
i sette documentari 2001 de "I diari della Sacher"
          il logo della sacher distribuzione




15 settembre ore 10,00
lettori e lista d'onore
Piazza delle Oche

incontro tra commissione e lista d'onore


Incontro fra la Commissione di lettura
e i diaristi della “Lista d'onore”


scelto da

ESTER ABUAF E LUIGI ERMINIO PELO Cristiana Cipriani
ROBERTA CAPINERA Daniela Brighigni
GIACOMO GUGLIELMINETTI Elisabetta Piccinelli
ANNA MAINARDI Natalia Cangi
LUIGIA PAOLI Adriana Gigli
MARIA PERLUIGI Enrico Giovanelli
GIOVANNI RABITO Valeria Landucci
AURELIANO SANTINI Laura Mormii
MISIA SATURNO Carlo Marino Buttazzo
MARIO SPERANZA Silvia Bragagni
SUSI MAGDA ZELLARI Patrizia Dindelli


Consegna del

Premio speciale della Commissione di lettura
“Giuseppe Bartolomei”

Remo Rosati
"Le mie avventure” autobiografia 1925-2001

Premio per il miglior manoscritto originale
Famiglia Neri
“Exorcismi” epistolario e libro di famiglia 1877-1999


coordinano
Cristiana Cipriani e Andrea Franceschetti
letture di
Grazia Cappelletti
interventi di
Pape Kanouté




       Saverio Tutino e la giuria in conferenza stampa     conferenza stampa
Palazzo Pretorio ore 12,30
Annuncio del vincitore alla stampa.
Lettura del comunicato
della Giuria Nazionale.

Vincitore dell'edizione del Premio Pieve
Banca Toscana 2002:
Andrea Moretti






               15 settembre ore 13,00
pranzo folcloristico
Poggiolino delle Viole

a inviti

organizzazione Proloco
di Pieve Santo Stefano

               un momento del pranzo folcloristico




15 settembre ore 16,30
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini


Saverio Tutino e la commissione di lettura
incontrano i finalisti 2002


manifestazione conclusiva del XVIII
Premio Pieve – Banca Toscana


il palco del premio pieve 2002 Consegna del Premio Pieve - Diario del presente a
Vauro

ospiti musicali
Andrea e Gloria Strappa


interventi di
Daniela Brighigni
Letizia Camaiti
Natalia Cangi
Cristiana Cipriani
Andrea Franceschetti
Lucia Franchi
Laura Mormii
Luca Ricci
Saverio Tutino

letture di
Grazia Cappelletti
Andrea Biagiotti
Amina Kovacevich


hanno partecipato
Nanni Moretti
Gino Strada

regia di
Luca Ricci




          il sindaco bragagni con nanni moretti          
15 settembre ore 18,00
cittadinanza onoraria

conferimento della cittadinanza onoraria
di Pieve Santo Stefano a
Nanni Moretti






15 settembre ore 21,00
i diari della sacher
Piazza Santo Stefano

Dopo la presentazione al Festival di Locarno, nella sezione "Cineasti del presente", i cortometraggi 2002 in anteprima nazionale



margherita ianelli       Zappaterra
regia di Elisabetta Pandimiglio e César Meneghetti
dall'autobiografia di Margherita Ianelli


dan rabà       L'acqua in mezzo
regia di Daria Menozzi
dai diari di Dan Rabà


egidio mileo       Il salumificio
regia di Alessandra Tantillo
dal memoriale di Egidio Mileo


antonio rossi       L'implacabile tenente Rossi
regia di Francesco Calogero
dal diario di Antonio Rossi

sono presenti
Nanni Moretti e Angelo Barbagallo
gli autori dei diari e i registi dei documentari
l'incontro dopo la proiezione è coordinato da Luca Ricci







dieci persone raccontano
i finalisti del Premio Pieve - Banca Toscana 2002

il logo delle memorie in piazza 2002




Edgardo Bressani e Ida Ragaglia    
"Tu sei per me l'aria che respiro"

