Premio Pieve
venticinquesima edizione

 programma della manifestazione
11-13 settembre 2009




il logo della manifestazione 2009

i vincitori e protagonisti del Premio Pieve
in un'interpretazione di Gian Enrico Barbagli, da un'idea di Loretta Veri



la storia siamo noi
Arrivati all’edizione del Premio Pieve numero 25 abbiamo ceduto alla tentazione di essere un po’ celebrativi, sottolineando un compleanno importante che è anche un traguardo prestigioso.
Sarà dunque una festa fra vecchi amici oltre che un contenitore di eventi culturali.
Dopo aver accumulato negli scaffali dell’Archivio più di 6000 storie (il doppio degli abitanti della Città del diario), aver toccato tutti gli argomenti possibili, racchiusi in milioni di pagine autobiografiche, ci concediamo di parlare di noi, della nostra storia.

E lo facciamo con un ospite d’eccezione, Francesco De Gregori, al quale abbiamo chiesto in prestito il verso di una delle sue più celebri canzoni, colonna sonora del nostro cammino di raccoglitori di storie e di storia.
Ma lo facciamo anche con un libro che, dall’originale penna di Mario Perrotta, racconta in forma romanzata la storia dell’Archivio dei diari e dello straordinario personaggio che ha animato questo luogo dal 1984, Saverio Tutino, assoluto protagonista di questi 25 anni di vita dell’istituzione toscana e del Premio Pieve.
Lo facciamo omaggiando il paese della memoria, anch’esso protagonista ne Il paese dei diari (Terre di mezzo), al quale diamo spazio e voce in questa edizione, partendo da lontano, dal fatto storico che traccia un legame fra Pieve Santo Stefano e Onna, città simbolo del terremoto d’Abruzzo, distrutta come Pieve dalle mine tedesche nell’estate del 1944, prima di subire la tragica ferita del 6 aprile 2009.
Lo facciamo accogliendo un importante pezzo di storia d’Italia, rappresentato dalle memorie di Giovanni Treccani, fondatore dell’omonima enciclopedia. E presentando l’ultimo romanzo storico di Edgarda Ferri, omaggio all’Archivio attraverso il racconto di uno dei nostri diari più struggenti, scritto da Orlando Orlandi Posti nel carcere di Via Tasso prima di essere portato a morire alle Fosse Ardeatine.
E ancora lo facciamo con le mostre e installazioni che raccontano la nostra storia, a partire da quel Lenzuolo a due piazze che la contadina Clelia Marchi ha riempito di scritte, diventato la nostra bandiera. E con lo sguardo fotografico di Mario Dondero sul paese che ha dato accoglienza alla gente che qualcosa da raccontare ce l’aveva, a chi la storia l’ha fatta, anonimo o protagonista.
Perché è la gente che fa la storia.




martedì 8 settembre ore 11,00
conferenza stampa
Firenze, Regione Toscana, Palazzo Strozzi Sacrati
Piazza del Duomo, 10

intervengono

Albano Bragagni
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico

Paolo Cocchi
Assessore alla Cultura della Regione Toscana

Rita Mezzetti
Assessore alla Cultura della Provincia di Arezzo

Fabrizio Raffaelli
Direttore dell'Agenzia per il Turismo di Arezzo

Riccardo Marzi
Presidente della Comunità Montana Valtiberina Toscana

Saverio Tutino
Direttore culturale dell'Archivio diaristico

Natalia Cangi
Presidente della Commissione di lettura del Premio Pieve

Camillo Brezzi
Direttore scientifico dell'Archivio diaristico

Mario Perrotta autore del libro Il paese dei diari

sarà presente
Aldighiero Fini



da venerdì 11 settembre ore 18,00
esposizioni
il Palazzo Pretorio, emblema della memoria di Pieve e luogo simbolo per l'Archivio dei diari, ospita installazioni e mostre che raccontano venticinque anni di storie autobiografiche e di immagini del Premio Pieve

le righe numerate del Lenzuolo di Clelia Marchi       Il tesoro dell'Archivio
esposizione dei diari manoscritti
a cura di Cristina Cangi


Nella città del diario
mostra fotografica di Mario Dondero

Tracce di sé
le tappe della storia dell'Archivio
attraverso le immagini e gli scritti dei suoi protagonisti

Ci vorrebbe un lenzuolo
installazione sull'opera di Clelia Marchi




venerdì 11 settembre ore 18,30
diari che diventano libri
Chiostro dell'Asilo Umberto I°

