http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2001
diciassettesima edizione

 resoconto della manifestazione



il palco della premiazione

un'immagine della manifestazione, foto di Gianni Locci




27 agosto 2001 ore 12,00
conferenza stampa
Sala Stampa della Giunta Regionale - Via Cavour 18, Firenze

con Luca Ricci
che presenta i finalisti 2001 del
Premio Pieve – Banca Toscana
e l'iniziativa
I diari della Sacher
in programma alla Mostra del cinema di Venezia

Mariella Zoppi
Assessore alla Cultura
della Regione Toscana

Camillo Brezzi
Assessore alla Cultura
della Provincia di Arezzo


Massimo Bernazzi
Vice Presidente della Banca Toscana



31 agosto - 2 settembre
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio, Sala Consiliare


esposizione del Lenzuolo di Clelia Marchi
e dei manoscritti più preziosi inviati nel 2001


Eugenio Anzilotti
Gino Bardini e Tosca Danti
Lea Canini
Giuseppe Cima
Ada Fiorenza Coletti
Riccardo Fumagalli
Nicola Mazzalonga
Gino Medaglini
Egisto Pollini
Ivano Rebustini
Flora Ritter
Antonio Roberto
Carlo Romerio
Valentina Roselli
Giuseppina Salmaso

realizzazione mostra a cura di Cristina Cangi




31 agosto
diari che diventano libri
Sala del Camino ore 21,30


Armando Zanchi
Il giro della vita – Edizioni Unicopli
vincitore edizione 2000
Ricordi di fanciullezza e adolescenza in una miseria senza disperazione, prima rubando patate e castagne nella campagna toscana, poi fuggendo l'aspro rigore del fascismo e l'orrore della guerra. Da adulto sarà tagliaboschi nei Pirenei, quindi manovale e cuoco nei dintorni di Londra, dove giunge senza comprendere una parola di inglese, infine operaio di zuccherificio a Parigi, dove la Polizia, il lotta con gli algerini, lo guarda con sospetto.

Dora Klein
Vivere e sopravvivere – Gruppo Ugo Mursia Editore
Una giovane ebrea polacca diventa dottoressa in chirurgia all'università di Bologna; nel '36, a Fiume, zona franca e di vivace mondanità si innamora di un ufficiale di marina. Comincia così una storia d'amore molto tormentata. Ha da lui una figlia, malgrado il divieto razzista al loro matrimonio. Poi, diventa apolide, viene deportata ad Auschwitz e Bergen Belsen dove la sua laurea in medicina la salva dalle camere a gas.

Silvia Montevecchi
Il sogno ostinato – Editrice Berti & Cart'armata edizioni srl
Una pedagogista, specializzata nell'educazione alla pace, lavora con strutture di cooperazione internazionale in paesi come il Burundi e la Somalia, in cui forte è la necessità di aiuto. Conosce le realtà del sottosviluppo, della formazione del corpo insegnanti e di un intervento attivo e diffuso.


coordina l'incontro Daniela Brighigni
interventi di Pietro Clemente, Beppe Del Colle e Nicola Tranfaglia
e degli autori Silvia Montevecchi e Armando Zanchi




1 settembre
la provincia della memoria
Sala del Camino ore 10,30


il progetto regionale Porto Franco e i centri interculturali aretini
tavola rotonda
con
Lanfranco Binni, responsabile regionale di Porto Franco
Camillo Brezzi, assessore alla cultura della Provincia di Arezzo

Tiziana Tinozzi per il Centro interculturale “Don Giuseppe Torelli” – Bucine
Andrea Merendelli per il Centro interculturale “Centro Giovani” – Anghiari
Paolo Basco per il Centro interculturale “Direzione Casa Circondariale” - Arezzo
Donatella Bidini per il Centro interculturale “Baobab” – Civitella in Valdichiana
Mario Spiganti per il Centro interculturale “C.R.E.D.” – Ponte a Poppi

coordina l'incontro Natalia Cangi




1 settembre
riunione della giuria nazionale
Palazzo Comunale ore 15,30


riunione della giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XVII Premio Pieve – Banca Toscana 2001