(Trieste, Bobbio PC) epistolario 1934-1945

amina kovacevic e andrea biagiotti“Questa è una storia d'amore e d'educazione sentimentale fra Edi, un ragazzo di ventidue anni e Ida, una fanciulla di quasi diciannove, in mille lettere dal 1934 al '45”. Così la figlia che le ha ritrovate, scelte e spedite a Pieve, commenta l'invio dell'epistolario. E continua: “dodici anni di storia, dal fascismo alla liberazione”.
Le prime lettere sono da Bobbio (quelle di Ida) e da Pola dove Edgardo è alla Scuola Allievi Ufficiali. Le parole sono di nostalgia, di fiducia, ma anche di gelosia e dubbi, d'amore, insomma. Lei il 29.1.'35: “Edi, tu provi piacere a soggiogare e a deludere, ma risparmiami. Cerca di essere come ti sogno...” Si raccontano anche i problemi di lavoro per lei (è maestra) e di continui trasferimenti per lui. Saranno separati anche dopo il matrimonio. Già sposi, nel '37, Ida soffre di solitudine fra gente che non parla la sua lingua; è in Slovenia dove insegna e Edgardo scrive ai genitori: “...non abbandonatela, non lasciatela piangere lassù su quei monti, lontana da tutti e con tanta preoccupazione nel fondo dell'anima”.
Il 17 ottobre del '37 lui è militare a Fornovo Taro, vicino a Parma e solo brevi licenze gli permettono di raggiungere la sua amata. Lo scoppio della guerra li trova separati, lui è sul fronte alpino occidentale, lei a Trieste con il figlio nato nel 1938. Quando Edi è trasferito in Sicilia si fa raggiungere, ma dopo pochi mesi, Ida torna a Trieste per far nascere la figlia che attende. Per pochi giorni rivedrà il marito in licenza per il lieto evento.
Agli inizi del 1943 Edgardo è in Tunisia e si fa più acuta la nostalgia per la lontananza dalla moglie e dai figli, ma nelle lettere racconta anche le persone e i paesaggi africani, fino al bombardamento di Kairuàn quando scopre il dramma della guerra. E Ida, alle prese con i problemi di tutti in quegli anni, scrive di sé, dei figli, ma è il pensiero per lui che l'angoscia: “sento una stanchezza mortale, ora più che mai ti so in pericolo... perché non posso essere con te per dividere i disagi e alleviarti il dolore...” (22-3-1943). E lui: “...tornerò, perché ho tanto desiderio di viverti vicino, di arrabbiarmi per le tue scene di gelosia e poi risentirti mia... non temere di non piacermi più... Crediamo di vederci tanto invecchiati per il dolore che c'è in noi...” Il 28 aprile del 1943 le lettere si interrompono e lei saprà poi che Edgardo è prigioniero in Algeria. Sullo sfondo, le rappresaglie nazifasciste in Val Trebbia, il primo rastrellamento a Bobbio e le azioni partigiane della settima Brigata alpini “Aosta” di Giustizia e Libertà. Riusciranno con difficoltà a scriversi per rassicurarsi a vicenda, ma dovrà finire la guerra prima che la famiglia si ricongiunga.
leggi l'inizio del testo



Claudia Sonia Colussi Corte    
"L'isola nuda"