Uno dei tanti
incontro con Edgarda Ferri e Patrizia Gabrielli


letture di Andrea Biagiotti


Roma, 8 settembre 1943: dopo aver firmato l’armistizio, il re fugge a Brindisi.
Abbandonata a se stessa, Roma sta per essere invasa dalle truppe di Hitler. A fianco del poco che resta dell’esercito italiano, la popolazione combatte per tre giorni nei punti strategici della città. Fra gli studenti, le donne, gli operai che cercano di respingere le armate tedesche a Porta San Paolo e sulle rive dell’Aniene, c’è un ragazzo di diciassette anni, alto, bellissimo e armato di un vecchio fucile. È Orlando Orlandi Posti, orfano di padre e di origini modeste, studente alle scuole magistrali e innamorato di Marcella Bonelli, la cui famiglia è proprietaria del bar più frequentato del quartiere di Montesacro. Dopo l’invasione di Roma, Orlando entra nella Resistenza. All’alba del 3 febbraio 1944, un’automobile delle SS si aggira per Montesacro: ci sarà una retata. Orlando passa di casa in casa per avvertire i compagni. Una corsa di quattro ore, affannosa e spericolata, che si conclude davanti al bar Bonelli, dove spera di salutare Marcella prima di fuggire, come gli altri, nel campanile della chiesa vicina o nelle campagne del viterbese. La vedrà proprio mentre i tedeschi lo arrestano per portarlo in via Tasso, dove sarà imprigionato e torturato per cinquanta giorni. Il 24 marzo, appena compiuti diciotto anni, sarà fucilato alle Fosse Ardeatine.

Edgarda Ferri compie un viaggio struggente alla ricerca di Orlando. Attimo per attimo ripercorre la vita sconosciuta e breve del ragazzo, non ancora diciottenne, che salvò i compagni di lotta e, per vedere ancora una volta la sua fidanzata Marcella, finì nelle mani dei tedeschi. I foglietti di Orlando, conservati presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, hanno vinto il premio del miglior manoscritto originale nel 2004.

Edgarda Ferri in Archivio mentre analizza i documenti di Orlando Orlando Posti

Il libro è edito da Mondadori con il titolo
Uno dei tanti. Orlando Orlandi Posti ucciso alle Fosse Ardeatine. Una storia mai raccontata.
vedi la scheda

saranno presenti Giancarlo Fè e Simona Orlandi Posti

Fabrizio Raffaelli,
direttore dell’Agenzia per il Turismo di Arezzo
consegna a Edgarda Ferri
il riconoscimento "Benvenuta in Toscana"


segue buffet a cura di Bacco Felice




venerdì 11 settembre ore 21,30
cinema e autobiografia
Piazza Santo Stefano

Miei cari figli
le memorie di Giovanni Treccani


incontro con Camillo Brezzi e Andrea Treccani

un ritratto di Giovanni Treccani       La famiglia Treccani ha deciso di donare all’Archivio una copia del diario di Giovanni Treccani, stampato in dieci esemplari. Un’acquisizione importante che ha permesso di scoprire le memorie di questo straordinario personaggio, emerse nel racconto cinematografico del documentario che verrà proiettato, dal titolo Treccani e Gentile. Nascita di un’enciclopedia (un film di Andrea Treccani e Andrea Prandstraller, regia di Andrea Prandstraller, prodotto da Mir Cinematografica in co-produzione con Istituto Luce).

Il film racconta la vita di Giovanni Treccani degli Alfieri, industriale ‘self made man’ che cominciò la sua carriera come disegnatore e tecnico tessile e diventò col tempo proprietario del Cotonificio Valle Ticino, che seppe trasformare in una delle più floride aziende tessili italiane. Il nome di Treccani però è legato soprattutto all’Enciclopedia, un’opera imponente e un progetto culturale senza uguali. Come altri imprenditori di allora Treccani era convinto che l’industria dovesse avere una responsabilità diretta nella promozione della cultura e nella diffusione della conoscenza. Il progetto dell’Enciclopedia si prestava assai bene a questo scopo. Per la nascita della Treccani fu determinante l’incontro con il filosofo e organizzatore culturale Giovanni Gentile: l’Enciclopedia è il frutto della volontà congiunta di Giovanni Treccani, che la finanziò, e di Gentile che la diresse. La loro impresa, che si chiuse nel 1937 dopo 14 anni di lavoro, fu di proporzioni mai viste: 36 volumi, 60.000 voci principali e 240.000 secondarie per un totale di 36.000 pagine. Per quanto il regime fascista si fosse appropriato dell’Enciclopedia per mostrare al mondo la potenza culturale dell’Italia, l’enorme rilevanza sociale dell’opera si fece sentire soprattutto nel dopoguerra, quando ‘La Treccani’ diventò per milioni di italiani il simbolo di un accesso al sapere non più limitato solo alle élites. L’intera vicenda di Treccani, di Gentile e dell’Enciclopedia viene raccontata nel film attraverso documenti storici dell’epoca, filmati pubblici e privati, testimonianze di ieri e di oggi oltre che con le parole autobiografiche del ‘Diario’ (inedito) che Giovanni Treccani scrisse nell’arco di 40 anni di vita.




