Premio Pieve
ventiseiesima edizione
programma della manifestazione
10-12 settembre 2010

i linguaggi della memoria
In questa edizione del Premio Pieve abbiamo pensato di dare spazio e voce a nuovi linguaggi della memoria.
Pur rivendicando la sua tradizione di Archivio di memoria scritta, l'iniziativa di Pieve Santo Stefano riconosce il valore e l'importanza di altre forme di raccolta che ha direttamente sperimentato grazie ai due progetti European memories e Voci migranti ospitati nel programma 2010.
Nel primo si raccolgono le storie di cittadini europei, donne e uomini di ogni età e provenienza culturale in un archivio digitale: sono racconti scritti, audio video e fotonarrazioni messi a disposizione di tutti nel sito
europeanmemories.eu. A integrazione del progetto europeo si segnala il workshop che si terrà a Pieve dal 7 al 12 settembre, seguito da venti partecipanti di diverse nazionalità.
Nel secondo si raccolgono in video le testimonianze di migranti che vivono in Valtiberina scegliendo una modalità più immediata e semplice per il loro racconti di vita, rispetto alla scrittura. Il materiale raccolto ha ispirato la realizzazione di un documentario che viene presentato a Pieve in anteprima e ha dato vita a un laboratorio teatrale migrante che sarà presentato nell'ambito del workshop.
Il Premio Pieve offre occasioni di incontro e confronto con altre esperienze di raccolta della memoria che utilizzano nuovi linguaggi, come quella de La banca della memoria di Torino o il progetto appena lanciato da Slow Food, I granai della memoria. È un'edizione che ospita anche i linguaggi più classici attraverso i quali la memoria si esprime, come la scrittura, il teatro, il cinema.
Ci saranno figli testimoni della memoria dei loro padri, una mostra fotografica con i racconti di vita in parallelo di bambini rumeni e pievani, la presentazione della rivista dell'Archivio Primapersona, completamente rinnovata, che dedica il primo numero della nuova serie alla memoria. Fra i diari che diventano libri, la vincitrice della passata edizione, Sabrina Perla con il suo struggente Die Katastrophe (Terre di mezzo), i titoli della nuova collana Storie italiane, realizzata con il Mulino di Bologna, la collaborazione con il Premio LiberEtà, il secondo numero della collana Autografie (Forum Edizioni).
Ma l'edizione 2010 segna anche l'avvio di un progetto innovativo dell'Archivio dei diari, che si chiama Impronte digitali e ha l'ambizione di trasformare in formato digitale tutto il patrimonio della Fondazione di Pieve, partendo dalla digitalizzazione del pezzo più importante della collezione, il Lenzuolo a due piazze di Clelia Marchi, navigabile riga per riga dal pubblico del Premio Pieve.
Fra i molti nomi presenti a Pieve per questa edizione - che scoprirete leggendo il programma - segnaliamo quello di Mario Dondero, amico di lungo corso dell'Archivio dei diari che in questa edizione riceve il premio Città del diario. La sua straordinaria capacità di raccontare storie e persone lo rende il destinatario ideale di questo premio: "A me le foto interessano come collante delle relazioni umane, o come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessano per fotografarle, mi interessano perché esistono".
lunedì 6 settembre ore 12,00
conferenza stampa
Firenze, Regione Toscana, Palazzo Strozzi Sacrati
Piazza del Duomo, 10
con
Albano Bragagni
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico
Cristina Scaletti
Assessore alla Cultura della Regione Toscana
Rita Mezzetti Panozzi
Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo
Natalia Cangi
Direttrice organizzativa dell'Archivio diaristico
verrà presentato il progetto
Impronte digitali
saranno presenti
Camillo Brezzi, Direttore scientifico dell'Archivio diaristico
Elena Di Pietro, Direttore affari istituzionali Bassilichi Spa
Fabrizio Raffaelli, Direttore dell'Agenzia per il Turismo di Arezzo
Francesca Calchetti, Vice Presidente della Comunità Montana Valtiberina Toscana
dal 7 al 12 settembre
fuori programma
vari luoghi
Memoria viva in Europa
workshop
Nella settimana dal 7 al 12 settembre si terrà il workshop Memoria viva in Europa
riservato a venti partecipanti provenienti da vari paesi europei, finanziato dalla Commissione
Europea, Lifelong Learning Programme.
Il programma del workshop prevede: esercitazioni di scrittura autobiografica; approfondimenti
sulle metodologie autobiografiche come pedagogia degli adulti, cura di sé e cittadinanza attiva;
analisi dei diversi linguaggi dal testo al video, dall’audio alla fotografia; introduzione ai metodi di drammatizzazione delle narrazioni di sé come forma di restituzione collettiva.
Gli incontri coordinati da Andrea Ciantar (Unieda) vedranno la partecipazione dei membri europei del progetto European memories e daranno conto anche di altre esperienze, grazie ai contributi di: Ginetta Fino, Sara Lusini, Silvia Martini, Luca Piergiovanni, Gruppo Asintas e gruppo Video Storie-In-Circolo.
Sono previste visite all’Archivio diaristico e alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.
giovedì 9 settembre ore 21,00
Chiostro dell’Asilo Umberto I
Le Città Visibili
performance teatrale con "voci migranti"
allestimento a cura di Silvia Martini
incontro aperto al pubblico
info
venerdì 10 settembre ore 15,00
Sala del Camino, Asilo Umberto I
Narrazione e scrittura di sé come una forma di cittadinanza attiva in Europa
esperti di scrittura autobiografica a confronto
incontro aperto al pubblico
da martedì 7 settembre
esposizioni
all'interno del Palazzo Pretorio mostre ed esposizioni legate all'Archivio dei diari e alle storie di vita
|
|
Il tesoro dell'Archivio
esposizione dei diari manoscritti a cura di Cristina Cangi
La mia inquadratura
Pieve Santa Panchu
mostra fotografica a cura di Sara Lusini
Impronte digitali
il Lenzuolo di Clelia Marchi nell'era digitale
in collaborazione con Bassnet, Fondazione Musei Senesi, Nemes
|
venerdì 10 settembre ore 18,30
diari che diventano libri
Logge del Grano
L'ombra dei padri
figli testimoni di memoria
incontro con Antonina Atozi, Franco e Giovannangelo Di Pompeo,
Paolo Lenci, Sabina Rossa
coordina Camillo Brezzi
Molti dei testi autobiografici presenti
nell'Archivio dei diari sono dovuti a
figli testimoni di memoria, persone
che hanno scoperto intime scritture
famigliari e hanno volute condividerle
con altri, come hanno fatto i fratelli Di
Pompeo.
A volte i figli sono chiamati a tramandare
una memoria che i padri hanno
direttamente diffuso e difeso, come
nel caso di Sergio Lenci, testimone
e vittima di un attentato terroristico
di Prima Linea nel 1980. In altri sono
proprio le scritture e i racconti dei figli
a testimoniare le vicende dei padri,
snodando in parallelo la loro esistenza
all'ombra delle figure dei loro genitori
che giganteggiano nei loro ricordi.