la giuria
Camillo Brezzi
Pietro Clemente
Beppe Del Colle
Gabriella D'Ina
Vittorio Dini
Piero Gelli
Antonio Gibelli
Vivian Lamarque
Maurizio Maggiani
Roberta Marchetti
Maria Rita Parsi
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino




incontro fra lettori e finalisti 2001 1 settembre
lettori e finalisti
Sala del Camino ore 17,30



incontro fra la Commissione di lettura
e i finalisti del Premio Pieve






i finalisti presenti
Lea Canini
Franco Francini per Andrea Francini e Carmine Rizzo
Elisa Frassetto
Concetta Ada Gravante
Flora Ritter
Rossana Roberto per Antonio Roberto
Gian Carlo Stracciari
Paolo Spellanzon Scanferla per Filomena Lina Trozzi
Ines Zaro

coordina Lucia Franchi




1 settembre
Teatro Comunale ore 21,45
Antiche Prigioni Teatro

La signorina Ida
recita per cinque attori un uomo una donna

libero adattamento dal “Diario nero” di Ida Nencioni
finalista al Premio Pieve 1998
Spettacolo segnalato alla rassegna regionale “Il Debutto di Amleto” 2001

drammaturgia Lucia Franchi e Luca Ricci
scene Enzo Fontana
luci Luigi Burroni
costumi Natalia Cangi, Silvia Rubechi, Loretta Veri
consulenza Grazia Cappelletti
regia Luca Ricci

con Luigi Burroni, Mirco Ferrara, Lucia Franchi, Luca Ricci, Angela Rubechi,
Silvia Rubechi, Loretta Veri

Ecco le pagine del diario della Nencioni trasformarsi in una pantomima acida, un veglione infernale popolato di condomini rissosi e maldicenti, scompartimenti ferroviari simili a tradotte d'emigranti, parenti subdoli e distanti, infermieri sadici, cure mediche che sembrano sevizie di un tribunale della Santa Inquisizione.

Nico Garrone





lista d'onore 2001
2 settembre
lettori e lista d'onore
Piazza delle Oche ore 10,00

incontro fra la Commissione di lettura
e i diaristi della “Lista d'onore”







scelto da
Santi Borgni Enrico Giovanelli
Giuseppe Sola per Antonio Brunello Paolo Donati
Rina Cestelli Bettina Piccinelli
Fulvia Dal Zotto Elisabetta Gaburri
Rosaria Micela Patrizia Dindelli
Sara Miller Natalia Cangi
Miria Ridolfi Valeria Landucci
Bianca Rossi Daniela Brighigni
Valeria Salvini Silvia Gradi
Carla Sanguineti Cristiana Cipriani
Massimiliano Segafredo Silvia Guerra


Consegna del
  • Premio Speciale “Giuseppe Bartolomei” e premio per il miglior manoscritto originale
    Eugenio Anzilotti
    "In una lettera del settembre” diario 1946
  • Menzioni speciali
    Giuseppe Cima
    “Amica carissima” epistolario 1848-1851
    Fabrizio Rossi "Impressioni di un viaggio per l'Italia media e settentrionale” diario 1865

    coordinano Cristiana Cipriani e Andrea Franceschetti
    letture di Grazia Cappelletti della compagnia Antiche Prigioni Teatro
    interventi di Orchestra de felicitade e tristeza



    2 settembre
    conferenza stampa
    Palazzo Pretorio ore 12,30
    Annuncio del vincitore alla stampa.
    Lettura del comunicato
    della Giuria Nazionale.

    Vincitrice dell'edizione del Premio Pieve
    Banca Toscana 2001:
    Concetta Ada Gravante




    2 settembre
    pranzo folcloristico
    Poggiolino delle Viole ore 13,00

    a inviti

    organizzazione Proloco
    di Pieve Santo Stefano

              il pranzo folcloristico, 2001



    2 settembre
    memorie in piazza
    Piazza Plinio Pellegrini ore 16,30

    Saverio Tutino e la commissione di lettura
    incontrano i finalisti 2001

    manifestazione conclusiva
    del XVII Premio Pieve – Banca Toscana


    con il
    Duo Marchio



    interventi di

    Daniela Brighigni
    Natalia Cangi
    Grazia Cappelletti
    Cristiana Cipriani
    Mirco Ferrara
    Andrea Franceschetti
    Lucia Franchi
    Luca Ricci
    Saverio Tutino