sabato 12 settembre ore 11,00
l'abruzzo in prima persona
Piazzetta delle Oche

Memorie della terra d'Abruzzo

presentazione dell'ultimo numero di Primapersona
dedicato all'Abruzzo
con Umberto Gentiloni Silveri e Anna Iuso

la campana commemorativa della strage del '44 nella tendopoli di Onna       Nel giugno del 1944 i tedeschi uccidono a Onna (L’Aquila) diciassette abitanti, minano alcune case e le fanno saltare in aria.
Nell’agosto del ’44 il paese di Pieve Santo Santo Stefano, dopo uno sfollamento coatto, è minato e interamente distrutto dai tedeschi in ritirata. Tutte le case saltano in aria e l’abitato è completamente cancellato, ridotto a un ammasso di macerie.
Il 6 aprile 2009 venti terribili secondi di un sisma devastante si accaniscono sull’Abruzzo, distruggendo L’Aquila e i suoi dintorni. Onna è ridotto a un paese fantasma e paga un tributo altissimo in termini di vite umane, diventando il simbolo del terremoto d'Abruzzo.
L’Archivio dei diari, in omaggio a una terra che gli ha regalato tante preziose testimonianze autobiografiche, dedica il numero in uscita di Primapersona alla memoria d’Abruzzo, dando spazio ai ricordi del passato e alle voci e immagini di adesso. A partire dal racconto di una testimone degli eventi del ’44, raccolto dall’Archivio nella tendopoli di Onna, che segna una forte comunanza con la storia di Pieve. Un tributo per tenere viva la memoria.


saranno presenti le diariste aquilane
Nicoletta Bardi e Simona Giannangeli





sabato 12 settembre ore 15,00
diari che diventano libri
Piazzetta delle Oche

La geometria dei sentimenti
l’epistolario di Leo Ferlan, vincitore del Premio Pieve 2008 (Terre di mezzo)
incontro con Lisa Ginzburg e Davide Musso



Leo     Le lettere inviate negli anni Cinquanta da un giovane studioso, originario di Idria, oggi città della Slovenia, lasciano la traccia di un percorso di vita, di studi e di lavoro di una personalità forte e sensibile. Leo coltiva una passione verso l’osservazione naturalistica, che approfondisce con studi da autodidatta poiché le condizioni della famiglia non gli permettono di pagarsi l’Università. Nonostante ciò, si introduce nell’ambiente di ricerca e, grazie alla sua mente brillante, viene invitato a unirsi ad un equipe di studiosi in Algeria. Inizia una corrispondenza con Miriam, una giovane in cerca di lavoro alla quale Leo risponde con una gentilezza iniziale che si trasformerà ben presto in un’assidua confidenza. La solitudine è divina, ma rimbambisce spaventosamente. Fa bene parlare a qualcuno, talvolta, e fa pure bene ascoltare. (…) Non crede che dovremmo lasciar in banda il “Lei”, untuoso e in un certo modo prammatico, e passare al “tu” come fanno i buoni amici?. Il dialogo epistolare cresce di giorno in giorno, Leo si confronta con Miriam, si confida, scambia consigli, le racconta del suo amore per la natura, le fa scoprire la sua indole curiosa e pacata: Io mi sento bene ovunque; quasi, non sono mai “lontano” poiché non riesco a trovare un punto di riferimento. Riescono a incontrarsi durante un breve soggiorno in Italia, nasce un sentimento, cambia il tono della scrittura, i pensieri diventano sempre più profondi e Leo condivide con la sua Miriam, noia, attesa, confusione, gioia, dolore, poesia: Ho bisogno di te, Miriam, come d’un veleno buono, dolce, cui vada assuefacendomi; un veleno di cui hai sempre più bisogno, a dosi sempre più grandi, senza che faccia male.
Costretto a rimpatriare a causa del ridimensionamento del personale in Nordafrica nel 1954, si pone il problema di una nuova occupazione: nonostante numerose pubblicazioni gli manca un titolo di studio regolare. Si trasferisce a Bergamo presso una stazione sperimentale. Sempre lontano dall’amata, che nel frattempo diventa sua moglie, Leo è deluso dal nuovo ambiente: un mondo chiuso che non s’affaccia su niente, che passa e si consuma in se medesimo. Affianca i lavori di ricerca del direttore e degli sperimentatori, continua i suoi studi, ormai in grado di conseguire un titolo ufficiale.
Il destino non lo permette: la diagnosi di un male precoce lo conduce a morte prematura.
vedi la scheda




sabato 12 settembre dalle ore 16,30
merenda sul prato
Colledestro

Merenda sul prato
al suono della fisarmonica

a cura di Grazia Cappelletti
e del Ristorante il Moro

la merenda sul prato

la commissione di lettura incontra
i finalisti del Premio Pieve

saranno presenti i finalisti
Franco Cipriani per Carlo Cipriani
Maria Teresa Giulianelli e Dan Rabà
Valeria Pederiva
Sabrina Perla
Maria Zamboni per Stefano Pucci
Antonio Sbirziola
Giulia Scabbia
Maria Carlotta Schopf