È il caso di Antonina Azoti, figlia del
sindacalista Nicolò Azoti ucciso dalla
mafia nel 1946, le cui memorie hanno
vinto il Premio Pieve nel 2004. Ed è il
caso di Sabina Rossa, figlia dell'operaio
e sindacalista ucciso nel 1979 dalla
Brigate Rosse e autrice del volume
Guido Rossa, mio padre.
Di questo si parla nell'ultimo numero
di Primapersona, nell'intervento di
Paolo Lenci e in particolare in quello di
Camillo Brezzi: “Negli ultimissimi anni
grazie a quella che chiamo la letteratura
dei figli, i cui genitori sono stati vittime
di azioni terroristiche, si è richiamata
l'attenzione sulle vittime del terrorismo
e quindi si è dato un contributo alla
ricostruzione di una fase storica tra le
più importanti dell'Italia repubblicana. A
partire dal 2007 con l'uscita del libro di
Mario Calabresi, Spingendo la notte più
in là, e i più recenti volumi di Umberto
Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, di
Nando dalla Chiesa, Album di famiglia
(ma già nel 1984 con Delitto imperfetto,
ci aveva indicato una strada…) e,
infine, Come mi batte forte il tuo cuore
di Benedetta Tobagi, la storia di Walter
Tobagi ucciso il 28 maggio 1980, cioè
26 giorni dopo l'agguato a Sergio
Lenci. Le ricostruzioni dei familiari delle
vittime del terrorismo ricollocano nel
giusto contesto quei drammatici eventi
squarciando un silenzio che finora era
stato occupato, editorialmente, solo dai
terroristi”.
Uomini che hanno lasciato impronte
e segni e la cui memoria è affidata
anche alla rabbia e all’impegno civile
dei loro figli che scrivono, ricordano,
raccontano.

Fabrizio Raffaelli,
direttore
dell’Agenzia per il Turismo di Arezzo
consegna a Sabina Rossa
il riconoscimento "Benvenuta in Toscana"
segue buffet a cura della trattoria I Romagnoli
venerdì 10 settembre ore 21,30
cinema e autobiografia
Campo alla Fiera
* MEI [MEIG]
Voci migranti
un documentario di Federico Greco
|
|
Quattro voci diverse da quattro paesi diversi: Tunisia, Argentina, Kurdistan, Marocco. E una quinta, che le raccoglie tutte e le "osserva" da una prospettiva unica. Voci di immigrazione da culture e paesi lontani, tutte legate da un'esigenza: la libertà di vivere la propria vita e comunicare le proprie idee, a costo di sradicarsi con dolore dalla terra di appartenenza. E con un secondo tratto comune: la scelta della Valtiberina come luogo dove ricominciare. Il vocabolario etimologico dice che il termine "immigrazione" proviene dalla radice *MEI [MEIG], cioè "scambio di doni", l'esatto contrario di quanto spesso pensiamo: "loro" non vengono a rubarci il lavoro. Né le donne. Né a imporci una religione diversa. Vengono a raccontarci storie di vite vissute intensamente. Le nostre lo sono altrettanto?
[F.Greco]
Federico Greco è regista di film, documentari e cortometraggi. Nel 1999 realizza "Stanley and Us", un documentario su Stanley Kubrick venduto in tutto il mondo. Il suo esordio cinematografico è del 2004 con "Il mistero di Lovecraft", un mockumentary horror in lingua inglese distribuito da Rarovideo, 01 e Paramount (Spagna). Dal 2001 ha realizzato diversi altri documentari - tra questi "Fuori fuoco" - e cortometraggi - "Liver" - presentati nei più prestigiosi festival internazionali. Ha lavorato come regista free lance anche per la RAI e SKY.
In Valtiberina ha realizzato il documentario "Piero della Francesca e il Polittico della Misericordia".
Il documentario *MEI [MEIG]
fa parte del progetto interculturale Vocimigranti
|
sabato 11 settembre ore 9,30
tavola rotonda
Campo alla Fiera
La memoria, le culture
tavola rotonda
presiede Anna Iuso Primapersona
intervengono
Andrea Ciantar, responsabile del progetto European Memories
Philippe Lejeune, esperto internazionale di autobiografia
Piercarlo Grimaldi, responsabile del progetto I granai della memoria
Antonio Gibelli, docente di Storia contemporanea
Luca Novarino, responsabile del progetto La banca della memoria
Alessandro Triulzi, responsabile Archivio delle Memorie Migranti - Asinitas
|
|
L'uscita del nuovo numero di Primapersona che si occupa di memoria, il progetto European memories che approda a Pieve Santo Stefano come ultima tappa di un percorso durato due anni, sono occasioni per un confronto sul tema della memoria e delle culture. La tavola rotonda, presieduta da Anna Iuso, esperta di archivi autobiografi europei e vice direttrice di Primapersona, partirà col presentare il semestrale dell'Archivio in una nuova veste curata dall'editore Forum di Udine.
Si parlerà dunque dei modi classici in cui la memoria si manifesta ma anche delle nuove forme di raccolta di storie. Si parlerà di emigrazione e di nuovi migranti. Si confronteranno le esperienze di lavoro in Italia e all'estero su analoghi temi.
Il dibattito nazionale e internazionale su memoria e culture vedrà protagonista sia il responsabile del progetto europeo, Andrea Ciantar, sia il massimo esperto di autobiografia del continente, Philippe Lejeune, sia il più famoso studioso italiano di fonti di scrittura popolare sull'emigrazione, Antonio Gibelli, sia Piercarlo Grimaldi che con Carlo Petrini di Slow Food ha fondato il progetto I granai della memoria, sia Luca Novarino della Banca della Memoria di Torino che Alessandro Triulzi, dell'Archivio delle memorie migranti.
