http://www.archiviodiari.it/premio.htm



Premio Pieve - Banca Toscana 2000
sedicesima edizione

 resoconto della manifestazione



il palco della premiazione

un'immagine della manifestazione, foto di Carlo Gambi





mercoledì 6 settembre ore 12,00 Sala Stampa della Giunta Regionale

Via Cavour 18, Firenze

.....................................conferenza stampa

 
sul Premio Pieve-Banca Toscana 2000

con
Lanfranco Binni  Responsabile Progetto Portofranco della Regione Toscana
Camillo Brezzi  Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo
Luca Ricci  Coordinatore artistico del premio

presenti
Salvatore Enia  Banca Toscana
Alba Orti  Liberetà

 



8-10 settembre Palazzo Pretorio

Sala Consiliare

.......................................il tesoro dell’archivio

esposizione del Lenzuolo di Clelia Marchi

e dei manoscritti più preziosi inviati nel 2000

Sala Consiliare, settembre 2000

Autori Vari
Adler Ascari
Giuseppe Bastianon
Julie Bego
Marco Bugatti
Giovanni Cataldi
Chiara Clusini
Silvana Conci
Cesare Conti
Giorgio De Sena
Vanna Gozzi
Antonietta Manzi
Bruno Mazzucato
Giuseppe Miconi
Angelino Petraglia
Vincenzo Rabito
Regina Rouzkouski e Saverio Saudino
Famiglia Roveda
Ercole Vari



 

9 settembre Sala del Camino

ore 10.30

................................. l'internazionale diaristica

agenda di lavoro

Incontro tra gli archivi europei dell’autobiografia con

Antonio Castillo GomezArxiu Memòria Popular, La Roca del Valles

Frauke von Troschke e Rosemarie WerdnikTagebucharchiv, Emmendingen

Marja Riita Vainikkala, – The Finnish Academy for Autobiographis and Folk Art, Kärsämäki

e i rappresentanti dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano



partecipa Ulrich Niemann, sindaco di Emmendingen

coordina Loretta Veri





9 settembre Palazzo Comunale 

ore 16.00

....................................... riunione della giuria nazionale

per la designazione del vincitore del
XVI Premio Pieve – Banca Toscana 2000



la giuria

Camillo Brezzi
Pietro Clemente
Beppe Del Colle
Gabriella D’Ina
Vittorio Dini
Piero Gelli
Antonio Gibelli
Vivian Lamarque
Roberta Marchetti
Maurizio Maggiani
Maria Rita Parsi
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino





9 settembre Logge del Grano  

ore 17.30

...........................................lettori e finalisti

Incontro fra la Commissione di lettura e i finalisti del Premio

 

presenti i finalisti

JULIE BEGO
MARCO BUGATTI
SILVANA CONCI
Maria Pia Conti per CESARE CONTI 
Francesco Valinotti per VANNA GOZZI 
PAOLO IANNUCCI 
ESTER MAIMERI
Giovanni, Salvatore e Tano Rabito per VINCENZO RABITO 
GIORGIO ROSSI 
ARMANDO ZANCHI 

coordina Lucia Franchi





9 settembre Teatro Comunale

ore 21,30

.............................................. diari che diventano libri

presentazione a cura della redazione di "Primapersona"

 

Maddalena M.
Imparare paura
Malatempora Editore   

Una storia piena di violenta suspence in una famiglia sarda che insegna a una bambina ad avere paura di tutti. Tra le mura domestiche subisce violenza prima dai genitori alcolizzati, poi da un giovane insensibile che riuscirà a sposarla diciottenne senza amarla mai. Emigrata a Wuppertal, dopo la morte di una prima figlia ha la forza di troncare con il passato e di rifarsi una vita. (testo vincitore dell'edizione 1999).



coordina Daniela Brighigni

interventi di Gabriella D'Ina, Maria Rita Parsi e Angelo Quattrocchi

lettura di Angela Rubechi (Antiche Prigioni Teatro)

presente l’autrice





 

10 settembre Piazzetta delle Oche

ore 10.00

.............................................. lettori e lista d’onore

Incontro fra la Commissione di lettura e i diaristi della "Lista d’onore"



scelto da

Catia Boni

Giuseppe Conato

Albano Buttignon

Silvia Guerra

Augusto Camiolo

Elisabetta Gaburri

Sara Cerrini

Natalia Cangi

Massimo Cappelletti

Paolo Donati

Cesare Ciacci

Bettina Piccinelli

Francalancia

Daniela Brighigni

Antonietta Manzi

Lucia Franchi

Silvia Montevecchi

Cristiana Cipriani

Oberdan Troiani

Laura Mormii



Consegna del

Premio Speciale della Commissione di lettura "Giuseppe Bartolomei"