Consegna dei Premi speciali ai diaristi

Premio speciale della Commissione di lettura
alle lettere di Anita Borgazzi Assirelli e Ugo Redanò

Premio per il miglior manoscritto originale ex aequo a
Autori vari Legami di famiglia
Anita Borgazzi Assirelli e Ugo Redanò Il soffio ardente della passione


sarà attivo un servizio navetta




sabato 12 settembre ore 21,00
la storia dell'archivio
Piazzetta delle Oche

Il paese dei diari
incontro con Mario Perrotta e Saverio Tutino


presentazione del libro
Il paese dei diari di Mario Perrotta
Terre di mezzo Edizioni, 2009
con la prefazione di Ascanio Celestini

Mario Perrotta e Saverio Tutino al Premio Pieve 2008

Hai voglia a bussare al portone, nessuno mi apre. Sono l’unico scemo al mondo che al portone ci bussa dal di dentro, sperando che qualcuno da fuori mi sente e viene ad aprire. Mi hanno chiuso dentro! Pure loro, però: potevano darla una guardata prima di chiudere. Tu dici: bussa e grida che prima o poi ti sentono - magari! Che fuori c’è la festa del paese, luminarie, concerti, accensioni di falò, partite di calcio in costume del ‘500 e chi mi apre? Sèntili, sèntili come strillano per le strade: qui se ne parla domani mattina quando riaprono, se riaprono, che domani pure è festa, anzi, è proprio la vera festa del paese, l’8 di settembre. Tu dici: che festeggiano l’armistizio del ‘43? No, festeggiano la Madonna dei Lumi del 1589. Se esco vivo di qui te la racconto la storia di questa Madonna. Ero arrivato nel primo pomeriggio con la macchina e mi ero trovato di fronte la scritta “Città del Diario” e io apposta ci ero venuto. Tu devi sapere, infatti, che in questo paese c’è un palazzo pieno di diari, di lettere, di memorie di tutti i generi e di tutte l’epoche; tutti diari, lettere e memorie di persone sconosciute che non hanno fatto niente di particolare, non hanno fatto la Storia, ma soltanto le loro piccole storie. E che ci stanno a fare, tu pensi? Dopo te lo spiego. Ci ero venuto apposta, dicevo, per visitare questo palazzo-diario, che appunto di un palazzo credevo si trattasse e, invece, mi trovo la scritta “Città del Diario”. Allora - penso -, la cosa si fa grossa se ci hanno messo questa scritta accanto al cartello del paese; prima che me lo domandi, ti dico subito che il paese è Pieve Santo Stefano, della provincia di Arezzo, nella regione Toscana, Italia.
[da "Il paese dei diari"]




sabato 12 settembre ore 22,30
festa dei 25 anni
Piazza Plinio Pellegrini

Musica per i diari
Pieve Jazz in concert


La Pieve Jazz Big Band nasce come un laboratorio d’improvvisazione jazzistica nell’autunno 2005 dalla Filarmonica “Ermanno Brazzini” di Pieve Santo Stefano e dalla sua scuola di musica. Diretta dal trombettista Luca Marianini e arricchitasi della voce di Silvia Milli, la recente formazione ha fondato il proprio repertorio su autori classici come Duke Ellington, Neal Hefti, Glenn Miller e altri grandi della storia del jazz. Ha al suo attivo numerosi concerti in teatri e piazze del centro Italia e in cantiere la realizzazione del primo album.

la Pieve Jazz al Premio Pieve 2008

Tolmino Marianini, direttore e tromba

Silvia Milli, voce
Gianni Locci, tromba
Marcello Buzzichini, tromba
Luigi Ricci, clarinetto
Mario Aldinucci, clarinetto
Paolo Giulianini, sax contralto
Marco Coltrioli, sax contralto
Marta Paceschi, sax contralto
Guido Galletti, sax tenore
Gianni Fontana, sax tenore
Marco Camaiti, sax baritono
Piero Seri, trombone
Francesco Cardelli, trombone
Gino Buono, chitarra
Andrea Matteaggi, basso elettrico
Marco Rossi, basso elettrico
Federico Aldinucci, batteria



domenica 13 settembre ore 10,00
leggere e scrivere diari
Piazzetta delle Oche

La Commissione di lettura
incontra i diaristi della Lista d'onore



Glauco Basti
scelto da Silvia Bertocci

Enzo Bellettato
scelto da Vera Gustinelli

Ada Busin
scelta da Giada Poggini

Graziano Camerino
scelto da Patrizia Dindelli

Giovanni Damiano
scelto da Ivana Del Siena

Carlo Fiocco
scelto da Gabriella Giannini

Franca Franco
scelta da Valeria Landucci

Brigitte Lefebvre
scelta da Adriana Gigli

Amelia Minto
scelta da Antonella Brandizzi

Carmela Santisi
scelta da Riccardo Pieracci

Adele Francesca Trani
scelta da Silvia Bragagni

Agnese Volonté
scelta da Natalia Cangi


coordinano Natalia Cangi e Marco Camaiti

interventi musicali di Catia De Vincentis

letture di Andrea Biagiotti e Grazia Cappelletti


    un momento della lita d'onore 2008
sarà presente Alba Orti
Progetto Memoria (LiberEtà)