|
sabato 11 settembre ore 12,00
diari che diventano libri
Campo alla Fiera
Raccontare di lavoro
Storia di un metalmeccanico meridionale
presentazione del volume autobiografico di Giovanni Mandato
con
Alba Orti, Presidente Giuria Premio LiberEtà
Riccardo Terzi, Segretario nazionale Spi Cgil
Nicola Tranfaglia, Professore emerito dell’Università di Torino
coordina Daniela Brighigni
|
|
Aversa, in provincia di Caserta. Fine anni Cinquanta. Giovanni Mandato vive con la sua famiglia in un basso. Sua madre "era l'unica del vicolo che sapeva leggere e scrivere", suo padre è operaio alla Imam Aerfer di Napoli. Ma all'improvviso il padre muore e Giovanni, su proposta della Commissione interna della fabbrica, lo sostituisce e diventa operaio metalmeccanico a soli quindici anni. Inizia qui il lavoro in fabbrica, partendo da Aversa la mattina alle cinque e rientrando a casa la sera tardi. Una vita faticosa, molto faticosa: con la qualifica di "scaldachiodi" o' scaurachiovo, un lavoro in cui bisognava unire forza, tempismo e capacità. Col passare degli anni le mansioni di Giovanni si fanno più complesse e al tempo stesso cresce l'impegno nella Fiom Cgil per avere migliori salari, per avere sicurezza sul posto di lavoro, per conquistare maggiori diritti, visto che chi portava in fabbrica l'Unità era messo da parte e che i licenziamenti erano improvvisi e immotivati. Con gli occhi di Giovanni rivediamo la stagione entusiasmante tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando i consigli di fabbrica ottennero moltissimi miglioramenti sul posto di lavoro e il sindacato nel suo complesso divenne un protagonista della vita politica. Poi l'impegno contro il terrorismo, la mobilitazione per il rapimento di Aldo Moro, la lotta contro ogni forma di autoritarismo. Arrivato a trentatré anni di anzianità decide di andare in pensione, perchè, dice, era giunto il momento di "svecchiare l'azienda, fare entrare nuove risorse umane, i giovani, dargli spazio". E comincia l'attuale fase della vita di Giovanni, nello Spi Cgil, a vivere nuove esperienze, nuovi protagonismi, nuove prospettive. Quanto al passato, Giovanni non solo non lo dimentica, ma afferma: "Se potessi rinascere, rifarei tutto quanto, dall'inizio alla fine!"
|
vedi la scheda
sarà presente l'autore, vincitore del Premio LiberEtà 2009
sabato 11 settembre ore 15,00
diari che diventano libri
Logge del Grano
La scrittura di sé come cura
memorie del disagio
il libro Die Katastrophe. Diario di una mente inquieta (Terre di mezzo)
di Sabrina Perla,
presentato da Duccio Demetrio, Anna Iuso
Andrea Tagliasacchi, Presidente Fondazione Mario Tobino
|
|
Giugno 2003 - giugno 2008. Cinque anni in cui succede di tutto.
Sabrina, trentatreenne nata a Monaco di Baviera e cresciuta
in un paesino della Calabria, si sente sola, incompresa, chiede
aiuto ma non riceve risposte adeguate. È sicura che tutto
il mondo le stia contro. Quando non riesce più a sostenere
la pressione esplode: ferisce la sua psicoterapeuta e viene
rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario.
Resistere in quel contesto è una prova durissima. Sabrina
scrive per sfogarsi e per non perdere la memoria di quello
che le sta capitando e di come ha fatto ad arrivare lì, tra quelle
sbarre fisiche e mentali.
Die Katastrophe avvolge il lettore nelle sue spire aprendogli le
porte di uno degli ospedali psichiatrici giudiziari più
famosi d'Italia, quello di Castiglione delle Stiviere in
provincia di Mantova, quello delle tante madri assassine.
Il diario di Sabina Perla, intitolato "Die Katastrophe" attraversa il mondo manicomiale con una forte tensione e lo descrive in maniera critica e assai vivace. Leggiamo finalmente uno sguardo dal di dentro sui manicomi italiani e sulla burocrazia statale della devianza e del disagio dopo la legge Basaglia. La storia di questa donna che vive con grande sofferenza la sua vita, senza sapere perché, trascinata di crisi in crisi senza che nessuno sappia intercettare il suo dolore, ha un valore esemplare per il nostro paese. Sono tremende e straordinarie le pagine dei suicidi mancati. Sabrina ha uno sguardo lucido sugli altri e su se stessa, una amarezza forse inguaribile, una rabbia che merita di essere letta e ascoltata.
[dalla motivazione della Giuria Nazionale]
|
vedi la scheda
sarà presente l'autrice, vincitrice del Premio Pieve 2009
sabato 11 settembre dalle ore 16,30
merenda sul prato
Colledestro
Merenda sul prato
al suono della fisarmonica
a cura di Grazia Cappelletti
e del Ristorante il Moro

la commissione di lettura incontra
i finalisti del Premio Pieve
saranno presenti i finalisti
Fabio Guindani per Sylvana Baragiola
Maddalena Treccani per Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Grazia Marchesini per Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Serenella Tartarini per Manilio Tartarini
Consegna dei Premi speciali ai diaristi
Premio speciale della Commissione di lettura
al diario di Maurizio Pincherle
Premio per il miglior manoscritto originale ex aequo a
Giorgio Bongiorno Sempre pazzo per te
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda Spero che noi saremo amici buoni
sarà attivo un servizio navetta
sabato 12 settembre ore 18,30
european memories
Tempietto del Colledestro
Premiazione del concorso
Raccontare l'Europa
Francesco Florenzano, Andrea Ciantar e Marco Camaiti
incontrano i finalisti del concorso europeo

“Il progetto European Memories è lieto di invitare abitanti dell’Europa, di ogni età e origine
culturale a partecipare alla II edizione del concorso ‘Raccontare l’Europa!’. Attraverso questa
iniziativa vogliamo contribuire a rendere visibili le migliaia di esperienze e i mille volti che
compongono la nostra Europa...”. Era questo l’incipit dell’annuncio con il quale il premio
“Raccontare l’Europa!” invitava cittadini e abitanti dell’Europa a narrare le loro storie. A
questa seconda edizione del concorso rispondono in molti: sono circa quattrocento le storie
selezionate, prima a livello nazionale e poi affidate a una giuria europea composta da membri
dei paesi partecipanti al progetto. La giuria ha scelto un vincitore per ciascuna delle tre aree
tematiche inserite nel progetto, ma ha anche voluto sottolineare che ogni racconto rappresenta
un contributo di conoscenza unico e importante. Oltre ai tre vincitori la giuria ha selezionato
anche sette “premi speciali”, in quanto particolarmente significativi per le tematiche del premio.
Per il tema “Percorsi attraverso l’Europa attraverso la diversità” è risultata vincitrice l’opera
Nicht so Böse, di Leif Dræby. È il racconto di un viaggio fatto pochi anni dopo la fine della
Seconda guerra mondiale da un ragazzo che insieme alla sua famiglia visita molti paesi europei
teatro del conflitto. Non sapevo cosa quegli occhi avevano visto in tutto questo tempo. Ma
all’improvviso mi resi conto che era stato in guerra, e che forse aveva perso la sua casa, forse
la sua famiglia, di certo una gamba. A dispetto di ciò nei suoi occhi c’era solo amabilità quando
mi ripeté con fare cordiale: Nicht so böse (non così cattivo…).
Per il tema “Esperienze di appartenenza all’Europa” è risultata vincitrice la narrazione A story
of a life between two colours di Jose Prieto. La storia ci porta nella Spagna di Franco. Con un
racconto familiare molto personale e suggestivo, la figlia Jose svela la vita dei suoi genitori, due persone di opposto credo politico, che nelle loro differenze, si innamorano e riescono a creare una famiglia. La loro vicenda ci ricorda che l’Europa della democrazia è frutto di lotte e conquiste passate, ma è anche forse - a suo modo - segno e metafora di una Europa “unita nella diversità”.