Giovanni Cataldi
U' signur maghestr
diario (1955-1961)

Assegnato come supplente nelle sedi più disagiate dell’entroterra cosentino, un giovane maestro si trova di fronte aule come stalle, prive di qualunque strumento didattico. Un’esperienza che lo formerà come uomo e come insegnante.



Premio per il miglior manoscritto originale donato nel 2000

Il manoscritto di Adler Ascari

Adler Ascari
Tutto da rifare

diario (1939-1945)

donazione della figlia Ada

Una storia di vita militare accennata con brevi appunti per quanto riguarda il periodo 1936-1943, poi raccontata più dettagliatamente quando, catturato dagli americani durante la guerra in Tunisia, subisce l’internamento nei campi di prigionia del Tennessee e dell’Arkansas.



coordinano Andrea Franceschetti e Lucia Franchi

letture di Grazia Cappelletti

interventi dei Jazz Pistols



 

10 settembre Archivio diaristico

ore 12.00

.............................................. conferenza stampa

la conferenza stampa, settembre 2000

Annuncio dei vincitori
alla stampa.
Lettura del comunicato
della Giuria Nazionale.

Vincitori ex aequo
dell'edizione del Premio Pieve
Banca Toscana 2000:

Vincenzo Rabito
Armando Zanchi











10 settembre Piazza Plinio Pellegrini

ore 16.30

.....................................................memorie in piazza

dieci persone raccontano

manifestazione conclusiva del Premio Pieve-Banca Toscana

 

con Natalia Cangi e Luca Ricci

e la partecipazione di Saverio Tutino

 

intervengono

i finalisti

Pape Siriman Kanouté

i membri della Giuria Nazionale

 

letture di Grazia Cappelletti

è presente Nanni Moretti

 

 

 

 

 

...................................i finalisti

 

 

Julie Bego (Rovigo)
In un quadrato piccolo
diario 1993-1999

Julie Bego ha compiuto vent’anni quando nel 1993 comincia a scrivere di sé, della bulimia e della dipendenza dal cibo che per lei è ormai droga. Vorrebbe essere aiutata ma non riesce a confidarsi e nasconde abilmente una angosciosa solitudine, "questo disagio del cuore che ruba letteralmente la vita". Chiusa nella malattia non sa dunque cercare aiuto e accumula sensi di colpa verso i genitori mentre continua o a mangiare e vomitare, o a non mangiare proprio. Sta ferma "in un quadrato piccolo", vuole star male, stringe i denti per sentirsi peggio e "per farsi voler bene". Vorrebbe tornare bambina e ricominciare da capo, quando era "socievole, brava a scuola, una figlia dolce e una bimba da ammirare e da ricompensare con coccole e affetto". Ora pensa disperatamente anche alla morte, presa da angoscia e paura, anche se mangia una mela o beve un sorso d’acqua. Teme di "pesare un grammo in più", così da dover correre e muoversi per perderlo. Lo spazio della sua dipendenza è al supermercato, la tazza del water la sua salvezza, la bilancia il suo incubo. É il 1999 e scrive ancora di sé: "Durante questi anni di bulimia ho perso molte persone che non ce la fanno a starmi vicina". Anche il suo compagno l’ha lasciata e lei vomitando soffoca tutto, mentre cerca "una goccia di tranquillità". Nei momenti di riflessione affiora in lei la speranza di una tregua. Il 30 marzo del ’99 scrive: "Oggi trovo il coraggio, ben sapendo che vomiterò ancora, di pensare in maniera critica al mio disagio, di non affidarlo solo alla pillola risolutiva di tutto… di fermarmi e pensarci un po’ sopra…". Ma "non è facile guarire non è facile ricostruire in una mente provata e in un corpo debilitato, con problemi e ferite da rimarginare, un equilibrio, seppur infimo".

