
Maria Buonavista
testo segnalato al Premio Pieve - Banca Toscana 2005
E' tribuleri
Un secolo di memorie
Alla soglia dei cento anni, una
pensionata e ricamatrice nata in Emilia, ma che ha sempre vissuto in Romagna,
decide di ripercorrere le tappe della sua lunga e tormentata esistenza. In una
famiglia in cui abbondanti erano solo i figli, Maria trascorre un'infanzia
dolorosa, vedendo la madre imprigionata in una vita matrimoniale oppressiva, tra
povertà, doveri e responsabilità. Maria deve sopportare anche un'umiliazione
fisica, dovuta a una frattura non curata alle anche che le procura una
menomazione perenne: "non fui portata da un medico, quando sarebbe bastata una
fasciatura per qualche settimana e tutto sarebbe tornato normale".
Allo
scoppio della guerra, nel 1914, il padre è a Milano per lavorare in una
vetreria, mentre loro sono a Massalombarda, nel ravennate: "restammo al paese
privi di tutto, senza sussidi (…) ciò che [mio padre] guadagnava non bastava per
lui stesso". I figli nel frattempo sono diventati sette. Lei, ancora piccola, è
costretta ad aiutare la madre nel lavoro: diventa mondina, contadina e va a
servizio come domestica presso alcuni signori del luogo. Qui, Maria conosce pure
la violenza di un padrone. Mentre il dopoguerra lascia una scia di
rivendicazioni sociali, scioperi e violenze di ogni genere, fino all'instaurarsi
del fascismo, Maria tiene duro imparando il mestiere di sarta e di ricamatrice.
Nel 1922, la famiglia Buonavista perde la madre. Da allora, Maria diventa il
punto di riferimento per i fratelli più piccoli, e lo è ancor di più dopo che il
padre li abbandona per tornare a Milano.
Nel 1929 conosce Oddone, ed è
l'amore, anche questo travagliato. Nel 1930 nasce Luciano, ma Maria si sposerà
con il padre dei suoi figli solo nel 1933. Nel 1934 è la volta della piccola
Adele, e in quello stesso anno la famiglia del marito perde definitivamente
tutte le rendite su cui contava e si trasferisce a Forlimpopoli. Senza soldi né
mestiere, Oddone parte per l'Africa come volontario - lei è incinta di Gabriella
che nascerà nel 1937 -, per tornare poco prima della seconda guerra mondiale.
Nel frattempo Maria porta avanti la famiglia: "io sempre sola, ed il mio studio
era di non rendere evidente la miseria, con una povertà decorosa". Gli anni
della guerra sono terribili, tra fame, sfollamenti tra le Marche e la Romagna,
persecuzioni, e innumerevoli lutti: "ridotti, costretti come animali braccati,
sempre all'erta, inseguiti ed inseguitori senza alcun senso, solo la precarietà
di tutto, della vita stessa".
Solo dagli anni Cinquanta la famiglia inizia
ad avere un po' di serenità, in coincidenza con il risveglio di tutto il Paese.
All'inizio si risollevano cucendo e vendendo piccoli oggetti fatti di
panno-lenci, arrivato grazie agli aiuti del Piano Marshall. Per dieci anni Maria
fa la parrucchiera, poi vede i figli sposarsi e farsi la loro famiglia. Nel 2003
festeggia i "primi cento anni di vita" scrivendo che "ne valeva la pena" perché
ogni giorno c'è "sempre da vivere, da amare, da credere".
leggi l'inizio
del testo
Due storie segnalate dalla Giuria sono quella dello scalpellino comasco Giovanni Piazza, scritta a novantatre anni, e quella della ricamatrice romagnola Maria Buonavista, scritta dagli ottanta ai cento anni, entrambe dense di episodi che illuminano la vita quotidiana di un'Italia operaia e contadina. Se Giovanni Piazza, classe 1890, è ormai scomparso, è invece un piacere festeggiare questo riconoscimento con la centoduenne Maria Buonavista, una delle più longeve fra i diaristi dell'Archivio, che dimostra come l'esercizio della memoria contribuisca a far vivere a lungo.
Prefazione di Beppe Del Colle
Cesena, Il Vicolo, 2006
pp. 208 - euro 18,00
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