Per il tema “Un’altra Europa è possibile, work in progress” è risultata vincitrice la videonarrazione The darkness was gone di Nikolay Tsonev. Il video è la storia dell’elettrificazione di un piccolo
villaggio in Bulgaria. Il racconto per immagini ci ricorda che i molti miglioramenti - non solo
materiali - di cui beneficiamo oggi, sono il frutto di condivisione, di sforzi compiuti da generazioni precedenti; una storia che incoraggia a recuperare socialità e condivisione per il raggiungimento di un obiettivo comune.
sabato 12 settembre ore 21,30
il teatro della memoria
Campo alla Fiera
Del sesso della donna come campo di battaglia nella guerra in Bosnia
compagnia Teatro dell'Argine
uno spettacolo di Matéi Visniec
regia di Nicola Bonazzi
con Micaela Casalboni e Giulia Franzaresi

Un titolo arduo ed enigmatico per una
vicenda semplice ed emozionante, che
ci riporta al cuore della nostra modernità
lacerata. Due donne, Kate e Dorra,
si confrontano sul tragico destino di
sopraffazione toccato a quest’ultima.
Lo scenario è quello della guerra nella ex
Jugoslavia. Kate, una psicologa americana
chiamata a sostenere i militari impegnati
nella riapertura delle fosse comuni, si
occupa ora di Dorra, una giovane donna
che ha subito violenza in un’azione di
rappresaglia. Nell’anodina tranquillità di
una clinica svizzera, Dorra, dopo silenzi
ostinati e furiosi, ripercorre le ragioni
dell’odio secolare di cui è stata vittima,
mentre Kate annota i progressi della sua
condizione, integrandoli con osservazioni
teoriche sulle pulsioni di aggressività verso
la donna nelle guerre interetniche. Quando
la volontà di annientamento di Dorra
sembra prevalere, un evento inatteso
riapre la porta alla speranza.
Matéi Visniec, uno dei maggiori
drammaturghi europei, rilegge la violenza
delle guerre balcaniche alla luce di
una sensibilità acuta e penetrante,
alternando riflessione e rappresentazione,
e delineando due indimenticabili figure
di donna alle prese con un dramma
irriducibile, in un teatro della parola che
riesce a dare evidenza fisica al dolore e allo
strazio di ogni guerra.
Matéi Visniec (Radauti, 1956) è considerato
uno degli autori più significativi della
drammaturgia europea contemporanea.
La sua opera testimonia da subito una
tensione ideale, una resistenza culturale e
politica contro la manipolazione ideologica.
Dal 1977 comincia a scrivere anche
pièces teatrali, che circolano diffusamente
nell’ambiente letterario rumeno, sebbene
ne venga vietata la messa in scena. Nel
1987 abbandona la Romania per trasferirsi
in Francia, dove chiede asilo politico. Da
questo momento comincia a scrivere in
francese e lavora come giornalista per
“Radio France Internationale”. Visniec oggi
è noto in numerosi Paesi, specialmente in
Francia, dove sono stati pubblicati circa
una ventina di suoi lavori. In Romania, dopo
la caduta del regime comunista è diventato
uno degli autori più celebri.
domenica 12 settembre ore 9,30
leggere e scrivere diari
Piazza Collegiata
La Commissione di lettura
incontra i diaristi della Lista d'onore
Maria Caroccia
scelta da Valeria Landucci
Lucia Cosmetico
scelta da Riccardo Pieracci e Giada Poggini
Pietro David
scelto da Gabriella Giannini, Adriana Gigli e Vera Gustinelli
Giorgio De Marchi
scelto da Silvia Bragagni
Simona Giannangeli
scelta da Ivana Del Siena
Giovanna Palagi
scelta da Marco Camaiti e Patrizia Dindelli
Roberto Taurino
scelto da Natalia Cangi
Anna Ventura
scelta da Silvia Bertocci

coordina Natalia Cangi
interventi musicali Pieve Jazz Big Band
letture di Andrea Biagiotti e Grazia Cappelletti
saranno presenti i rappresentanti di
European memories
segue pranzo folcloristico a inviti
a cura del cuoco Alessio Cipriani
domenica 12 settembre ore 16,00
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini
otto racconti autobiografici
manifestazione conclusiva
del 26° Premio Pieve
Guido Barbieri
incontra i finalisti 2010
Fabio Guindani per Sylvana Baragiola
Maddalena Treccani per Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Grazia Marchesini per Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Serenella Tartarini per Manilio Tartarini

ospite d’onore
Mario Dondero
che riceverà da Saverio Tutino il
Premio Città del diario 2009
letture di
Mario Perrotta e Paola Roscioli
con le musiche dal vivo
di Enrico Arias e Maurizio Pellizzari
regia di Guido Barbieri
la manifestazione sarà trasmessa da Radiotre
in agosto e settembre, le storie finaliste
saranno raccontate alla radio da Guido Barbieri (Radiotre Suite)
tutti gli appuntamenti del programma sono a ingresso libero
nella settimana del Premio Pieve sarà aperta una libreria
che metterà in vendita le pubblicazioni dell’Archivio
con offerte speciali riservate al pubblico del premio
LE NOSTRE ULTIME PUBBICAZIONI
otto racconti autobiografici
Sylvana Baragiola
"Retrovisione di una vita"
autobiografia 1928-1992
Il fallimento dell’Istituto Internazionale di Riva San Vitale, fondato
dai Baragiola, intellettuali comaschi patrioti fuoriusciti nel 1848, è
causa, dopo la Grande Guerra, della separazione della famiglia di
Sylvana: il padre, a Losanna, dove muore improvvisamente qualche
anno più tardi, la madre con le tre figlie ospitate dai nonni e dagli
zii materni, proprietari di due alberghi lussuosi a Lugano. Sylvana,
vive a contatto con l’alta borghesia svizzera ed europea, studia in
Inghilterra e in Germania: A Stoccarda, nel raffinato ambiente di
Rolf, cominciai a desiderare appassionatamente di entrare nel
mondo dei privilegiati. Non che fino ad allora avessi dovuto far grandi
rinunce: mia madre, poveretta, faceva acrobazie per pagarci gli studi e per vestirci
decentemente. Privilegiata in un certo senso lo ero, di poter vivere in quel bell’albergo
con una piscina ed un tennis a disposizione, servita, nutrita con cibi raffinati; sarei
stata un’ingrata a lamentarmi. Ma era come... non so, come se vivessi da spettatrice,
come qualcosa di provvisorio, ed inconsciamente sapevo che tutto sarebbe stato
presto finito, che terminata la mia istruzione avrei dovuto rimboccare le maniche
e lavorare. Dopo il diploma commerciale, vorrebbe iscriversi all’Accademia d’Arte
Drammatica Silvio D’Amico a Roma, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale
non le permette di varcare il confine e di intraprendere la carriera da attrice. Ormai
svanito questo sogno, Sylvana, pur essendo bella e corteggiata da molti spasimanti,
accetta la proposta di matrimonio di un giovane borghese, lontano da quel mondo
intellettuale e aristocratico tanto sospirato. Queste scelte, in parte obbligate dagli
eventi e dalla famiglia, rappresentano una sorta di tradimento delle sue aspettative:
fallita nell’arte, nell’amore, nel matrimonio. Non riuscii a diventare né una scrittrice,
né un’attrice, né una moglie, né una donna di casa. L’unica cosa bella che seppi
fare furono i miei figli. Attraverso la nascita e la crescita dei suoi tre figli, il difficile
rapporto con la madre e con il marito, i lutti e i nuovi incontri, i piccoli incarichi alla
Radio Svizzera Italiana e gli eventi di cronaca che colpiscono la sua famiglia, Sylvana
ripercorre la storia della sua vita seguendo la traccia dei suoi diari, tra amori rimpianti
e nuove illusioni, sempre sospesa tra una vita idilliaca e una reale, fatta di sacrifici
e rinunce.