 

Margo Bugatti (Milano)
Sad soul
diario 1997-1999

"Voglia di ascoltare, Voglia di gridare, Voglia di bere, Voglia di sputare, Voglia di insultare, Voglia di bestemmiare, Voglia di sfogarmi, Voglia di pagare, Voglia di godere, Voglia di esplodere". E soprattutto voglia di provocare e di provare forti emozioni. Così è il diario di Marco Bugatti grande ammiratore del Jack Frusciante di Brizzi. Ha vent’anni e scrive: "Sono sempre stato bravo a crearmi problemi e a ingigantire quelli che c’erano". Ora non riesce più a smettere mentre i suoi guai si fanno sempre più veri e la sua gioventù gli diventa insopportabile, come la sua ragazza, che Marco continua a far soffrire. Ama la musica, vuole comporre canzoni, mentre scrive del suo disprezzo per la "banale e stupida normalità", del desiderio di essere diverso, e formula rabbiose invettive contro tutti. Odia il mondo intero, la TV e Costanzo, Frizzi e Forum. Soprattutto non ama se stesso, cerca una solitudine che lo fa star male, vuole suonare, ma la sua mano non lo aiuta. "Non c’è niente da fare, non c’è nessun posto dove andare e non c’è nessuna falsa ideologia a cui aggrapparsi". Affascinato da sempre dagli eccessi, ha "respirato per vent’anni l’angoscia, l’ansia, la frustrazione." Quello di Marco è uno sfogo lungo, ora rabbioso, ora angosciato di un adolescente di professione, perfetto esempio anche nel linguaggio, di un certo mondo giovanile di oggi dove la solitudine è senza scampo, la comunicazione è complessa e i punti di riferimento paiono non esistere.

 

Silvana Conci (Trento)
Ma' Nyariay
autobiografia 1944-1998

Silvana Conci è la maggiore di tredici fratelli, ma si è "sentita sempre nessuno e di nessuno" finché non è diventata madre. Scrive la sua autobiografia per la figlia perché "abbia più mamma e conosca le sue radici". Ha cinquanta anni nel 1994, quando comincia a percorrere a ritroso una vita difficile. Uscita da una famiglia trentina poverissima e oppressa dalle convinzioni di un padre religiosamente ossessivo, Silvana viene mandata dalle suore, a Savona. Ne uscirà poco dopo la morte della madre e il suicidio di due fratelli. Comincerà, senza terminarla, l’università a Padova. Difatti partirà per l’Africa. Agli inizi degli anni Settanta aveva conosciuto Bol, un sudanese, con cui aveva stabilito un rapporto di affetto e di amicizia. Così lo raggiunge nel Sudan meridionale e lo sposa. Ora anche lei vive nella tribù dei Nuer, ma senza mai riuscire a integrarsi appieno. Difatti: "Il tempo sembrava non scorrere, il tempo non aveva importanza. Si alzavano con il sole, si coricavano insieme al sole. A volte parlavano, si animavano, ma lunghi erano i silenzi, e gli occhi, sempre tristi, persi lontano". Il racconto dell’Africa è privo di considerazioni a posteriori e ricco di fatti: Silvana vive sulla propria pelle le problematiche connesse all’incontro fra culture. Ben presto si accorge che Bol, fra la sua gente, è una persona diversa. Per lui la tribù viene prima di tutto e i suoi compagni lo incitano a sollevarsi da quelli che gli occidentali considerano "doveri coniugali". Nasce una bambina Gloria Nyariay, cioè "la figlia del fiume". Bol capisce che le due - madre e figlia – non riescono ad adattarsi alla vita di laggiù e le lascia partire per l’Italia. Presto verrà anche lui. Silvana lo attende per sette anni, restando in contatto con suore e missionari. Ma perde le sue tracce. Si rassegna, accompagnandosi a un altro uomo, Danilo. Ma a distanza di anni vorrebbe che Bol venisse in Italia almeno per un po’, così che sua figlia possa conoscerlo. Le difficoltà burocratiche sono molte e i tentativi inutili. Solo dopo tanto tempo Silvana saprà che lui vive in un campo profughi in Etiopia dopo che nel Sudan si sono succedute guerre e carestie. Nel dicembre del ’91 riesce ad avere la separazione da Bol. La preoccupazione costante di Silvana è per la figlia Gloria alla quale cerca di garantire un avvenire sereno e, finalmente, una casa propria. "Che Gloria sia felice", scrive, "i miei sogni sono per te figlia mia…". E Silvana conclude il racconto di una simile vita dicendosi sicura che tornerà in Africa, a rivedere la terra che per molti versi l’aveva affascinata e di cui sente la nostalgia.