Venticinque volte nella Giuria del Premio
un riconoscimento a
Vittorio Dini
Roberta Marchetti
Saverio Tutino


segue pranzo folcloristico a inviti
a cura del cuoco Alessio Cipriani





domenica 13 settembre ore 16,00
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini


la storia siamo noi
manifestazione conclusiva
del 25° Premio Pieve

Guido Barbieri e Natalia Cangi
incontrano i finalisti 2009

Franco Cipriani per Carlo Cipriani
Maria Teresa Giulianelli e Dan Rabà
Valeria Pederiva
Sabrina Perla
Maria Zamboni per Stefano Pucci
Antonio Sbirziola
Giulia Scabbia
Maria Carlotta Schopf


© foto di Marco Anelli

ospite d’onore Francesco De Gregori
che riceverà da Saverio Tutino il
Premio Città del diario 2009

letture di
Mario Perrotta e Paola Roscioli
con le musiche di Mario Arcari e Maurizio Pellizzari




la manifestazione sarà trasmessa da Radiotre

in agosto e settembre, alcune delle storie finaliste
saranno raccontate alla radio da Guido Barbieri (Radiotre Suite)


tutti gli appuntamenti del programma sono a ingresso libero


dall'11 al 13 settembre sarà aperto un bookshop che metterà in vendita le pubblicazioni dell’Archivio con offerte speciali riservate al pubblico del Premio Pieve

USCITE 2009
la copertina de Il paese dei diari - USCITA 11 SETTEMBRE 2009 la copertina de La bacca di olibaga la copertina del libro di Edgarda Ferri la copertina dell'epistolario di Leo Ferlan






otto racconti autobiografici




Carlo Cipriani    
"Tributo alla patria"
diario/memoria 1939-1954
Nell’aprile del 1939 un giovane barbiere della provincia di Siena, deve abbandonare gli abiti civili, il lavoro, gli anziani genitori e l’amata sorella per servire la patria nel Regio Esercito Italiano: io che ero abituato a maneggiare soltanto il peso di un rasoio e un paio di forbici, faticavo moltissimo per adattarmi a questo genere di vita. Nel giro di pochi mesi passa dalle marce di addestramento a quelle lunghe ed estenuanti di preparazione militare, per raggiungere il proprio Reggimento impegnato nell’occupazione dell’Albania: era là, in quella terra a noi sconosciuta, che, senza saperlo, dovevamo sacrificare inutilmente gli anni più belli della nostra giovinezza. Una volta attraversato il Mediterraneo si rende conto della situazione di povertà e arretratezza della popolazione, dell’asprezza di un territorio che fa diventare fisicamente insopportabili gli spostamenti per partecipare alle manovre di guerra. Le pagine del diario, scritte dall’ottobre del 1940, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia, raccontano le ansie per una situazione che degenera: dopo i primi giorni di scarsa resistenza, ora, i nostri devono lottare abbastanza per contrattaccare gli improvvisi e filtranti assalti dei greci. Per non rimanere accerchiati gli italiani affrontano scontri violenti e sono costretti a ritirarsi su una posizione più arretrata, a quote alte, dove imperversa un clima molto rigido. Il freddo e la mancanza di rifornimenti, di abiti e calzature adeguate, debilitano ancora di più il fisico del giovane. Il suo tributo alla patria, dopo lunghe degenze ospedaliere a Tirana, fra dolori, febbri e atroci sofferenze fisiche, è l’amputazione degli arti inferiori: in quel breve spazio di tempo si era sviluppato in me, un così forte spirito di conservazione da desiderare di vivere ad ogni costo. Ritorna in Italia come grande invalido ma la guerra è in atto con il suo carico di distruzione e da Poggibonsi è costretto a sfollare. Affronterà poi lunghi anni di riabilitazione e, nonostante le difficoltà, grazie alle protesi riuscirà a condurre una vita normale accanto alla moglie e al figlio.
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Maria Teresa Giulianelli e Dan Rabà    
"Feriti nell'anima"