leggi l'inizio del testo
Magda Ceccarelli
"Giornale del tempo di guerra"
diario 1940-1945
Magda nasce a San Gimignano da una famiglia di
artigiani del ferro e, grazie a una grande determinazione
che le fa affrontare molti sacrifici, riesce a compiere gli
studi superiori. Dopo il matrimonio con il pittore Raffaele
De Grada, dal quale ha due figli, si trasferisce prima a
Zurigo, poi a Firenze e infine a Milano dove, durante
la Seconda guerra mondiale, diviene una militante
antifascista e partecipa come volontaria al movimento
di liberazione. Una vita ad alti livelli tra frequentazioni di
artisti di spessore, uomini di legge e letterati mandati al
confino, esiliati, detenuti, deportati. Cinque anni di vita, a
partire dall'entrata in guerra dell'Italia, confidati a preziosi
quaderni, a volte stracciati e a volte nascosti, ben celati alla polizia segreta. Pagine di diario
in cui si rivela nel ruolo di moglie rispettosa alle prese con i silenzi del marito, il suo estro
di pittore emarginato dal regime, di madre orgogliosa tormentata per la sorte dei suoi figli:
il figlio, membro attivo della resistenza, vive l'esperienza dell'arresto e della detenzione
e la figlia Lidia, quella dell'esilio. Un periodo tormentato e appassionato, segnato da
incombenze domestiche e da eventi bellici, da spostamenti e da bombardamenti. Lettrice
attenta di eventi nazionali ed internazionali, è una testimone delle atrocità della guerra
e, come tante altre donne, una delle protagoniste della resistenza civile e quotidiana: e ancora vite umane, colpevoli e innocenti, giovani vite, freschi volti di creature fatte per la
gioia e l’amore, soccombono, cessa il battito dei loro polsi. Le braccia sono ancora calde
dell’ultimo abbraccio, hanno lasciato gli aereoporti o gli scali di nottetempo, hanno forse
lasciato qualche ora prima una donna. Hanno indossato il vestito che sarà forse l’ultimo.
[...] Tutto questo non ha senso se non è per un fine ben alto e assoluto: la libertà vera dei
popoli. Magda analizza con lucidità i segnali del cambiamento di una società che, dopo la
caduta del fascismo, sta lentamente prendendo coscienza del valore della libertà e della
democrazia. Il diario si conclude proprio il primo giorno di libertà: è finita. La casa si muove,
la vecchia casa di via Omboni, gli assenti tornano nel pensiero, i morti son qui. È bello
vivere e sopratutto aver vissuto così. Aver portato un piccolo contributo, un sacrificio di
lacrime e d’azione. Aver aiutato a vincere. Essere stati nel vero. Sempre, senza confusioni,
senza incertezze, senza pentimenti. Aver visto chiaramente la strada e averla seguita.
Essere stati onesti nella nostra fede. Lascio che i ragazzi bivacchino e mi addormento. È
la prima notte di pace.
leggi l'inizio del testo
Carlo Hendel
"Con gli alpini in Russia. Inverno 1942-1943"
diario-memoria
Il 14 ottobre del 1942 dalla piccola stazione di Cavalese in provincia
di Trento, Carlo, è arruolato come ufficiale nella gloriosa “Tridentina”,
sale sul treno che lo condurrà in Russia sul fronte del Don. Nelle lettere
alla famiglia e all’amata, chiamata affettuosamente “Fiorellino”, fa
intendere che la guerra sarà breve e che spera di tornare presto a
casa per riabbracciarla. Nei primi giorni di novembre sono accampati
a Podgornoje, accolti dai contadini con la massima cordialità: sono
buona gente, ospitali e chiacchieroni. E una cosa che desta stupore
in noi, è come sia diffuso lo studio delle lingue e delle scienze anche
nelle case più povere, lui stesso cerca di studiare un po’ di russo
per comunicare con loro. Della guerra pochi segni, solo neve e freddo
con temperature che scendono anche 25° gradi sotto lo zero. Il 20 novembre viene
spedito “in linea di combattimento” a trecento metri dal Don. Il fronte è calmo, solo
qualche colpo di mortaio, i russi stanno in attesa.
Nel frattempo a Podgornoje scoppia una epidemia di bombardite! Tutti giorni i velivoli
russi la tempestano di bombe. I russi attaccano con successo gli ungheresi a 50 km
a sinistra degli italiani, mesi di assalti e di lutti, che il 18 gennaio del ‘43 culminano
con il vero dramma umano: il ripiegamento e il peggior nemico, il gelo. Arriva l’ordine
di prepararsi alla ritirata e di disfarsi dei bagagli e dei pezzi più pesanti. Inizia la
tragica marcia verso Sud complicata dagli attacchi dei russi e dei partigiani: Italiani,
tedeschi, ungheresi formavano una colonna interminabile in cui i reparti organici si
perdevano continuamente. Si cominciavano a vedere i primi morti lungo il nostro
cammino; buttati nella neve nelle posture più assurde, con braccia in alto, gambe
che calciavano l’aria, occhi stravolti e il viso color cera. Ferite orribili, visceri e cervelli
sugli abiti in disordine. E noi camminavamo pesantemente sulla neve alta, secca
come la sabbia del deserto. Carlo, ferito a Nikolajewka, viene accolto su una slitta e,
durante il viaggio, si ferma la notte in cerca di cibo e riparo nelle isbe dei contadini che
offrono ospitalità mantenedosi all’erta per timore delle imboscate russe. Nel febbraio
‘43 il difficile rientro in Italia.
leggi l'inizio del testo
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
"Spero che noi saremo amici buoni"
epistolario 1948-1998
Scusatemi se io vi molestassi con la mia lettera. Sono uno
scolaro ungherese della VII classe di ginnasio. Studiando
la lingua italiana vorrei d'iniziare una corrispondenza con
uno scolaro italiano, con questa richiesta, inviata nel 1948
al preside di una scuola media di Firenze, ha inizio un
epistolario e un'amicizia, che durerà tutta la vita, tra due
giovani di paesi e culture diverse. All'appello di Zoltán, studente ungherese di diciassette
anni, risponde Giorgio, geometra ventenne di Firenze. Giorgio con molto entusiasmo e con
toni subito familiari inizia a scrivere in modo chiaro, per consentire al suo corrispondente
di migliorare l'uso della lingua: mi devi permettere di indicarti, (ogni volta che scrivo), gli
errori fatti nelle tue lettere. Una corrispondenza che accompagna nel periodo 1948-1998,
la crescita dell'ingegner Goda e dell'architetto Marchiani.