(Isola Vicentina VI, Croazia) memoria 1946-1956

claudia sonia colussi corteClaudia è stata testimone silenziosa di un sogno infranto: quello del padre, affascinato dal comunismo sovietico, alla ricerca di una terra ideale che accogliesse lui e la famiglia. Così, nel 1946, Claudia e i genitori lasciano Monfalcone e si trasferiscono a Lussimpiccolo, paese d'origine del padre, dove l'uomo crede di poter concretizzare le sue speranze di uguaglianza. La Russia è troppo lontana “Allora perché non andare a vivere al paese natio, Lussimpiccolo, che è il più bel paese del mondo? [...]. La Jugoslavia non era lontana. [...] Così la grande, incomparabile madre Russia, protettrice di tutti i paesi socialisti, gli sarebbe stata più vicino”.
Ma le tante speranze sono ben presto vanificate: la Jugoslavia si rese indipendente politicamente ed economicamente dall'Unione Sovietica e per il padre di Claudia, impegnato nelle attività di partito, la rinuncia alla lotta “per un futuro migliore del proletariato” è inaccettabile.
È così che il Tribunale Supremo di Spalato lo arresta e lo condanna a quattro anni di reclusione e a un anno di libertà condizionata per attività sovversiva: prigioniero politico è deportato a Goli Otok, l'Isola Nuda. Claudia e la madre, sfrattate, senza reddito e spaventate da possibili rappresaglie, tornano in Italia nell'attesa di notizie, che giungono a sorpresa, circa un anno dopo. Il rientro in Jugoslavia per Claudia, che ha circa 10 anni, coincide con il ricordo indelebile di Goli Otok, l'isola che “divenne la tomba per tanti innocenti, e per tantissimi fu il luogo dove le mostruosità commesse dagli uomini agli uomini arrivarono al loro apice”. Situata a nord della costa croata, trasformata in un campo di concentramento per detenuti politici, “è un'isola priva di vita e con il suo aspetto che evocava la morte, era ideale per un carcere dove nessuna legge umana sarebbe più esistita”. Nel gennaio 1954, dopo molte ore di viaggio, le due donne incontrano per quindici minuti un uomo irriconoscibile. Per le feste natalizie, grazie a un'amnistia, ”un bussare quasi timido turba la quiete della casa”. Claudia riabbraccia il padre “con le guance scarne [...] vestito poco e male [...] con la testa rasata”.
Dal febbraio 1951 alla fine del 1954 un uomo ha condiviso la sorte di almeno altri 2000 carcerati, molti dei quali “sono deceduti per estenuazione, torture, malnutrizione e malattie”. Claudia è stata testimone, sino all'ultimo, della sorte di suo padre, che è deceduto con nel cuore “quell'immagine incancellabile che ebbe della Russia, leggendo i libri dei suoi grandi scrittori”.
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Fiorenza Di Franco    
"Eravamo amici di Perlasca"

(Ungheria) memoria 1932-1951

fiorenza di franco con andrea franceschetti Quando l'Italia firma l'Armistizio, Fiorenza è in Ungheria: ha undici anni e sino a quel momento, come figlia di un funzionario presso la Regia Legazione d'Italia, ha avuto un'esistenza agiata. Ma l'evento ha un rilievo assoluto e per la famiglia Di Franco è tempo di rapide soluzioni: “Questa data cambiò completamente la mia vita. [...] Forse dovrei aggiungere che sono diventata anche una persona più combattiva e forte”.
L'Ungheria ha riconosciuto il governo della Repubblica di Salò, ma è invasa ugualmente dall'esercito tedesco nel marzo 1944 e, per il padre di Fiorenza, l'adesione al governo di Badoglio significa la deportazione a Mauthausen.
Con una narrazione che non lascia spazio all'immaginazione, Fiorenza ripercorre la sorte del padre, prigioniero politico, privato - come migliaia di altri uomini - della propria individualità e reso simile ad una bestia: “Dopo la prima notte insonne dovuta anche alle pulci e al freddo [...] alle cinque l'urlo della guardia li avvertì che dovevano andare nudi ai lavatoi per lavarsi”. Per Fiorenza, sua madre e suo fratello Italo, l'arresto del padre vuol dire prima l'internamento diplomatico nei monti Matra, poi il campo di concentramento a Csàkànydoroszlo assieme a Giorgio Perlasca, amico di famiglia. Da qui la fuga verso Budapest e l'ardita scelta di restare all'Hotel Hungaria, affollato di ufficiali tedeschi. Separata dal fratello, protetto da Perlasca nell'edificio della Legazione Spagnola, vive da una cugina nella Budapest liberata dai russi: viene mandata in Romania su un camion pieno di bambini e per un breve periodo è ospite di una famiglia, poi rimane per oltre un mese presso l'Istituto religioso delle Maestre Pie Venerini. Torna a Roma nell'agosto 1945 grazie alla Croce Rossa italiana e riabbraccia la famiglia, segnata indelebilmente dalla disfatta della guerra. Dopo aver perso tutto, dopo aver imparato “a non essere attaccata a niente e a non voler avere cose di valore”, Fiorenza lascia una testimonianza di eventi, che spera “servano ai giovani a conoscere un passato ancora vicino da non dimenticare”.
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Calogero Di Leo    
"Mai biurifu' laif"