 

Cesare Conti (Firenze)
In Argentina
diario 1948-1949

È già nostalgia e tristezza alla stazione di Firenze, quando Cesare Conti parte per Genova. Deve imbarcarsi per l’Argentina, fare "questo passo così faticoso e abbandonare la terra Patria per un viaggio incognito e senza data di ritorno". Sembra una profezia. Le ultime righe di questo suo breve diario sono dedicate alla cara Anna, la moglie alla quale ha scritto per l’ultima volta preoccupato di non far sapere che è malato. Solo nel suo quaderno descrive l’angoscia che prova.

È la costante di questo intenso racconto: la preoccupazione che i famigliari non sappiano del suo calvario che dura da quando è partito. Lo sorregge la speranza di vincere quel male continuo allo stomaco, lo aiutano la vicinanza e l’amicizia del suo datore di lavoro che lo fa ricoverare in ospedale e lo raccomanda ai medici.

Il Sud America è da sempre terra di nostalgia: il diario di Conti non sfugge a questa costante. Era partito "col pianto alla gola" per lavorare e mandare soldi alla famiglia. Era decoratore di stucchi. Già sulla nave lo stomaco si ribella al cibo, e lui beve quasi esclusivamente latte. A Buenos Aires scrive: "piango notti intere, mi dispero penso ai miei bambini… ma scrivo alla famiglia che sto bene e piango perché sto quasi sempre male". Un giorno dopo l’altro Cesare attende e teme che sia fissata la data dell’operazione. Ne conosce il rischio, ma i medici lo rassicurano, andrà tutto bene. La mattina dell’intervento, poco prima di entrare in sala operatoria scriverà: "Con speranza chiudo questo brano rivolgendomi al Signore che mi aiuti… ricordo che ho scritto pure a mia moglie – tengo sempre però nascosto di quanto mi accade – di nuovo lascio con attesa di riprendere quando potrò scrivere". È il 4 Aprile 1949. Morirà il 19 dello stesso mese, per complicazioni intervenute dopo l’operazione. Aveva appena compiuto 39 anni.

 

Vanna Gozzi (Mantova, Torino)
Un amore violento
diario 1979-1985

Vanna Gozzi ha trentatré anni quando comincia a scrivere i suoi quattordici quaderni manoscritti (dal 1979 al 1984). I diari non lasciano spazio che a due contrastanti passioni: Gesù e Ferdinando. Giorno dopo giorno Vanna annota l’amore e gli incontri con un uomo che la desidera, ma non l’ama. E vederlo "è una gioia fisica – scrive – un bisogno dell’anima e del corpo… sento di amarlo fino alla follia". Ma anche "ho desiderio di farmi monaca, per davvero, non sto scherzando; voglio diventare - anche se sono indegna - la sposa di Gesù". Ma è Ferdinando che cerca, aspetta, a cui telefona mentre lui la sfugge, è infastidito e indifferente. Ogni momento della giornata Vanna aspetta una telefonata che non arriva. É l’ostentata indifferenza di lui che aumenta l’angoscia dell’attesa e la ricerca di uno sguardo, una parola. E lui arriva o telefona sempre quando la sua sofferenza è al massimo e Vanna corre subito, dimentica l’umiliazione dei rifiuti, fa sesso come lui vuole, dove lui la porta. Dopo, ogni volta, sensi di colpa, rifugio nella fede, decisioni drastiche di non rivederlo. Poi lui chiama e lei corre, e quando torna a casa scrive nel suo diario tutti i gesti di una passione che è sempre più masochista. Quando Ferdinando pensa che lei possa dimenticarlo la insulta, la minaccia, la tratta con violenza e lei scrive "in quel momento ho provato gioia grande e dolore fisico, paura e libertà nell’essere sua… ho sentito l’importanza, la grandezza di appartenere a quell’uomo". La grave malattia e la morte della madre la fanno soffrire molto, ma non riescono a distoglierla dalla sua ossessione. Riesce infine a staccarsene con l’aiuto di un uomo dolce e tenero che sembra pensare solo a farla felice e sposarla. Lei scrive: "Ma ho paura… paura di tutto… non debbo fidarmi di nessuno più… ma ho bisogno di lui… Franco non mentirmi. Mamma aiutami sempre. Gesù ti amo".