epistolario 2003-2008
Condivido pienamente certi stati affettivi ed emotivi che tu hai descritto molto bene: con queste parole inizia lo scambio di e-mail tra due finalisti del Premio Pieve, insieme casualmente sul palco dei diari, nel 2003. Durante la manifestazione Maria Teresa rimane colpita dal racconto che Dan fa di sé e della sua malattia, il disturbo bipolare, con il quale convive da oltre vent’anni, un’esperienza difficile ma narrata al pubblico con schiettezza e una dose di autoironia. Anche Maria Teresa convive con un disturbo psicologico, ma le risulta faticoso parlarne: quando incontro una persona che penso possa capirmi, io mi sento sollevata di poter uscire allo scoperto senza nascondermi dietro quel paravento di “normalità” che è necessario in quanto la maggior parte della gente non capirebbe, ma che detesto. È determinata a conoscerlo meglio di persona, ma non ci riesce perché Dan è già partito. Grazie a internet riesce a dirgli quello che non ha potuto a voce e poco a poco comincia un rapporto di amicizia destinato a durare. Entrambi raccontano il loro quotidiano in mondi lontani e diversi. Dan vive in Israele, è disoccupato e rimpiange l’esperienza del kibbutz, ha due figli piccoli e una moglie che lavora molto e che a volte fatica a comprenderlo. Racconta le fasi altalenanti della malattia, la difficoltà di crescere i figli e di avere prospettive in un paese complicato da una situazione politica e sociale di grande conflitto interno, un paese che ha scelto come casa: è stato il mio modo coraggioso di scaraventarmi fuori dalla situazione in cui vivevo e il tentare di sopravvivere in un momento che temevo di finire stabilmente nel mondo dei matti irrecuperabili. Maria Teresa, da Rimini, risponde parlando del suo lavoro, delle sue esperienze, della sua fragilità e delle difficoltà a convivere con le sue ossessioni, adattandosi a fingere un’apparente normalità; vivo una realtà concreta caratterizzata dalla mancanza di libertà. Arrivano anche piccoli scontri, incomprensioni e periodi di silenzio, superati dalla voglia e curiosità di continuare il viaggio intrapreso e di fare progetti per sentirsi meno soli e isolati perché, come scrive Dan nelle ultime lettere, in fondo non c’è un confine chiaro tra follia e normalità.
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Valeria Pederiva    
"Fuga in Albania"

autobiografia 1950-2007
Il racconto travagliato di una donna del Nord Est, secondogenita di quattro figli cresciuti in un ambiente isolato. La tragica perdita della madre, morta in circostanze poco chiare, il padre agricoltore burbero e manesco e un’infanzia povera segneranno per sempre la sua esistenza: ancora oggi sussulto per un nonnulla, dicono che dalla mente si possono cancellare i traumi ma ogni mia fibra è cresciuta nella violenza, perciò credo che non cambierò più.
A diciannove anni, con il parere contrario della giovane matrigna, emigra da una sorella in Svizzera, dove trova lavoro in un’industria farmaceutica che le dà la soddisfazione di fare carriera e diventare caporeparto, nonostante la sua licenza elementare conquistata a fatica. La momentanea tranquillità le fa incontrare un giovane del posto con il quale si sposa e ha un figlio. Dopo quindici anni di lavoro a Basilea, rientra in Italia, dove affronta la separazione. L’incontro con Kleydi, un albanese più giovane di quasi trent’anni, darà una svolta alla sua vita: per stare insieme a lui, sono andata contro tutte le regole della nostra società, contro l’educazione ricevuta, contro ogni logica apparente, contro tutte le mie paure interiori. Il primo passo è il trasferimento nel paese d’origine del compagno. Sola in un’altra realtà e a contatto con una diversa cultura, lontana da tutti, non accettata dalla famiglia del compagno, trascorre due anni di felicità ma anche di nuovi dubbi: nessuno mi influenza più, e totalmente libera posso analizzare la vita senza pregiudizi. Torna in Italia per lasciare il suo compagno libero di farsi una famiglia e mettere al mondo dei figli. Da allora dedica il suo tempo alla lettura, forte di una nuova consapevolezza di sé che le permetterà di ricominciare a vivere e ad amare.
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Sabrina Perla    
"Die Katastrophe"

diario/memoria 2003-2008
La sofferenza di una giovane calabrese nata in Germania è una esperienza che si colloca all’interno di relazioni familiari problematiche. Durante l’adolescenza sente la necessità di strappare i legami con la sua terra e parte per Roma: una strana forza, credo la disperazione, si impadronì di me e con un coraggio e una grinta che non immaginavo di possedere iniziai a dare sfogo alle mie esigenze e cominciai così a errare per il mondo.
Lasciare il suo ambiente è per lei una rivincita: una nuova vita, nuove amicizie in un’altra città le regalano un periodo di serenità, interrotto dalla consapevolezza che quel malessere profondo è ancora radicato dentro di sé: non saprei dire cosa successe veramente, ma di punto in bianco caddi in una profonda depressione che durò parecchio tempo e mi sconvolse l’esistenza. Esperienze di lavoro in realtà diverse le fanno vivere momenti di euforia ma anche di solitudine e angoscia, che sfociano in tentativi di autolesionismo. Consapevole del bisogno di aiuto, riallaccia i rapporti interrotti con i familiari e allo stesso tempo si rivolge alle cure di persone che crede esperte, alle quali si affida per intraprendere un cammino di guarigione. Ma va incontro a molte delusioni che la esasperano a tal punto da compiere un gesto violento contro una psicoterapeuta. Verrà dunque rinchiusa in una struttura giudiziaria, all’interno della quale intraprende un cammino difficile e solitario per il reinserimento nella società: la nostra condizione ci rende particolarmente fragili e vulnerabili davanti ad un mondo sempre più esigente. Non siamo abbastanza preparati ad affrontare il mondo che è fuori.
Dopo tre anni e il trasferimento in comunità denuncia le ingiustizie subite per la disparità di trattamento riservata a persone colpevoli di azioni molto più gravi, tornate in libertà prima di lei. La scrittura riesce ad alleggerire le giornate, e la speranza di una vita più serena non si spenge: mi chiedo se sarà sempre così o se prima o poi, come spero che accada, qualcosa cambi e finalmente possa dire di essere una persona felice di vivere a questo mondo.
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Stefano Pucci    
"I fatti della procellosa mia vita"