(Lucca Sicula AG) autobiografia 1937-2000

calogero di leo con letizia camaiti Scritta in Florida, una grande saga familiare che lega la Sicilia al nuovo mondo attraverso una vicenda di migrazioni antiche.
Calogero, nato a Lucca Sicula, nell'entroterra agrigentino e proveniente da una famiglia molto numerosa, dove quasi tutti gli eredi si chiamavano con il suo nome - una catena come MC Donald's -, cresce con il sogno di poter un giorno emigrare in America. Dal piccolo paese siciliano, arretrato e privo di prospettive, molti erano scappati tentando di fare fortuna fuori dall'Italia, alimentando la fantasia dell'autore stesso e dei compaesani rimasti.
Nei racconti e attraverso i generosi pacchi dello zio Antonino, l'America acquistava sempre di più l'aspetto di una terra generosa, anche se i soldi da lui inviati per permettere ad altri parenti di affrontare la costosa traversata, puntualmente venivano investiti per altri scopi.
Negli anni Sessanta anche Calogero ha l'opportunità di lasciare la Sicilia. Chiuderà il suo piccolo bar, che vendeva gazzose e granite, partendo inizialmente per la Scozia, poiché era difficile ottenere visti per l'America.
Tornato al paese, dopo quattordici mesi, trova la situazione peggiorata: “si lavorava poco, causa mancanza di clienti e specie di gioventù che aveva emigrato la maggior parte”. Con i pochi risparmi accumulati finalmente arriva a New York nel 1964: “Via a un'altra avventura di un siciliano turista milionario in America [...] già respiro aria di New York e i piedi nel suolo americano. Missione Compiuta sogno realizzato”.
In America lavora come operaio e cameriere, soprattutto a contatto di comunità spagnole. Di origini portoricane è pure la moglie Evelyn, sposata nel 1965 e madre dei suoi tre figli: “Tra Benito il Cubano e visitare Evelyn il mio spagnolo migliora, l'inglese di meno”.
Verso la fine degli anni Settanta apre una pizzeria a New York, successivamente ceduta al figlio. Trasferitosi in Florida vi apre altri locali, fonti però di molti problemi finanziari e disavventure.
Adesso, ormai in pensione, racconta la sua vita meravigliosa, la sua biurifu' laif e scrive: “sono orgoglioso di tutto questo mio passato, di essere un italiano emigrante fiero e di contribuire al progresso di questa grande nazione America, che mi adottò e oggi è la patria dei miei figli e dei miei nipoti: Dio benedica Italia America e il Mondo”.
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Maria Ursula Galli    
"Canguri sdraiati morti"

(Livorno) memoria 1990-1991

ursula galli con lucia franchi Gli anni dell'infanzia li definisce strani, con episodi inquietanti in una scuola cattolica dove la suora-insegnante non sorrideva mai. A quindici anni ha un fidanzatino; si accorgerà di non aver vissuto l'adolescenza quando, dopo cinque anni, lo lascia e si troverà scoperta, confusa. Inizia a frequentare un gruppo di ragazzi con nomignoli cretini, ricchi o che vorrebbero diventarlo. Marco, borghese ipocrita, è il suo nuovo ragazzo. Sarebbe piaciuto a sua madre: abiti giusti, bella macchina, gite e cene in finti localini rustici dove lei conta le calorie che ingurgita, rinviando sempre le sue diete. Supplisce con il vomito. Finché David “non è venuto in Italia”. Lo aveva conosciuto a Londra, lo raggiungerà in Australia deludendo i suoi genitori che avrebbero voluto per lei una laurea, un lavoro da giornalista e un bravo ragazzo e non un “australiano spiantato che scrive storie di linee e colori che avrebbe voluto come i quadri di Mondrian”; senza successo perché “le idee che aveva in testa non gli venivano fuori come voleva”. La solitudine emerge da ogni pagina di questo racconto, generata forse dalla paura di amare e dall'incapacità di comunicare. Da parte di tutti i protagonisti, a iniziare da David e dalla sua famiglia, tutti glamorons come li definisce lui, persone di successo, intellettuali, anticonformisti. Lei li conoscerà, appena arrivata in Australia, durante un barbecue per il funerale di Julian, il fratello gay di David, morto di Aids e ora tornato da Los Angeles cenere, in un'urna di vetro che troneggia nel tavolo, travolta dagli avanzi di cibo e da bottiglie vuote, in attesa della sepoltura. Dopo ci sarà una foto di gruppo.
Con David si trasferisce poi a Sidney brulicante di scarafaggi, in uno squallido appartamento. Lui non vuole più dormire con lei. Materassi separati. Crampi allo stomaco, afa, sudore, angoscia. Saccheggia il frigo e poi vomita conficcando due dita in gola.
Ora è consapevole di essere scappata dall'Italia per l'incapacità di concretizzare progetti e passioni e per la voglia di essere indipendente senza sapere bene da cosa; si ritrova in un rapporto di reciproca insofferenza insieme ad un'incapacità malata di essere separati. Decide allora di lasciare David e lavorare ad una ricerca sul teatro e la letteratura aborigena australiana e partire in autobus verso il centro dell'Australia in un viaggio allucinante: paesaggi identici di sabbia rossa, squallidi motel, inquietanti aborigeni, afa e sudore, carcasse di animali e mosche che le entrano negli occhi e si posano sulla sua bocca. Tornata a Sidney, prima di rientrare in Italia, saluta David, “pesce in un acquario. Aveva un'aria da bambino invecchiato, school boy, le Reebok bianche, i pantaloni sgualciti, luci al neon, capelli corti con qualche filo bianco”.
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Frida Giannotti    
"L'età adulta"