 

Paolo Iannucci (Napoli)
Il codice di Dio
autobiografia 1928-1994

"Cercate di immaginare, anche solo per un attimo, un ragazzo nato come si suol dire con la camicia addosso, circondato da ogni bene materiale e destinato a portare avanti il blasone della famiglia. Ma travolto subito dopo in un inaspettato vortice di vari avvenimenti alternandosi fra bene e male… fino agli estremi punti della più fitta esasperazione. E questo in un periodo maggiormente del tutto calamitoso". Così Iannucci presenta la sua autobiografia scritta con un linguaggio immaginifico e dal contenuto drammatizzato proprio di un napoletano fantasioso. Agli inizi degli anni Trenta è ancora un bambino quando gli muoiono prematuramente entrambi i genitori, fra i più ricchi commercianti della città. D’improvviso cessa l’agiatezza economica e lui e i fratelli sono ridotti in miseria. Deve subito patire come "in qualche morbido dramma teatrale di criterio shakespeariano e dove tutto si conclude però e termina in applausi…". Per lui non c’è conclusione e, come in un film di Rossellini o De Sica, racconta la guerra, la fame, l’arrivo degli americani, l’arrangiarsi sempre e in ogni modo, vivendo da scugnizzo, dormendo alla stazione e sporcando le scarpe ai signori di passaggio per poi pulirgliele e guadagnare qualche soldo. A Ercolano lavora allo smistamento degli aiuti che cominciano ad arrivare per il piano Marshall, qua e là non disdegna neppure la borsa nera. Poi, ancora giovane, emigra a Milano, quindi in una Parigi violentata dagli scontri tra indipendentisti algerini e gendarmeria francese. Una sera, nel mezzo di una sparatoria vedrà morire sotto i propri occhi la fidanzata Fiorella, erroneamente scambiata per un’algerina. Una vera odissea lo conduce infine in Inghilterra. Scrive: "sarebbe stato proprio qui, che come il caso volle che io ci sarei rimasto e a mia insaputa per ben ventiquattro anni della mia vita, uno strano enigma della sorte che io non avrei immaginato di aver potuto essere". Nel 1961 si sposa con una giovane inglese "bella e radiante", si stabiliscono nell’isola di Wight e diventa cittadino britannico. I due figli che nascono, escono di casa molto giovani e presto non danno più notizie di sé. Anche il suo matrimonio fallisce e lui, ormai anziano, abbandonato dai figli e dalla moglie lascia l’isola. Incontra Dorin, una "sfortunata donna di media età" che, in un periodo di grande solitudine, gli procura un "sollievo spirituale indubbiamente benefico". Una vincita alla lotteria conclude le memorie di "un uomo qualunque" ultrasettantenne che commenta: "un altro contorto fatto della mia pur sempre volubile sorte che mi faceva diventare ora e di colpo un miliardario… ma tutto però quando avevo già trascorso una buona parte della mia vita, estremamente povero di molto sofferto". Adesso conserva in casa una bottiglia di champagne. Non l’ha aperta neppure in occasione della vincita miliardaria. Aspetta i figli, per berla con loro.

 