autobiografia 1819-1886
Memoria autobiografica di un avvocato, figlio di un Commissario di Guerra nelle Calabrie e discendente della nobile famiglia toscana de’ Pucci, cresciuto coltivando l’amore per lo studio di materie classiche e dei più grandi filosofi. In seguito al trasferimento del padre nelle terre campane, vive nell’ambiente di letterati partenopei, dove inizia la sua brillante carriera, che lo porterà a cambiare varie sedi, fino a ricoprire i più alti ranghi della magistratura. Racconta il ‘48 a Napoli, dalla felicità per la concessione della prima Costituzione, alla delusione per il voltafaccia e la repressione attuata dal re Ferdinando II: governò ferocemente e illegalmente, perché, senza abolire lo Statuto, calpestò lo Statuto, e con regime assoluto permise tanti processi politici, istruiti e giudicati dalle Corti Criminali, con criteri parziali, ed anche feroci. In quel periodo conosce la futura moglie e lo scrivere, da allora, allevia i momenti di solitudine e sconforto, per colpa di un matrimonio infelice, sopportato grazie al lavoro e all’amore, non privo di preoccupazioni, per i figli. Sopravvive all’epidemia di colera che colpisce la città nel 1854: in questa occasione fa condannare un avvelenatore delle acque pubbliche, salvando così la vita di migliaia di abitanti. Nel 1860 istruisce un processo verbale dopo un’aggressione da parte di alcuni camorristi nei confronti della Polizia. Dopo un’interruzione forzata di quindici anni dal servizio, viene richiamato in magistratura e nel 1876, in qualità di Pretore al Mercato in Napoli, istituisce il primo grande processo alla Camorra: mi costò un anno intero di lavoro. Si scrissero 35 volumi, ed erano 108 gl’imputati. Promosso alla carica di Procuratore del Re, ne ricava una monografia che contiene tutti i segreti di questo fenomeno criminale, antesignana dell’attuale libro “Gomorra”. Nonostante i successi e le soddisfazioni ottenute dal lavoro vive gli ultimi anni della carriera e della vita con molta malinconia, confortato dalle amate letture e dal pensiero per l’amore verso i figli. Muore nel 1887.
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Antonio Sbirziola    
"Povero onesto e gentiluomo"

memoria 1954-1961
I miei genitori di come mi hanno detto a me nel passato, che loro erano benestante avevano tanta proprieta. Durante la guerra del 1945, vicino dove Papa aveva il casegiato gli Americane hanno messo la polveriera, una notte e scopiata e tutto e antata in aria. Ecosi e incomingiato la poverta nella nostra casa. L’improvvisa condizione della famiglia costringe un dodicenne dell’entroterra siciliano a lasciare la scuola per iniziare a lavorare e dare una mano ai genitori: ho trovato di fare l’apprendistato del fabbro ferraio, e dare con la mazza di 5 kl sulla incudine. Per quattro anni non mi a pagato una lira. Pero io sono contento che o preso un mestiere. All’età di sedici anni, dopo un esame in provincia, prende la qualifica di saldatore elettrico, e nel 1958, grazie all’aiuto di uno zio si trasferisce a Genova per lavorare prima nel cantiere navale dell’Ansaldo e poi in fonderia. La vita da emigrante è dura, la città non offre molte prospettive e, nel giro di poco tempo, è licenziato e costretto a rientrare in Sicilia: io non volevo tornare che bisognava andare a Zappare la terra. Di nuovo in cantiere a Genova, è preso dallo sconforto per non riuscire a inviare abbastanza soldi alla famiglia. Leggendo un annuncio sul giornale dove si richiede manodopera specializzata in Australia, decide di lasciarsi alle spalle l’Italia per attraversare l’oceano, con il miraggio di una situazione economica migliore sto antanto in Australia e non la conosco neanche nella carta geografica. Durante il viaggio in nave conosce una famiglia che si offre di aiutarlo: la figlia si era innamorata di me: e io la o rifiutato in modo gentile che non ho niente da offrirci per un futuro. Arrivato a Melbourne, viene condotto dall’Ufficio emigrazione in un campo assieme ad altri cinquemila disoccupati provenienti dall’Europa. I primi tempi sono duri, i lavori offerti sono precari, pesanti o poco retribuiti, ma piano piano la vita nel nuovo continente sarà migliore.
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Giulia Scabbia    
"Al limite torno"