(Milano, Fornaci di Barga LU) diario-epistolario 1978-2001

frida giannotti Frida è una donna sensibile, impulsiva, appassionata, che vive intensamente le gioie e i dolori che la vita le riserva. Nata a Milano nel periodo della Seconda guerra mondiale, a soli tre anni viene affidata alla nonna che viveva in Toscana e con lei rimane fino all'età di diciotto anni, quando torna a Milano per lavorare. Della sua infanzia ricorda solo la nonna: raramente i genitori e le sorelle furono presenti nella sua vita. A Milano conosce Sergio, un uomo ormai maturo, affascinante, già sposato, di cui si innamora. Lo segue a Roma dove convivono per circa 10 anni e dove nascono i loro tre figli. Si sposano. Frida lo ama molto, ma la sua natura passionale determina degli squilibri nel matrimonio, che dopo venti anni, fallisce con conseguente separazione. Frida soffre molto, soprattutto per l'incomprensione dei due figli maggiori che vanno a vivere con il padre. “Perché non riesco a dimenticare quando Sergio fece di tutto per farmi disprezzare dai figli, allontanandoli da me, né con quanta indifferenza loro vissero le mie paure e le mie difficoltà?”. E sono tante le difficoltà che dovrà affrontare, economiche oltre che affettive. Impiegherà tutta la sua volontà e il suo amore per ricucire gli strappi che avevano disunito la famiglia. Accoglierà di nuovo in casa il marito, ormai molto vecchio e malato e, pur soffrendo per il suo carattere difficile, pesante, spesso troppo ossessivo, lo assisterà fino alla morte. Rimane sola, ma il legame che la tiene unita ai figli resta per lei un valido motivo per continuare a vivere. Dalla lettera del figlio Alessandro:  “Ti ammiro tanto e sono fiero di averti per mamma. Ho sempre apprezzato tutto quello che hai fatto per tenere unita la famiglia, e come riesci sempre a avere fiducia nel domani. Ti voglio bene”.
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Elvezia Marcucci    
"Tutta la vita, da uno a novanta"