Ester Maimeri (Milano, Verbania)
La staffetta azzurra
memoria 1944-1945

La memoria di Ester Maimeri scritta nel 1993 è frutto, come lei dice, di un inquietante dubbio postumo: "Chi erano veramente i buoni e chi i cattivi? Ero giunta alla conclusione che chi vince è buono e chi perde è cattivo". Aveva solo sedici anni quando nel 1944 diventò staffetta partigiana in Val d’Ossola dopo aver vissuto, fino a quel momento, in "una spensierata bambagia". Il padre è direttore di un importante stabilimento chimico, posto sotto la protezione diretta dei tedeschi. I Maimeri sono "i signori" del villaggio, proprietari del castello locale, con varie donne a servizio. Eppure decidono di collaborare con i partigiani e alla piccola Ester viene chiesto di portare messaggi, soldi e di tenere collegamenti. Così la giovane staffetta è testimone di efferatezze da parte di fascisti e di autoritarie prese di posizione e minacce dei tedeschi nei confronti del padre. Con disinvoltura e anche con un po’ di giovanile incoscienza ha fatto quello che le sembrava giusto, fare da tramite fra la famiglia e i partigiani. Scrive: "pedalo, sono allegra, felice, mi aspetta qualcosa di nuovo, di utile. Odio la monotonia, il non far niente, il subire. Ora potrò fare forse". Solo il padre era a conoscenza di questa attività e la guidava e la consigliava nei suoi contatti. "Ricordati che non è uno scherzo… sarai sola, affidata esclusivamente alla tua presenza di spirito", l’aveva ammonita. Così Ester è entrata a far parte della storia della Resistenza ossolana imparando, fra paura e iniziale imprudenza, a farsi più cauta, evitando con furbizia e intelligenza di farsi scoprire. Ha continuato anche a frequentare gli amici e soprattutto la famiglia passando dalla pericolosa attività di "staff Ester" alle passeggiate e ai passatempi con ragazzi della sua età. Collaborava con tutti: coi rossi, coi verdi (quelli del partito d’azione) e, soprattutto, con i gruppi cattolici detti azzurri. Finita la guerra, in Val d’Ossola è grande festa. Molti hanno fretta di iscriversi fra i vincitori. Tutti sembrano essere stati partigiani. A lei viene consegnato il certificato di "patriota" firmato dal generale Alexander. Ma è diventata adulta e adesso pensa che "in guerra si commettono orrori che rimangono appiccicati come un marchio infamante a chi perde. Chi vince se li scrolla via, lo ha fatto per la Patria, è un puro". Una rara testimonianza di adesione attiva alla Resistenza, da parte di una famiglia dell’alta borghesia imprenditoriale.

 

Vincenzo Rabito (Ragusa)
Fontanazza
autobiografia 1899-1970

Vincenzo Rabito da giovane

L’epopea picaresca di un siciliano semianalfabeta raccontata in mille fittissime pagine, con il punto e virgola a dividere ogni parola dalla successiva. Vincenzo Rabito è nato nel 1899 a Chiaramonte Gulfi, in Sicilia, e scrive la sua autobiografia dal 1969 al 1975. Il lunghissimo itinerario della memoria percorre la sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia, disegnando uno straordinario affresco della Sicilia in tutto il Novecento, fra tradizione e modernità. Ogni volta, alla "grande Storia", vissuta con disincanto, Rabito mescola mille storie personali, così la prima guerra mondiale sul Piave è spogliata di ogni retorica, cinico e disincantato Vincenzo pensa solo a dormire e mangiare. L’orrore dell’evento emerge privo di enfasi nel momento in cui Rabito ricorda di essere stato decorato perché ammazzava come un vero assassino. È moderatamente felice della vittoria, ma al terzo giorno senza rancio nota: "Abbiamo vinto la guerra ma abbiamo perso il manciare". Poi passa molto tempo in Slovenia, a Gorizia, sul Piave a sotterrare morti e ricostruire case fra l’ostilità degli italiani "liberati" dalla guerra appena finita. Tornerà in Sicilia solo nel 1922 e attraversando l’Italia assiste ai disordini e ai moti sociali di quegli anni. Poi c’è di nuovo la miseria, anche se è "salito su" il fascismo. Un certo Ignazio Patata pare che lo raggiri: Vincenzo si trova come camicia nera in Libia, poi in Abissinia. Non se ne dispiace troppo: "perché se all’uomo di questa vita non ci incontra aventure non ave niente derracontare". Tornato al paese trova moglie e non smette più di biasimare il giorno in cui si è deciso al grande passo. Nel luglio del ’43, mentre lavora come fattore nel mulino di Mazzaronello gli giunge la notizia che a Gela sono sbarcati gli americani.. Subito viene a sapere che questi hanno liberato i mafiosi dalle galere e che ci sono incendi nei municipi per bruciare "le carte". Lui stesso si dà alla borsa nera, sostiene e insieme teme l’esercito di liberazione della Sicilia, ha a che fare col banditismo e, negli anni Cinquanta, trova un posto da cantoniere grazie a raccomandazioni e raggiri politici. Lui si destreggia e si arrangia sempre fra tedeschi e americani, fra mafiosi e carabinieri, fra contrabbando e legalità. Solo con la suocera e la moglie non ce la farà. Un figlio diventerà ingegnere: "io che quanto vedeva uno miserabile ciometra passare dalla strada ci avevo timore ora tenevo uno figlio incegniere". Un altro figlio, invece, vuol studiare a Bologna, ha una passione politica accesa, fa il Sessantotto. Vincenzo lo stima ma non lo comprende: "Ciovanni pazzo perforzza senevoleva anatare a cirare litalia, la Spagna, la Francia tutta con lauto stoppe, io ci diceva ciovanni reposete che vuoi antare a tastare la fame?". Un giorno Giovanni torna al paese con un camper, insieme a Giuliana, una donna già sposata e con un figlio; a Chiaramonte la gente mormora. Insieme a Vincenzo vogliono girare per le campagne alla ricerca di mobili vecchi da rivendere all’antiquariato. Vincenzo non capisce cosa se ne facciano di quei "legni vecchi" ma li asseconda. La signora Giuliana, una sera, gli regala una torta: "in vita mia nessuno mi aveva fatto il compilianno e una professoressa amica di mio figlio ciovanni di una delle più migliori famiglie di bologna mi ha fatto il compilianno cose che non zi possino dementecare".