Nelle lettere le velleità e i sogni della gioventù di due giovani universitari che descrivono i
loro paesi usciti dalle rovine della guerra Al di sopra della politica, sugli odi, sulle fazioni,
sui rancori, ancora nelle brutture di un dopoguerra terribile domini la pace, la serenità
fra i popoli europei, l'amore alla nostra madre comune Europa, la volontà di collaborare
lealmente, da veri fratelli, per la ricostruzione materiale e spirituale delle nostre patrie,
ma anche le realizzazioni in ambito familiare e lavorativo della maturità, i rimpianti e il
trascorrere del tempo, il vuoto del lutto, la fatica di continuare a vivere da un lato, la gioia
di veder crescere i nipoti dall'altro. La corposità delle lettere si assottiglia negli anni bui
vissuti dall'Ungheria, e riprende con vigore dal 1957. La possibilità del primo incontro arriva
nel 1968, con una breve visita della famiglia di Zoltán nella città di Firenze. Nel tempo,
pochi incontri di persona, tutti in Italia. Lontani geograficamente ma vicini spiritualmente,
si incoraggiano nei momenti di gioia e si sostengono in quelli di forte dolore, lettere che
si fanno sempre più profonde e personali e, per Giorgio, sempre più tristi e malinconiche
dopo che, il 30 dicembre 1992, muore la moglie Clara, l’amore di una vita: le parole
più belle, più sincere, più affettuose le ho ricevute da voi. Due esistenze raccontate in
parallelo, a mille chilometri di distanza, che scorrono in simbiosi e si ritrovano ancora oggi,
confortati dall'affetto di figli e nipoti e dal ricordo di un legame che rimarrà per entrambi
eterno.
leggi l'inizio del testo
Nicolino Marras
"Fuggire senza meta"
autobiografia 1938-2000
L’infanzia a Bulzi, un piccolo paese del sassarese, segnata dagli
stenti e dal dolore legato alla prematura morte della giovane
madre e della sorella maggiore, da un padre severo e oppressivo,
troppo spesso ubriaco. Un’infanzia con pochi momenti felici e tanta
solitudine. Appena diciottenne, decide di emigrare in Toscana, dove
trova lavoro come bracciante. Nel 1959 parte per il servizio di leva
prima a Falconara Marittima, in provincia di Ancona, poi a Ferrara, la sera prima
della partenza si usava recarsi a salutare tutti parenti, il Prete e il Sindaco, questo
si ripeteva ogni qualvolta che si veniva in permesso o in licenza. Dopo il congedo
militare, il difficile rapporto con il padre, spinge Nicolino ad abbandonare nuovamente
la Sardegna per una nuova meta: il Piemonte. Qui si impiega come turnista in un
cementificio, e incontra Giuliana, una coetanea più giovane di quarantaquattro giorni,
che sposa nel 1964 e dalla quale ha due figlie: ricordo quando mi recai per invitarla
a ballare non so come avrò fatto nottarla in mezzo ad altre tante fanciulle, perché è
piutosto minuta. Fin dal primo ballo si scambiò qualche parola. Ritornai a coinvolgerla
a ballare, lei, acconsentiva con piacere, così si fece coppia fissa per l’intera serata.
Mi colpì e venni attrato da questa fanciulla un po minuta, carina, dolce e nello stesso
tempo un po delicata. La gioia di aver trovato nella famiglia della moglie e nelle figlie
momenti di serenità, si alterna a un sempre più marcato disagio interiore, dovuto
ai turni di lavoro e ai segni lasciati dall’infanzia, un disagio che lo porta a cambiare
nuovamente occupazione: diventa collaboratore scolastico prima ad Alessandria poi,
nel 1975, in provincia di Sassari, in Sardegna. Il ritorno nella sua terra d’origine lascia
svanire le speranze di ritrovare la spensieratezza giovanile e di rinsaldare i legami
con la comunità locale e, soprattutto, con il padre e con i fratelli. Nicolino diviene
consapevole che le cose passate non ritornano, oppure, non si vivono come prima,
ci sono stati dei distacchi, dei silenzi, si è diventati maturi con esperienze diverse,
sono subbentrati altri tipi d’impegni e altri problemi. La ricerca di un equilibrio e della
serenità lo porta a viaggiare ancora: lascia di nuovo la Sardegna, ritorna dopo alcuni
anni fino a che decide di stabilirsi definitivamente in Piemonte alla ricerca della sua
oasi di felicità.
leggi l'inizio del testo
Dario Poppi
"Il Ras del Monte Gialo"
diario 1941-1945
L'esperienza africana di un ceramista faentino nelle pagine di
uno scanzonato e avventuroso diario. Anno 1941 Monte Gialo,
Etiopia. Dario è l'intrepido direttore di una segheria legata
all'impero. Quando da Asba Littorio i militari - ad eccezione
del Commissario Civile - si ritirano, decide di restare da solo
a presidiare la segheria organizzandone la difesa con armi e
fortificazioni occasionali. Per ingraziarsi gli indigeni, diventa
un “ricercato” guaritore di piaghe croniche due specialità mi
han fatto molta reclame come medico: un disinfettante color
rosso vivo, in soluzione, preparatomi dal medico di Asba e
di cui ho fatta una buona scorta; il collirio e gli impacchi di
acido borico agli occhi gonfi e chiusi. Nonostante la difficoltà
di gestire gli ascari di colore dei battaglioni disciolti, non fugge,
così come è inamovibile quando arriva il nuovo presidio di inglesi ed etiopi: Mah! Sento
che la “Repubblica del Gialo” non avrà più vita lunga, tra inglesi ed abissini figurarsi se mi
lasciano qui! Ma la bandiera è lì ancora ed io non la levo. Pende malinconicamente intrisa
d’acqua sotto questa pioggia continua, sembra affranta per quanto ci sta succedendo.