(Grosseto) autobiografia 1910-2001

elvezia marcucci con natalia cangi L'autrice, ultranovantenne, si definisce smemorata, ma la sua memoria è molto nitida e le permette di attraversare il secolo passato con tutti i suoi ricordi, che parlano dei soprusi e delle violenze che subisce, affrontando con intelligente serenità i cambiamenti e le difficoltà, inventandosi la vita con coraggio e creatività, quando occorre.
Il sogno di diventare concertista, la scuola, le passeggiate con le amiche lungo il Corso di Grosseto con la speranza di incontrare Pippo, di cui è innamorata senza averlo “mai avvicinato”, perché “allora l'amore si faceva con gli occhi”: tutto finisce bruscamente a diciassette anni quando subisce uno stupro e rimane incinta. È costretta a sposare un “ragazzo propotente e violento, uno dei primi fascisti di Grosseto”, che usa il manganello anche con lei con tanta furia da farla finire in ospedale dove le asporteranno un rene.
Nonostante tutto ha anche ricordi di serenità della vita accanto a quest'uomo dal quale avrà due figli e quando, a soli trentaquattro anni farà una morte atroce, lei lo rimpiangerà. Così perlomeno racconta ora, a un'età in cui si capisce che “i grandi dolori il tempo li corrode e li trasforma in dolorosi ricordi in principio, dopo il dolore lentamente scompare e rimane solamente il ricordo”. Così, non c'è mai tragedia nella rievocazione, pure drammatica, della sua giovinezza interrotta. Finita la guerra, la figlia si sposa e va a vivere negli Stati Uniti dove il marito, fisico, lavora con Fermi. Nel 1947 la raggiunge e decide di fermarsi sposando un “uomo tranquillo, buono se non bello” per avere la cittadinanza americana, lavora e poi si dedica alla pittura con tanta passione e successo da farne una professione. Riesce così a farsi raggiungere anche dal figlio e a costruirsi una vita serena con figli e nipoti accettando con disinvoltura divorzi e famiglie allargate. Talvolta la nostalgia per la sua Maremma Italiana la colpisce così forte da farla vacillare. Vi torna a settant'anni quando, rimasta vedova dopo trentadue anni di matrimonio, decide di lasciare gli Stati Uniti. Continuerà a dipingere, a frequentare i Musei e la spiaggia della Marina, a sentire la solitudine solo quando lo studio dove lavora è chiuso.
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Andrea Moretti    
"L'incidente"

(Anghiari AR) memoria 1996-1999

andrea moretti con laura mormii Il 19 Giugno 1997, da un centro di riabilitazione che lo ospita da circa due mesi, Andrea, un diciannovenne esuberante, ex pallavolista, programmatore informatico, immagina di scrivere a un'amica raccontando la sua lunga, drammatica esperienza. Il 23 Dicembre 1996 decide di andare ad Arezzo per terminare un lavoro che gli era stato commissionato. È una mattina fredda, piovosa, la strada è bagnata e sdrucciolevole, e, nonostante la macchina nuova nella quale “si sentiva protetto, al sicuro”, ad una curva si scontra con un camion. È un incidente spaventoso che lo riduce in fin di vita. Si risveglia all'Ospedale di Careggi, a Firenze, in Rianimazione, dopo essere stato operato al CTO. Trascorrono cinque giorni: “Il mio corpo non rispondeva a nessun comando. Qualsiasi sforzo facessi per muovermi, non notavo nessuna reazione”. Cominciano i trasferimenti nei vari reparti. Tac, analisi, radiografie, interventi, vive tutto come in un sogno di cui però si ricorda i minimi particolari: assistenti e medici che gli si rivolgono con simpatia e con estrema umanità, altri che lo considerano solo un oggetto da esaminare, trascurabile dal punto di vista umano. Sono tutte esperienze che lo segnano profondamente e che lo spingono a reagire per rientrare nel mondo dei vivi, per ritornare ad essere qualcuno. Viene trasferito a Pozzolatico, Centro di Riabilitazione Don Gnocchi. “Ho dovuto ricominciare tutto daccapo, a parlare in primo luogo, a mangiare in secondo, proprio come un bambino... Ma stavo ritornando a vivere, piano piano, senza fretta”. Sono passati tre anni: Andrea non è più il ragazzo spensierato e allegro di quando aveva diciannove anni. Ha acquistato una nuova dimensione, una maggiore consapevolezza, ma soprattutto “un maggior rispetto per la vita e per chi ce l'ha data”.
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Giambattista Prampolini    
"Contro i briganti, dopo l'Unità"