    interventi teatrali della compagnia
    Antiche Prigioni Teatro


    regia di
    Luca Ricci



    dieci persone raccontano


    Natalia Cangi con Lea Canini Lea Canini     "In cerca di sé"
    (Torre Pedrera) diario-epistolario 1978-1987
    Inizia con un viaggio in bicicletta da Bologna a Lecce il diario di una giovane donna, per mettersi alla prova, sola, con se stessa e per prepararsi ad eventi più difficili. Laureatasi in medicina potrebbe cominciare ad applicarsi a un compito di grande responsabilità. Ma tutto è molto difficile: la separazione dal marito, il rapporto con le figlie che vivono con lei è conflittuale quanto quello con se stessa. Combattuta fra il desiderio di libertà, il senso del dovere e di colpa verso le piccole Isra e Myrice, la rabbia nei confronti del marito e le preoccupazioni economiche, Lea cerca in nuovi rapporti di amicizia e di amore un equilibrio che non trova. Un grande aiuto lo trova per un certo periodo in Angelo, attraverso un sostegno reciproco ma nella consapevolezza che questo legame è tanto importante quanto transitorio. Rita è un'amica preziosa, con la quale scambia consigli e confidenze affettuose. Poi viene l'amicizia amorosa con Natale, compagno impegnato ma difficile e sfuggente. Ad un certo punto il diario - che va dal ' 78 all ' 87 - registra l'inizio della storia più lunga, quella con Leonardo.
    L'epoca dello scritto coincide con quella più pesante per tutti, dai tempi delle Brigate Rosse alla disgregazione del mondo socialista. La politica si ingrigisce e rende anche le crisi individuali più ardue da districare. Quella di Lea più di tante altre, nonostante viaggi e vacanze che la porteranno fino in Messico. Le complicate relazioni con altri uomini sono i principali fili conduttori: Lea si sente giovane ma è a disagio con i giovani, vuole lavorare ma non ricava soddisfazioni, è coinvolta nei problemi collettivi ma è consapevole della propria incoerenza anche se fa un continuo esame di coscienza con sincera vitalità, per contrastare quell'incertezza che durerà ancora alla conclusione dello scritto.




    Luca Ricci con Carmine Rizzo Andrea Francini e Carmine Rizzo     "La cura Reja"
    (Città di Castello - Cavallino) epistolario 1996-2000
    Due ex compagni di università, giovani laureati in ingegneria al Politecnico di Torino, uno di Lecce e uno di Città di Castello, scelgono di andare a lavorare all'estero: Lino Rizzo andrà in Inghilterra, Andrea Francini negli Stati Uniti. Legati da profonda amicizia e da una smisurata passione per il gioco del calcio, i due si scambiano per quattro anni messaggi di posta elettronica, aggiornandosi reciprocamente e commentando i risultati delle squadre del cuore con l'arguto linguaggio della tifoseria. Lino è anche interista ma la sua vera passione è il Lecce. Andrea è più semplicemente torinista. Il calcio non è mai fine ultimo del dialogo, ma si afferma come comodo e divertente mezzo di aggancio (con tutti gli annessi luoghi comuni) per difendere il rapporto di amicizia dai pericoli della distanza. Lo stile delle missive su Internet è quello della residua goliardia (con spunti controllati di “audacia”) mentre il contenuto è fatto soprattutto di reminiscenze sui compagni e i docenti del periodo trascorso insieme a Torino, di citazioni tratte da film visti e rivisti in collegio, di resoconti di vita quotidiana, e di bonari sfottò sulle alterne fortune delle squadre. Sotto le battute, a volte anche intelligentemente spiritose e scoppiettanti, emerge evidente la nostalgia di casa, il disagio di vivere all'interno di realtà che non appartengono alla loro cultura, l'ansia per le scelte del domani che li attende e la voglia di trasmettere e condividere il senso della comune esperienza di emigrazione. Questo curioso epistolario, giovandosi della tecnica più moderna, riflette perfettamente i tempi attuali per le problematiche che ne emergono in un profluvio abbondante di confidenza gergale.