Del Gialo è proprietaria la giovane principessa Zannabec, cresciuta in esilio dagli inglesi,
educata ad odiare gli italiani, e sposa per questioni di interesse politico, ad un Ministro del
Negus; con lei Dario ha una romantica, ma troppo breve storia d'amore. Scoperto il legame
svanisce ogni possibilità di controllare la segheria. Dopo trecento giorni di devastante
solitudine, nel maggio del '42 viene portato nel campo di concentramento di Mandara
in Somalia. Imbarcato per il Kenia, patisce il caldo e soffre il pessimo rancio prima di
venire impiegato come prigioniero civile presso la Compagnia Italiana Trasporti Africa
Orientale in qualità di verniciatore. Abile nella lavorazione della ceramica, impianta una
fabbrica di manufatti con un socio disonesto e senza scrupoli che porta l'attività in rovina.
Determinato ricomincia da zero. Con il nome d'arte di “Pippo Doria” entra nel mondo del
teatro di prosa, nella compagnia di Nella Poli ma, in un momento di crisi del settore, si
vede costretto a lasciare le scene. Poi, per acclamazione, il ritorno, nel varietà: Il pubblico
che aveva trattenuto il respiro scatta in un poderoso applauso. La stampa dirà poi che ho
fatta una morte da “attore consumato”. Anche Pina è stata consacrata “Ottima attrice”
e che noi due insieme formiamo una coppia veramente artistica. Nel '45 abbandonate
nuovamente le scene, si impegna nella produzione di ceramica, incaricato dal Ministro
dell'industria e del commercio dell'Etiopia per conto dell'imperatore Hailé Selassié.
leggi l'inizio del testo
Kemal Subasciaki
"Saponificio Gazzella"
autobiografia 1936-1998
Kemal nasce nel 1936 a Bengasi da madre italiana e da padre
turco. Il nonno paterno Hassan Bey è un noto commerciante,
che nel 1898, trasferisce la propria attività in Libia, all’epoca
parte dell’Impero ottomano. Un’esistenza segnata dall’odio
razziale e dal fanatismo religioso e politico, ma anche da
difficoltà di inserimento che si fanno sentire sin dai primi anni di
vita: con mio fratello avevamo cercato di integrarci, ma fin dai primi approcci [...], ci
rendemmo conto che eravamo considerati degli ibridi indesiderati e non conoscendo
le usanze locali e parlando poco l’arabo, non avevamo molto in comune da dividere.
Kemal trascorre l’infazia in Etiopia, dove è testimone di eccidi e violenze da parte di
bande di ladri, xenofobi locali, e dove riesce fortunosamente a sfuggire a un tentato
rapimento. Nel 1946, tutti gli italiani e tutti coloro che hanno attività commerciali e
rapporti con ditte italiane, ricevono l’ordine di espulsione dall’Etiopia e l’immediato
sequestro dei beni, il padre di Kemal trasferisce la famiglia in Eritrea, e poi
forzatamente a Tripoli, dopo un lungo e faticoso viaggio, pieno di imprevisti, a bordo di
una Fiat Balilla del 1937. In Libia il padre riesce a impiantare una fabbrica di sapone,
incurante delle difficoltà finanziarie, della burocrazia locale, delle calamità naturali e
umane che si abbattono sul benessere portato alla sua famiglia dal saponificio. Per
noi gli anni cinquanta furono anni di sacrifici e di scarse soddisfazioni, avendo dovuto
ricominciare dall’anno zero, in un paese in cui ci sentivamo degli estranei. Kemal con
caparbietà diventa egli stesso imprenditore, sfidando arretratezze culturali e politiche.
Anni segnati dalla separazione dei genitori e dalla loro morte, dal voltafaccia del
fratello minore, dal tradimento di pseudo-amici e pseudo-soci, e dalla sua tenacia
nel tentare più volte di far decollare la sua impresa. Tre mesi dopo il completamento
della nuova fabbrica, fu di prammatica la festa con gli amici per inaugurare l’apertura
ufficiale del Saponificio Gazzella; il quinto dal nostro arrivo dall’Eritrea. Il matrimonio
con Catherine e la nascita delle due figlie gli danno la convinzione di poter superare
ogni difficoltà, il benessere raggiunto viene vanificato con la salita al potere di Gheddafi,
con la depauperazione del paese in nome dell’uguaglianza sociale e con il fanatismo
politico e religioso. Una nuova serie di difficoltà burocratiche, alle quali si aggiunge
uno stato di salute precaria, fanno da preludio nel 1987, al definitivo abbandono del
suolo africano. Dopo anni la resa, e il futuro in Scozia, inseme all’adorata famiglia.
leggi l'inizio del testo
Manilio Tartarini
"In bicicletta fino a fabro"
diario 1943-1944
Nell'ottobre del 1943, a Calcinaia, in provincia di Pisa, un
segretario comunale vive nell'incertezza del domani e soffre la
solitudine per la lontananza dell'adorata moglie Adriana e dei tre
figli, affidati ai parenti, nella più sicura campagna umbra a Fabro:
io mi sono dato alla lettura dei romanzi. Triste e ingenuo sollazzo
di chi sa di essere condannato a morte ed attende il turno per la
fucilazione. Il Paese è allo sbando, le truppe tedesche spargono
il terrore ovunque e il piccolo centro toscano è invaso da soldati
che saccheggiano le trattorie e le poche case rimaste in piedi
dopo i bombardamenti. La popolazione soffre la fame e il lavoro
di Manilio, vista la paralisi del settore amministrativo, è rivolto
alla distribuzione dei viveri, spesso insufficienti per soddisfare
le esigenze degli abitanti: la gente non ha torto a far risalire a
me la responsabilità di questa criticissima situazione alimentare,
perché sono sempre io alla ribalta. L'atteggiamento del Podestà, indifferente e insofferente
alle lamentele dei cittadini, prepotente e autoritario nei confronti del personale comunale,
fa crescere in Manilio il desiderio di ribellarsi e scappare. Nel diario annota anche i suoi
pensieri di uomo onesto, le angherie dei fascisti della Repubblica di Salò, le pressioni
ricevute affinchè si iscriva al nuovo partito repubblichino. In quei giorni arrivano le cartoline
precetto. Con la scorta degli elenchi degli iscritti al vecchio ed al nuovo partito fascista è
facile individuare coloro che non hanno chiesto l'iscrizione a quello repubblicano. Questi
ultimi sono chiamati alle armi o vengono addirittura deportati in Germania. I casi sono
semplicemente due: o suicidarsi o morire ammazzati; procedura diversa con lo stesso
risultato. Io avevo fermamente deciso di non iscrivermi ad alcun partito. Con il passare
del tempo aumentano le preoccupazioni per una guerra che non finisce, e per la sua sorte
lavorativa. Il Partito crede di poter disporre a suo piacimento del Comune, degli impiegati
e degli Amministratori. In un clima ostile riesce a ottenere giorni di permesso per un visita
ai familiari, che raggiunge in bicicletta, poiché le strade e le ferrovie sono bombardate e
impraticabili. Un trasferimento di sede lo attende al ritorno, mentre lo sbarco degli alleati
e l'ingresso a Roma fanno ben sperare per la fine del conflitto
leggi l'inizio del testo
premi speciali
Premio speciale Giuseppe Bartolomei
attribuito dalla Commissione di Lettura
Maurizio Pincherle
Il cuore taccia
nato a Pavia nel 1879, morto nel 1949
diario 1938-1948
Il 2 settembre del 1938, Maurizio Pincherle, ordinario di Clinica pediatrica all'Università
di Bologna, inizia ad annotare in un diario gli avvenimenti della sua famiglia. Il figlio Leo,
una delle menti migliori della Fisica del tempo, viene sospeso dall'insegnamento e di
lì a poco lui stesso è espulso dall'Albo dei medici e costretto a lasciare la cattedra a
seguito dell'entrata in vigore della legislazione antisemita per "la difesa della razza". Alla
privazione di qualsiasi diritto civile, fa eco la minaccia di rappresaglie e la paura di essere
deportati o trucidati. Nel settembre del '43, la famiglia Pincherle abbandona Bologna,
inizia un periodo di fuga scandito dalla ricerca affannosa di rifugi che diventano sempre più
precari, dal pericolo di girare con documenti falsi, dal timore delle spiate, dalla necessità
di procurarsi adeguati mezzi di sostentamento, mentre il figlio Mario si unisce ai partigiani
sui monti del Sassoferrato. Nell'agosto '45 il rientro a Bologna, ma dovrà attendere altri quattro mesi per essere riammesso alla professione medica, con un ruolo marginale in
quella che era stata la sua clinica, privato dei suoi assistenti e della sua scuola.