 

Giorgio Rossi (Roma)
Niente di personale
memoria 1946-1990

Giorgio Rossi ha lavorato come giornalista nei più importanti quotidiani italiani: dal Corriere della Sera, dove entra nel 1946 non ancora ventenne, a La Repubblica; da L’Unità a Paese Sera. Attraverso queste sue memorie prende forma una storia d’Italia dal dopo guerra fino a oggi; ci sono i personaggi politici, i giornalisti più noti che lavorano con lui, i retroscena di molti avvenimenti, le lotte per il potere, gli inganni e le delusioni. Giovanissimo era stato chiamato a lavorare al Corriere della Sera di cui era direttore lo zio. "La prima condizione per diventare giornalista è dunque quella di avere uno zio…. Le altre poche alternative sono quelle di godere di una parentela stretta con un uomo politico di spicco (oggi benissimo Veltroni e Cossiga), con la famiglia Agnelli (oggi meglio Berlusconi) o con un azionista del giornale." Ma il lavoro al Corriere è in contrasto con le appassionate idee giovanili di Giorgio che comincia a svolgere attività di notista politico tra i comunisti. Si dimette dal Corriere e lo zio gli scrive una "perfida lettera di commiato". È il 1950, lui ha 22 anni, sta per sposarsi ed è disoccupato. Però, poco dopo, comincia a collaborare col neonato Paese Sera e poi con L’Unità. La stretta vicinanza degli uomini politici che lo avevano affascinato, la conoscenza sempre più approfondita del movimento comunista internazionale e nostrano lo portano a poco a poco a profonde delusioni, a ridimensionare i suoi miti, a rivedere certezze, a "svegliarsi dal grande sogno" che aveva comunque reso meno buia l’esistenza della base comunista. Per alcuni anni farà il manager nell’ACI e poi per Mondadori. Ma quando Scalfari fonda La Repubblica comincia il suo lavoro di caposervizio agli Interni in questo giornale. È il periodo del terrorismo e il giornale di Scalfari promuove una "rivolta ideale" contro il marciume e la vecchiezza della politica tradizionale. Il PCI è guidato da Berlinguer e lui ritrova il piacere della politica e della passione civile. Lascia La Repubblica, vuole impegnarsi un’altra volta con il partito. Ancora ingannato e deluso confida la sua depressione a un vecchio amico che lo conforta: "Sono gli altri che si devono sentire depressi per quello che hanno fatto e per quello che non hanno fatto". L’amara esperienza alla direzione di un giornale moribondo, Paese Sera, è quella che conclude le memorie di un giornalista inquieto.

 