    Cristiana Cipriani con Elisa Frassetto Elisa Frassetto     "Plavno diventa casa"
    (Torino) diario 1996-1998
    Una ragazza torinese va in Croazia nel 1996 in viaggio col suo ragazzo appena conosciuto, per dare risposta alla sua curiosità nei confronti di una guerra vissuta solo attraverso i resoconti dei mass media. Dopo qualche settimana Elisa troverà il modo di tornare sui luoghi di quella felice vacanza con i volontari dell'Organizzazione Papa Giovanni XXIII, che realizzavano il progetto “Colomba” per testimoniare un atto di presenza e di neutralità, che comportava molta solidarietà con chi stava soffrendo le pene di una guerra civile, con aspre motivazioni etniche, nella ex Jugoslavia che si stava disintegrando. Elisa, con altri giovani, è mandata ad assistere anziani serbi abbandonati dai figli fuggitivi verso Belgrado. Si installa nelle case di Plavno e di Knin, nella Croazia centrale, dove molti vecchi, soli, poverissimi e malati, sopravvivono tra i ricordi del passato e un presente di odio e di morte. I giovani volontari italiani restano a lungo accanto a loro, alleviando la solitudine e facendo fronte alle necessità più umili e immediate. Entrando così nella loro cultura e in un pezzo della loro storia “per capire insieme e dal basso l'altro volto della guerra, le ragioni degli uni e degli altri e per aiutarli a discutere non con i fucili ma con la ragione e il dialogo”, dove era possibile. Così gli ideali dell'adolescenza di Elisa, maturati in un'Italia in movimento tra confronti sociali e culturali ben diversi, si misurano con la realtà di una tragedia che dura ancora oggi. Elisa parla poco di sé, spesso lo fa per allusioni indirette; ma vuole fissare nelle pagine dei suoi ricordi ogni nome e ogni situazione per testimoniare con semplicità e pudore un percorso così coinvolgente.




    Natalia Cangi con Concetta Ada Gravante Concetta Ada Gravante     "Il marito taciturno"
    (Capua) memoria-autobiografia 1940-1996
    A una studentessa di Capua, che doveva viaggiare tutti i giorni fra Villa Literno e Napoli, dove frequentava l'Istituto Universitario Orientale, succedono sul treno eventi che le cambieranno la vita. Conoscerà negli scompartimenti o sul predellino, alle stazioni, i suoi primi colpi di fulmine o i lenti innamoramenti che la renderanno più matura: dal primo fidanzato a quel militare che diventò uno dei suoi più fedeli corteggiatori, e poi morì in una esercitazione di volo. Per sette anni durerà l'incontro d'amore con il Principe Azzurro, quello che avrebbe dovuto diventare il suo compagno per la vita e invece alla fine sparirà. Ma Concetta finirà comunque col credere di aver trovato, ancora sul treno, l'uomo del suo vero destino. Infatti, alla fine sposa, durante la guerra, un militare abruzzese, alto e di bella presenza. Poi, trasferitasi a Pescara a vivere con lui e la sua famiglia, dovrà rimpiangere per tutta la vita la leggerezza ignara dei tempi della scuola. Il marito, una volta impossessatosi di lei, si rivelerà poco interessato e chiuso nei suoi riguardi. Lei rimarrà incinta e quattro volte, per motivi inspiegabili, sarà costretta ad abortire, prima di avere due figlie che pur dandole molta gioia non riusciranno a farle tollerare l'ottusità del clan di suo marito, che non le parla mai se non per redarguirla, o per dirle, facendo l'amore, una frase misteriosa e incompleta: “sei la più, la più, la più…”. Così saranno cinquant'anni di convivenza piena di delusioni che diventeranno, dopo una storia da sogno, il diario di una vita quotidiana di fattacci privati e di incubi, che lei tentava invano di imbellettare, vestendosi come una “statuina di biscuit”, “tutta un bijou”, quando usciva con lui, per non fargli fare brutta figura. Un'opera scritta di nascosto, durante la notte, con allegate lettere e stralci di diario.