Premio ex aequo per il miglior manoscritto originale
attribuito dall'Archivio Diaristico
Giorgio Bongiorno
Sempre pazzo per te
nato a Modica (Ragusa) nel 1897, morto nel 1971
epistolario-diario 1941-1945
L’amore del capitano Bongiorno per la moglie, la “diletta e adorata Iole”, emerge con
intensità unica dalle lettere che le scrive da Bombay, dove è stato deportato in un campo
di prigionia. Cinque anni di vita segnati dalle privazioni, dalla scarsità di notizie da casa
e dalle continue richieste di rimpatrio, trovano sollievo nella scrittura: la domenica, con
la puntualità che è la sola condizione per alleviare il dolore, Giorgio affida se stesso, con
le preoccupazioni per Iole e i sette figli, le raccomandazioni, gli aggiornamenti sulla sua
situazione, la rabbia per la lentezza del servizio postale e l’indifferenza delle istituzioni, a
pagine che prendono e donano vita. Un calvario che si conclude alla fine del 1945, con il
rientro a casa e la consapevolezza che il “Rinnovarsi è una necessità di vita”.
[donazione di Arturo Bongiorno]
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda, già finalisti
Spero che noi saremo amici buoni
[donazione degli autori]
crediti
ARCHIVIO DIARISTICO
presidente
Albano Bragagni
vice presidente
Grazia Cappelletti
direttore culturale
Saverio Tutino
direttore scientifico
Camillo Brezzi
direttrice organizzativa
Natalia Cangi
PREMIO PIEVE
Giuria Nazionale
Guido Barbieri, Camillo Brezzi, Natalia Cangi, Pietro Clemente, Beppe Del Colle, Gabriella D'Ina, Vittorio Dini, Antonio Gibelli, Lisa Ginzburg, Roberta Marchetti, Melania G. Mazzucco, Davide Musso, Maria Rita Parsi, Nicola Tranfaglia, Saverio Tutino (presidente)
Commissione di Lettura
Silvia Bertocci, Silvia Bragagni, Marco Camaiti, Natalia Cangi (presidente), Ivana Del Siena, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Adriana Gigli, Vera Gustinelli, Valeria Landucci, Riccardo Pieracci, Giada Poggini
ufficio stampa
Antonella Brandizzi, Riccardo Pieracci
ospitalità
Anna Maria Leonardi, Giada Poggini
staff
Donatella Allegro, Agnese Andreini, Patrizia Baldini, Giulia Bertelletti, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Luigi Burroni, Cristina Cangi, Natalia Cangi, Marco Camaiti, Laura Caterbi, Grazia Cappelletti, Sara Cipriani, Patrizia Dindelli, Gabriella Giannini, Michele Iannuzzi, Stefania Lusini, Rosa Manfredi, Lisa Marri, Silvia Marri, Filippo Massi, Laura Mormii, Fabrizio Mugelli, Stefan Schweitzer, Loretta Veri
con la collaborazione di
Amministrazione Comunale di Pieve Santo Stefano
Comunità Montana Valtiberina Toscana
i progetti inseriti nel Premio Pieve
EUROPEAN MEMORIES
European Memories è un progetto multilaterale che fa parte del programma LLP (Longlife
Learning Program), realizzato dall’UNIEDA, Unione Italiana di Educazione degli Adulti.
Partner del progetto:
ADN - Archivio Diaristico Nazionale, Pieve Santo Stefano (Italia)
VIDA - Associação Valorização Intergeracional e Desenvolvimento Activo, Lourusa (Portogallo)
EIC - European Information Centre, Veliko Turnovo (Bulgaria)
DPU - Danmarks Pædagogisk Universitetsskole, Aarhus Universitet (Danimarca)
FDC - Fundació Privada Desenvolupament Comunitari (Spagna)
Sozial Label - Sozial.label e.v. (Germania)
Scopo del progetto è contribuire - attraverso le metodologie storiche e autobiografiche - allo
sviluppo delle competenze sociali e civiche dei cittadini europei.

VOCI MIGRANTI
Il progetto Voci migranti nasce come proposta
interculturale di integrazione per i migranti che
vivono in Valtiberina. Anziché considerare queste
persone come anonima manodopera (nell’edilizia,
nei lavori di cura che svolgono le badanti, nelle
professioni più disparate, spesso umili, che sono
costretti a fare), si pensano come narratori di
storie, grazie anche al contesto in cui vivono, che
ha una forte identificazione con la memoria e la
narrazione di sé.
Voci migranti nasce da un corso di formazione per progettisti organizzato da Cesvot, Uncem e Comunità Montana Valtiberina Toscana. In modo molto concreto il corso si è concluso con
veri e propri progetti da realizzare nel territorio. Il gruppo dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, insieme con il Gruppo Comunale Sansepolcro Altotevere Volontari di Protezione Civile, le associazioni biturgensi No-Mad e Metamultimedia, ha proposto la raccolta di memorie dei
migranti attraverso le video interviste, un laboratorio teatrale, un documentario, un percorso
fotografico, un blog. Il progetto “Voci migranti” è finanziato dal Cesvot e dalla Regione Toscana.
ULTIMO AGGIORNAMENTO
3 settembre 2010 ore 22,00
www.archiviodiari.it/premiopieve2010.html
scarica le immagini del programma: galleria foto

scarica il programma in pdf

scarica le sintesi brevi dei finalisti in pdf