Armando Zanchi (Arezzo)
Ma la fame fa venire l'intelligenza
memoria 1927-1957

Armando Zanchi al premio

Nella presentazione del suo scritto Zanchi si rivolge ai giovani "la quale vita, purché sofferente per mancanza di lavoro, ma che ancora andando a tavola, trovano ogni ben di Dio." La sua infanzia è infatti caratterizzata dalla miseria e dalla fame. Costante è la ricerca del cibo: è bambino e deve elemosinare, rubare castagne, cercare spighe di grano e patate dopo il raccolto. La sua famiglia è numerosa e tutti, in cambio di un pasto, lavorano a giornata dai contadini o al mattatoio comunale. Anche con il fascismo, la guerra e l’arrivo degli Alleati, continuano ad arrangiarsi per mangiare e "tirare avanti la baracca", ricorrendo a vari espedienti suggeriti dalla fame che "fa venire l’intelligenza". "Io mi ero dotato", scrive, "di una carta giografica di tutti i frutti esistenti nella zona" e rubacchiando qua e là "il corpo un po’ alla meglio si aiutava". Solo durante il periodo del servizio militare a Casale Monferrato non avrà problemi per mangiare. La successiva emigrazione in Francia, come tagliaboschi nei Pirenei, è forzata, faticosa, inumana, ma lui la coglie come una occasione per "avere qualche soldo da poter spendere, e spandere, dopo tanto tempo di male al portafoglio". Quando un amico gli propone un lavoro meno faticoso in Inghilterra, parte di corsa. Arriva a Londra da solo, non parla inglese e alla stazione cerca di riconoscere qualche italiano per chiedere spiegazioni sul luogo dove deve andare. In Italia andavano di moda le scarpe con la punta molto pronunciata, così: "l’unica idea che mi passò per la mente era di guardare alle scarpe". E ha ragione, trova subito un calabrese che gli consiglia di prendere un "tacchino" (vuol dire taxi). Poi una signora torinese gli dà un passaggio in macchina. Il soggiorno in Inghilterra, nonostante il fidanzamento con un’inglesina, si rivelerà disastroso. Spendendosi in mille modi Zanchi sa farsi voler bene e anche stimare, ma proprio per questo non accetta di essere preso in giro da padroni altezzosi. Decide dunque di mollare tutto e di andare a raggiungere i fratelli a Parigi. Ma anche qui con i continui incidenti tra polizia francese e indipendentisti algerini non tutto va per il meglio. Armando ricorda comunque un memorabile pranzo di Natale al ristorante "da veri cristiani, senza guardare a spese" e poi "la solita giratina per il Pigalle". Alla fine degli anni Cinquanta decide di tornare a casa e "finire per sempre dal farmi sfruttare in terra lontana".





Comunicato della Giuria Nazionale
La Giuria Nazionale del "Premio Pieve-Banca Toscana", arrivato alla sedicesima edizione, ha deciso di attribuire ex-aequo il premio 2000 alle memorie autobiografiche di Vincenzo Rabito e Armando Zanchi.
La memoria di Armando Zanchi è l'itinerario esistenziale di un migrante che andando e tornando dalla Francia e dall'Inghilterra, sembra rappresentare ante litteram quel mondo dell'uomo flessibile di cui tanto si scrive. La Giuria si compiace di poter premiare per la prima volta la storia di un diarista che appartiene all'Alta Valtiberina Toscana, dove si trova anche l'archivio dei diari. Lo scritto di Zanchi si segnala per la spontaneità e la forza vitale del personaggio e per la capacità di descrivere con colori vividi e immediati una storia dal sapore picaresco. Secondo l'avviso di questa Giuria, l'incontro con la scrittura del cantoniere ragusano Vincenzo Rabito rappresenta un evento senza pari nella storia dell'Archivio stesso. Vivace, irruenta, non addomesticabile, la vicenda umana di Rabito deborda dalle pagine della sua autobiografia. L'opera è scritta in una lingua orale impastata di "sicilianismi", con il punto e virgola a dividere ogni parola dalla successiva. Rabito si arrampica sulla scrittura di sé per quasi tutto il Novecento, litigando con la storia d'Italia e con la macchina da scrivere, ma disegnando un affresco della sua Sicilia così denso da poter essere paragonato a un "Gattopardo" popolare. L'asprezza di questa scrittura - a conti fatti più di duemila pagine - toglie la speranza di veder stampato, per la delizia dei linguisti, questo documento nella sua integralità. "Il capolavoro che non leggerete", così un giurato propone di intitolare la notizia sull'improbabile pubblicazione di quest'opera. Eppure, la Giuria farà in modo che altre istituzioni (Ministero dei Beni Culturali, Regione Sicilia, Università locali) vengano coinvolte al fine di trovare adeguati canali per la valorizzazione di quest'opera rara e preziosa.

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direzione culturale
Saverio Tutino

direzione organizzativa
Loretta Veri

coordinamento artistico
Luca Ricci

promozione attività
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segreteria organizzativa
Bettina Piccinelli, Angela Rubechi

realizzazione mostra originali
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ufficio stampa
Mario Aldinucci, Andrea Franceschetti

staff tecnico
Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Laura Caterbi, Paolo Donati, Federico Franchi, Silvia Guerra, Silvia Rubechi



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