    Luca Ricci con Flora Ritter Flora Ritter     "Né sesso né potere"
    (Milano) diario 1955-1970
    “Io sono una bambina di sette anni, alla mattina non voglio mai alzarmi e dico alla mamma di lasciarmi stare: mi interrompi sempre il sogno!”. Comincia così il diario di Flora. Quando lo terminerà nel 1970, avrà compiuto ventun anni e i suoi sogni li starà raccontando in terapia di gruppo ad uno psicanalista che vorrebbe adottare come padre, perché il suo “va oggettivamente odiato”. I quindici anni in cui ha scritto il suo diario quasi giornalmente, sono trascorsi come capita un po' a tutti, tra la scuola, la famiglia e le vacanze. Di suo, in particolare, il destino ha voluto che ci fossero soprattutto i contrasti con il padre. Mentre con l'età crescevano i dubbi e, per il suo carattere, la ricerca di certezze difficili da trovare a portata di mano diventava nevrotica, nel mondo accadevano eventi strani: la fase finale di un'epoca di grandi mutamenti sociali si trasformava tra i giovani in un movimento che prometteva di raggiungere un mondo in cui i sogni sarebbero andati al potere. Tra la scoperta della politica e le occupazioni dell'Università, gli stimoli erano molti e le persone interessanti da incontrare si facevano avanti, generando nell'animo di Flora anche una certa confusione di idee che produceva incoerenza. Il contrasto fra la famiglia borghese e ben pensante che pratica le messe per “pagani, scismatici, eretici ed infedeli” e l'ambiente del movimentismo negli ultimi anni Sessanta, era diventato per Flora devastante. E si aggravava sempre più per una vana ricerca di soddisfazioni sessuali. Da una parte assemblee, Terzo mondo, esami passati col voto politico e visite ai braccianti; dall'altra un padre reazionario e prepotente che non le permetteva neanche di vedere la TV e certi film, né di leggere l'“immorale” Tolstoj o di frequentare chi voleva. Inevitabile, dunque, il ricorso alla psicoterapia.




    Daniela Brighigni con Rossana Roberto Antonio Roberto     "La mula e il podere"
    (Roseto Valfortore) epistolario 1942-1944
    Le lettere che costituiscono l'essenza della memoria di questo piccolo contadino della campagna foggiana sono quelle spedite alla famiglia dopo il richiamo alle armi, alla fine d'agosto del 1942. Il giovane Antonio ha una moglie che si chiama Giuseppina e un figlio che si chiama Giuseppe. Le sue missive alla famiglia non possono mai recare segni delle località da cui vengono spedite. Sarà in un primo tempo da una base militare del sud, In Italia, poi dalla Grecia e infine dalla Lorena, dove l'hanno portato le truppe tedesche che l'hanno fatto prigioniero dopo l'8 settembre. Qui Antonio lavorerà in miniera. Di tutto questo, la famiglia non saprà niente fino a dopo la guerra. Le sue lettere parleranno sempre un linguaggio che è quello del desco famigliare, un misto di italiano e di dialetto molto stretto, a volte incomprensibile, se la nipote, curandone la divulgazione, non avesse apposto delle note esplicative. Gli argomenti di cui tratta Antonio sono quelli che devono interessare alla famiglia senza tradire la censura: il terreno del podere da lavorare, la mula ormai vecchia da vendere, i debiti da saldare. In certi momenti Antonio si rammarica della loro povertà di contadini poveri e sfruttati. Chiede che gli si mandi un po' di cibo, lamette per la barba e altri generi di minima necessità. Non si lamenta mai della guerra, si abbandona solo una volta a un pensiero come questo: “Dunque tu mi dici che essendo senza di me ti vedi una vita morta, ma anch'io mi vedo più di te lontano come sono in terra straniera ...”. e dice di sperare che presto si rivedranno. Ma di colpo, nel campo di Igel, presso Treviri, morirà per edema polmonare, poco prima che la guerra finisca.