(Scandiano RE) autobiografia 1834-1881

paola prampolini É il 1848. Nel Ducato di Modena, all'epoca di “quel cretino” di Francesco V d'Austria-Este, un quattordicenne, orfano di padre, scappa di casa per unirsi all'esercito franco-piemontese in lotta contro gli austriaci, in quella che sarà chiamata la prima guerra d'indipendenza. Riacciuffato, viene ricondotto a casa. La madre, che “non ebbe a venire proprio come una pazza furiosa, ma da tenersi osservata”, sofferente di disturbi psichici, non aveva alcuna tutela su di lui. Così, la nonna e la zia, lo avviano alla carriera ecclesiastica. Ma dura poco l'esperienza che avrebbe dovuto far di lui un porporato. Nel 1852, il giovane si arruola nell'esercito del Ducato, finché il fragore delle rivoluzioni non lo attira a sé. Difatti, entra nelle fila dei Cacciatori degli Appennini di Garibaldi, per combattere la seconda - e vittoriosa - guerra d'indipendenza. In seguito, viene integrato come ufficiale nell'esercito sabaudo e, nel 1861, in quello del neonato Stato unitario.
Facile alla sfida e al duello d'onore, amante di cavalli, tamburi e artiglierie, Prampolini è trasferito al Sud per lottare contro il brigantaggio nelle campagne tra la Basilicata e la Puglia. “La nostra vita divenne può dirsi permanente ne' boschi, perché fu una continua perlustrazione” scrive, ricordando l'epoca in cui era impegnato a lottare con alcune delle più pericolose bande di briganti, tra cui quella del celebre José Borjes, finanziata proprio dai deposti Borbone. Raccontando gli avvenimenti con lucidità tutta militare, la crudeltà dello scontro e le violenze perpetrate da entrambe le parti, vengono fuori con l'immediatezza del fatto vissuto: ne resta una testimonianza importante sullo scontro che ha la realtà del Sud, soprattutto con se stessa.
Nel 1864 Prampolini si sposa, nel 1869 è a Como per sedare le proteste contro l'introduzione, da parte della Destra Storica, della tassa sul macinato, nel 1870 lo mandano a Genova, contro i repubblicani che, guidati da Mazzini, mettono in piedi una rivoluzione cittadina, nel 1881 contrae il secondo matrimonio, dopo la morte della prima moglie, per parto. Gli nasceranno nove figli in tutto, di cui solo due gli sopravviveranno.
Il 15 aprile del 1890 dà principio alla stesura delle sue memorie autobiografiche, mandate all'Archivio di Pieve da una lontana pronipote.
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Giovanni Terreri    
"Lune nuove"

(Arezzo) diario 1983

giovanni terreri con lucia franchi “Il mio viaggio in India è nato per darmi un'occasione più forte di affrontare me stesso”. Così inizia il diario di Giovanni, un giovane ventinovenne con alle spalle un matrimonio fallito, che gli causa ancora sofferenza. Amante di Hermann Hesse, cultore di joga, spera di ritrovare in questo viaggio una nuova stabilità, aiutato anche dall'uso di droghe.
Parte con amici e altri turisti, ma presto se ne distacca e procede da solo. Questa sua solitudine lo induce a scrivere tutto quello che prova, come avesse un interlocutore in se stesso. Si apre, parla di sé, delle sue incertezze e paranoie. Non è tanto l'India che vuol conoscere: vuol conoscere se stesso nel rapporto con un mondo sconosciuto.
Non mancano tuttavia pagine di esaltazione di fronte ad alcuni aspetti che lo affascinano: il Gange - il Gange e la sua voce, la cosa più bella dell'India -, la molteplicità degli uccelli, la varietà degli animali, l'atmosfera insolita, i colori. Ma vede anche la sporcizia, l'indifferenza delle persone, la loro miseria. Si sente fuori posto: il suo malessere esistenziale non si è placato. Ha nostalgia della sua casa, soprattutto del figlioletto Marco e decide di anticipare il suo ritorno.
Ad Arezzo continua a scrivere e nelle pagine c'è soprattutto sofferenza nel dover dividere con la ex moglie la presenza del figlio, ma riesamina con lucidità la sua situazione, accettando la solituidine che ne è derivata. Si sente forte e questa sensazione lo esalta. Crede di aver ritrovato un nuovo equilibrio ma è talmente arroccato nel suo isolamento da sentirsi pietrificato e incapace di lasciarsi andare a nuovi sentimenti.
“Riesco soltanto a stare male e a pensare a un'infinità di cose senza senso, che velano i miei occhi e oscurano la mia mente e il mio cuore”. Con queste parole termina il diario.
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premi speciali