    Serretto Serretti     "Statuette di marmolina"
    (Cecina) memoria 1901-1928
    Nato nel 1901 a Cecina, non lontano dal mare, Serretto ne vive tanto il fascino tra l'infanzia e l'adolescenza, che il suo primo destino sarà quello di ottenere, nel 1922, il diploma di capitano di lungo corso. Ma l'educazione famigliare e il carattere esuberante non gli permettono di tollerare l'avvento di un regime fondato sull'ordine repressivo. Così Serretto rifiuta di firmare l'iscrizione all'unico sindacato consentito dalle nuove leggi, per aderire invece a un'attività “sovversiva” che lo induce a lasciar il lavoro sulla nave Vallescura e a seguire due amici che vanno a cercare fortuna in Argentina. Hanno un progetto che è quello di aprire una fabbrica di mattonelle a Buenos Aires. Ma l'inizio non promette bene, si lasciano ingenuamente truffare e sono costretti a dividersi, andando in giro - “busco trabajo” - alla ricerca di altre occupazioni. Serretto troverà un impiego per sei mesi nella costruzione di una ferrovia in Patagonia. Poi torna a Buenos Aires, ma gli amici sono sempre più opportunisti e diventano anche capaci di ingannarlo. Alla fine, la banda di Cecina porterà il suo sogno di fare fortuna in Colombia, prima vendendo statuine di marmolina fatte sulla copia ridotta di celebri sculture, poi intraprendendo altre attività, come e dove capitava loro la fortuna di trovarne. E avranno modo anche di darsi a produzioni più redditizie. “Dentro le nostre possibilità”, scrive serretto, “dovevamo scegliere un'industria ancora non esistente in Colombia”. L'arte di arrangiarsi li aveva aiutati a uscire indenni dai peggiori guai. La politica italiana si era mescolata ai problemi di lavoro. Uno era andato ad amministrare un cinema, un altro aveva aperto un ristorantino a Santa Marta, un terzo si era sposato ed era andato in Italia a presentare la moglie alla famiglia. Bisognava pensare al futuro.




    Mirco Ferrara con Giancarlo Stracciari Gian Carlo Stracciari     "Giorni perduti"
    (Argelato)diario 1943-1945
    Giancarlo, all'epoca dell'armistizio storico, aveva diciotto anni e stava per diplomarsi. Chiamato al servizio militare dal governo della Repubblica di Salò venne spedito subito verso il fronte sud per erigere fortificazioni contro l'avanzata delle truppe angloamericane. Ma dopo pochi mesi, in quel di Cassino, vide le truppe tedesche battere in ritirata, alcuni suoi ufficiali sparire e l'esercito di Salò dissolversi. Con i suoi compagni, Stracciari si ritrovò nell'Italia libera dal fascismo a collaborare con le truppe alleate, prima come addetto al trasporto delle munizioni, poi in un ospedale da campo come portaferiti, sempre spostandosi verso nord, lungo il percorso dell'avanzata angloamericana. Il racconto del soldato sbandato attraversa così una strana guerra, poche volte narrate nelle memorie di questo genere, fra pericoli evidenti e specifiche confusioni di ruoli, ma non senza una reazione sentimentale. Quella che sembrava una corsa, si fermerà poi sulla linea Gotica, alla porta di casa, per tutto l'inverno del '44-'45. La vicenda si conclude con il rientro del ventenne Giancarlo nel paese natale, Argelato, nel momento in cui, accanto alla gioia per la pace ritrovata, si consumava una resa dei conti locale tra partigiani e fascisti inevitabilmente sanguinosa. E finisce col successivo fulmineo completamento degli studi, per vie altrettanto spicce, dal punto di vista burocratico.




    Lucia Franchi con Paolo Spellanzon Scanferla Filomena Lina Trozzi     "Via Tasso-Dachau, e ritorno"
    (Sulmona) memoria 1943-1945
    Ci sono molti scritti autobiografici, che cominciano l'8 settembre 1943, la data dell'armistizio che consegnò l'Italia nelle mani dei tedeschi. Lina Trozzi era allora una studentessa ormai prossima alla laurea. L'occupazione nazista di Roma la fece entrare nei famosi Gap (Gruppi d'azione patriottica), i partigiani garibaldini di città. Anche se era stata dipendente di un'organizzazione sindacale fascista, non aveva mai preso la tessera del partito. Nel nuovo ruolo di partigiana, porterà valigie cariche di armi da una parte all'altra della capitale, attaccherà manifesti, affronterà camminate interminabili, finché verso la fine di gennaio cadrà in una trappola tesa dalle SS. Chiamata dai compagni, andrà ad un appuntamento per ritirare chiodi da sabotaggio e invece troverà i militi nazisti. Passerà poi per la sede centrale delle SS di via Tasso e il carcere di Regina Coeli, e dopo il processo, condannata a dieci anni di lavori forzati, affronterà la deportazione in Germania, da Dachau a Stadelheim, fino al penitenziario femminile di Aichach. A Roma si era incontrata con Maria Teresa Regard, arrestata insieme a lei, e in Germania dividerà la sua sorte con le compagne Enrica Filippini e Vera Michelin. Da Aichach la liberò la V Armata americana. Così insieme con altre tremila detenute, poté festeggiare l'8 maggio 1945 la Festa della Pace. Solo molti anni più tardi, Lina Trozzi deciderà di raccontarsi in una memoria essenziale quanto vibrante, arricchita con lettere inviate dal carcere, l'atto del processo e una relazione sugli eventi redatta per il partito subito dopo la guerra.





    Grazia Cappelletti con suor Cleofe Ines Zaro     "La suora rinchiusa"
    (Venezia) memoria 1916-1995
    L'autobiografia di Ines parte dall'infelicità totale che le ha riservato l'infanzia, tra continui litigi famigliari e la morte del padre ancora giovane e della sorella minore. Il padre si è suicidato. Malvoluta dalla madre e dalla sorella maggiore, Ines comincia a lavorare quando è ancora quasi una bambina, felice di passare qualche ora lontana da quella casa. Verrà poi assunta, adolescente, nell'Ufficio della Ragioneria meccanizzata del Ministero dell'Agricoltura, a Venezia. Pur gratificata professionalmente, quando nel '43 gli uffici verranno trasferiti a Milano, deciderà di frequentare l'Università del Sacro Cuore per studiare teologia e morale, discipline che vanno incontro alla sua sensibilità religiosa. E nel '46 sceglierà di farsi suora, per concretare il bisogno di svolgere il suo apostolato, presso la sede milanese delle Figlie dell'Immacolata Concezione di Buenos Aires. Sarà invece questo l'inizio di sofferenze fisiche e morali, in quanto si accorgerà che “la predicazione ecclesiale manipola il messaggio di Cristo per interessi particolari di potere e di dominio dell'uomo sull'uomo”. L'insofferenza di Suor Maria Cleofe per una disciplina che ritiene assurda e mortificante viene considerata dai Superiori come una manifestazione tipica di alienazione mentale. Così nel 1959 Suor Cleofe finirà in una clinica psichiatrica per religiosi. Tornata in Comunità si dedica con entusiasmo all'insegnamento, ma anche in questo campo viene ostacolata e nel 1967 sarà di nuovo ricoverata in un istituto di Tivoli. Svolgerà poi opera di volontariato presso i baraccati della periferia di Roma, poi a Rocca di Papa in un centro curato da Padre Lombardi, fino al 1973 e ancora nella sua Comunità fino al 1995.




    premi speciali

    il diario di Eugenio AnzilottiPremio Speciale della Commissione di lettura
    “Giuseppe Bartolomei”
    e premio per il miglior manoscritto originale

    Eugenio Anzilotti "In una lettera del settembre”
    diario (1946)
    Il direttore generale del Ministero del Commercio estero è membro della delegazione italiana che segue i lavori della conferenza per la pace a Parigi, nel 1946, alla fine del secondo conflitto mondiale. Nel suo diario si alternano giornate destinate a discussioni politiche, economiche e territoriali a quelle più serene, dedicate alla scoperta delle ricchezze artistiche parigine.



    Menzioni speciali

    Giuseppe Cima “Amica carissima”
    epistolario (1848-1851)
    Un generale lombardo esiliato a Torino dopo i moti milanesi del 1848, scrive all'amica rimasta a Milano e a sua figlia. Aspetta un'amnistia per poter tornare ed esprime nostalgia, preoccupazione per i suoi beni lasciati, dà notizie della sua famiglia e soprattutto consigli sugli affari dell'amica, sull'educazione dei figli e sulla salute.