Premio speciale della Commissione di Lettura
“Giuseppe Bartolomei”
REMO ROSATI (Arezzo)
Le mie avventure (autobiografia, 1925-2001)
Prima agricoltore nel podere di famiglia, poi emigrante in cerca di fortuna, infine operaio in fabbrica a Prato: tutta una vita di lavoro, nell'autobiografia, in ottava rima, di un toscano che, giunto finalmente in pensione, coltiva la passione per la poesia.


Premio Pieve
“Diario del presente”
VAURO
Appunti di guerra


    un dettaglio del manoscritto neri     Premio per il miglior
manoscritto originale
FAMIGLIA NERI (Arezzo)
Exorcismi (epistolario, libro di famiglia 1877-1999)
Attraverso un'ampia documentazione Renzo Neri scrive la storia della sua famiglia e del calzificio fondato agli inizi del Novecento. Dei suoi avi, con lettere, foto, cartoline e brevi diari, escono fuori vicende personali e di guerra, che attraversano tutto il secolo.





il comunicato della giuria
La Giuria Nazionale del "Premio Pieve - Banca Toscana", alla sua diciottesima edizione, che segna simbolicamente l'ingresso nella maturità, nella rosa dei dieci finalisti, segnala per la prima volta le vicende esistenziali di tre giovani. La Giuria ha apprezzato le due "strane fughe" di Maria Ursula Galli e Giovanni Terreri. Lei, tra il 1990 e il 1991 trascorre cinque mesi in Australia, inseguendo un amore che l'ha fatta avvolgere su se stessa, ma da cui riesce a liberarsi. Alla fine, scappa verso il deserto per fare una tesi di laurea sul teatro degli aborigeni che discuterà due anni dopo, in Italia, ormai lontana dal contesto australiano di cui ha saputo descrivere con una certa sensibilità la desolazione di certi paesaggi, in rapporto ai turbamenti psicologici che avvenivano in lei. Invece, Terreri, nel 1981, vive la coda finale di quell'esodo che portò molti giovani europei e americani verso l'India, anche lui fuggendo lontano per ritrovare se stesso. Nel suo diario di viaggio traccia un percorso di maturazione umana, con la capacità di unire alla descrizione dei luoghi visitati la riflessione sulla propria interiorità in movimento. Raccomandando all'editore Terre di Mezzo anche l'eventuale pubblicazione congiunta di queste due opere, infine, la Giuria ha scelto di premiare col maggior riconoscimento la memoria di Andrea Moretti, dal titolo "L'incidente". É il racconto di un pallavolista diciannovenne, vittima di un incidente automobilistico che lo costringe in sala di rianimazione tra la vita e la morte e, una volta passato il pericolo, lo obbliga a una lunga degenza in strutture di riabilitazione. La Giuria, pur sottolineando certe acerbità di questa scrittura, ha deciso di conferire ad Andrea Moretti il "Premio Pieve" per la sua capacità di raccontare il lento riappropriarsi delle più elementari funzioni vitali e per il coraggio con cui ha saputo reagire alla sventura e ritornare alla vita, sino a trovare il desiderio di testimoniare il suo percorso di salvazione. Ne risulta un documento prezioso sul passaggio dall'incoscienza alla coscienza di sé, con la volontà di ricomporre in dettaglio quei tasselli di memoria che il coma ha cancellato, narrando la propria vicenda con la consapevolezza di chi è scampato alla morte e ora vuole testimoniare la sua energia vitale.





direzione culturale
Saverio Tutino

direzione organizzativa
Loretta Veri

coordinamento artistico
Luca Ricci

promozione attività
Grazia Cappelletti

ufficio stampa
Andrea Franceschetti


staff
Cristina Cangi, Mario Aldinucci, Patrizia Baldini, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Laura Caterbi, Federico Franchi, Laura Mormii, Luisa Pari, Bettina Piccinelli, Silvia Rubechi

collaborazione artistica
Associazione Antiche Prigioni









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