    Fabrizio Rossi "Impressioni di un viaggio per l'Italia media e settentrionale”
    diario (1865)
    Nel 1865, a 34 anni, l'autore parte con la moglie da Canosa di Puglia per un lungo viaggio che lo porterà in giro per l'Italia in treno e in diligenza. Di ogni città descrive monumenti, palazzi, chiese, teatri e giardini, riempendo il diario di osservazioni storiche, politiche, ambientali. Dopo 45 giorni torna a casa, entusiasta dell'Italia nata con l'Unità appena quattro anni prima. Ha percorso 4290 chilometri, speso 2118 lire e visitato 35 città.




    il comunicato della giuria
    Saverio Tutino legge il comunicato della giuriaRiuniti a Pieve Santo Stefano il 1° settembre 2001, i membri della Giuria nazionale del "Premio Pieve-Banca Toscana" hanno preso in esame la rosa dei dieci finalisti scelti dalla commissione locale fra 152 testi arrivati quest'anno per il concorso. Risalta fra questi una significativa prevalenza di scritti femminili che testimoniano la spinta a una crescente evoluzione, nella seconda parte del Novecento, verso una più marcata ricerca di libertà da parte delle donne, coscienti dell'importanza della loro differenza esistenziale. Compiacendosi per la qualità dei dieci testi designati per questa finale, che riguardano un arco di tempo e una gamma di esperienze individuali di vario interesse storico e sociale, la giuria - composta da Camillo Brezzi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Gabriella D'Ina, Vittorio Dini, Piero Gelli, Antonio Gibelli, Vivian Lamarque, Maurizio Maggiani, Roberta Marchetti, Maria Rita Parsi, Nicola Tranfaglia, SaverioTutino - si è soffermata sulla singolarità di alcune esperienze: come quella della giovane volontaria torinese Elisa Frassetto nella Croazia del '97, o quella di Ines Zaro, una suora veneziana dall'esperienza travagliata: valori psicologici particolari sono stati rilevati nei diari di Flora Ritter, con la sua crisi giovanile negli anni intorno al '68, e di Lea Canini, nella sua lunga esplorazione del femminismo e dei rapporti di potere con gli uomini. Sul versante maschile, la giuria desidera citare la singolare importanza del documento costituito dalle lettere di guerra del contadino granatiere foggiano Antonio Roberto che colpiscono per la straordinaria visione legata al proprio mondo contadino. Anche i ricordi di Serretto Serretti, emigrato negli Anni Venti in America Latina, e le missive attuali via e-mail di Francini e Rizzo, due giovani ingegneri legati dalla comune origine universitaria e dalla passione per il calcio, hanno impressionato per la loro originalità. Senza dimenticare infine i ricordi di Filomena Lina Trozzi, partigiana deportata a Dachau, e quelli di Gian Carlo Stracciari, soldatino dell'esercito di Salò. Alla fine, la giuria ha deciso a grande maggioranza di conferire il premio Pieve Banca Toscana, giunto alla 17^ edizione, a un libro memorialistico intitolato "Il marito taciturno" di Concetta Ada Gravante, che contiene la narrazione ironica e positiva di una donna che, dal 1940 a oggi, affronta un percorso di emancipazione culturale e sociale sul sofferente rapporto con l'uomo che aveva sposato per amore e di nascosto dal quale, di notte, ha scritto la sua autobiografia. Delusa dal matrimonio, la Gravante affronta le asprezze della sua condizione riuscendo a mantenere, nel suo stile personale, un lucido punto di vista sul rapporto col marito, attraverso ricordi che salvano e curano la vita: da Capua a Villa Literno, a Pescara, passando per gli anni di frequenza dell'"Orientale" a Napoli. Come si addice ad un premio nato nella "Città del Diario", la giuria ha voluto infine segnalare anche le doti di sensibilità e di grande attualità contenute nel diario di Elisa Frassetto, che a 22 anni, ha dedicato, per la semplice gioia del dare, con amore, la propria solidarietà agli anziani serbi rimasti isolati in Croazia, nel vortice di una guerra che non sembra finire.





    direzione culturale
    Saverio Tutino

    direzione organizzativa
    Loretta Veri

    coordinamento artistico
    Luca Ricci

    promozione attività
    Grazia Cappelletti

    ufficio stampa
    Andrea Franceschetti


    staff
    Cristina Cangi, Mario Aldinucci, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Luca Carria, Laura Caterbi, Federico Franchi, Roberta Ferroni, Giancarlo Giorgi, Laura Mormii, Bettina Piccinelli, Marco Ricci, Angela Rubechi, Silvia Rubechi




    home

    orari e contatti