diario, 2005-2008
Ed eccomi qui, laureata da due settimane, un lavoro offerto al primo colloquio senza che nemmeno venisse sfogliato il mio curriculum, un appartamento tutto per me che aspetta solo il mio nome sul campanello. E di nuovo sola. Scaricata, mollata, spenta come un interruttore. Il diario di Giulia inizia con uno sfogo che raccoglie le sensazioni di entusiasmo e disillusione di una giovane neolaureata, stretta nell’ambiente che l’ha cresciuta, delusa dal rapporto con l’altro sesso e alla ricerca di un equilibrio, interiore e nella società. Allo stesso tempo è piena di energia, ottimista e fiduciosa nei confronti del prossimo, ama viaggiare, sognare e non vede l’ora di scappare dalla ripetitività delle cose che la circondano: voglio un orizzonte diverso da quello che vedo da questa finestra, ma ho paura di non sapermi sentire a casa in un altro posto. Vorrei poter essere contenta di ciò che ho qui, e che mi sono conquistata a fatica, ma non voglio privarmi dell’opportunità di vedere altro. Nel bagaglio di esperienze, storie sentimentali naufragate, alcune mai nate, raccontate con un piglio d’ironia, rassegnazione e speranza di incontri migliori. La felicità c’è, e forse non si vede, forse bisogna solo saperla cercare, in altre direzioni. Forse trasferirsi in una grande città è la risposta: io vado. Al limite torno. Un nuovo lavoro, una nuova vita, la voglia di ritagliare uno spazio tutto suo in una città di milioni di abitanti, dove ci sono centinaia di cose da fare, vedere, imparare e provare: eppure io non faccio niente di tutto questo. La sua vita si basa sui turni di lavoro, nei giorni liberi sacrifica le ore di sonno alla spesa, al bucato, alle pulizie, non trova il tempo per coltivare amicizie e fatica a mantenere l’impegno con la scrittura del diario. Si rende conto che non è quello il genere di vita di cui ha bisogno e il distacco da casa lascia il passo alla nostalgia degli affetti: la lontananza mi sta dando una chiara visione di cosa mi manca, e soprattutto di quanto poco mi serva.
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Maria Carlotta Schopf    
"Venticinque traslochi"

autobiografia, 1927-2007
Ormai in pensione, dopo il divorzio, e confrontandosi con la malattia psichiatrica del figlio minore, l’autrice dipana il bandolo di una vita intensa, peregrinante in una miriade di località diverse: la mia vita è stata lasciare luoghi cari ed amici per trasferirmi altrove e ritrovare nuove cerchie di amici. Distacchi e nuovi inizi.
Appunti che partono da un’infanzia trascorsa in Veneto e in varie città italiane, per seguire il lavoro del padre, addetto alle grandi costruzioni nel campo dell’edilizia, nel periodo fascista: continuo ad avere l’impressione che la vita diventi sempre più difficile e più pericolosa, tanto tanto insicura e senza spiragli per il nostro futuro. Dal 1944, scampata alla tragedia della guerra e dei bombardamenti, la famiglia emigra in Svizzera, paese d’origine, dove abita una zia e dove Lotti termina gli studi. A cavallo di questi anni è impegnata all’interno della Comunità evangelica valdese. Dopo periodi lavorativi trascorsi tra Inghilterra, Svezia e Basilea, racconta i primi anni di sposa in Sicilia, accanto a un marito impegnato in politica e poco presente nella cura della casa e nella crescita dei due figli: non ho colto i segnali, i sintomi del distacco che veniva creandosi tra di noi. Ero aggrappata alle mie piccole e grandi certezze. Poi la grande delusione. Negli anni lui spesso usava tacere, ignorare i miei tentativi di dialogare, come se non mi sentisse.
Nel 2000 torna in Svizzera, nel Canton Ticino, dove stende il bilancio di una vita fatta di continui spostamenti e altrettanti tentativi di mettere radici e dove decide di vivere alla giornata, cercando di godere delle piccole cose del quotidiano: vedo che l’occhio del vecchio, come quello dell’infanzia, guarda con serenità e disinvoltura, lungi da fretta e stress, che troppo a lungo hanno caratterizzato i nostri giorni, come un caos che abbiamo dovuto attraversare nostro malgrado.
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premi speciali


Premio speciale “Giuseppe Bartolomei”
attribuito dalla Commissione di Lettura a

Anita Borgazzi Assirelli e Ugo Redanò
Il soffio ardente della passione
nata a Buenos Aires nel 1899, morta a Roma nel 1972
nato a Palermo nel 1893, morto a Roma nel 1964
epistolario 1906-1962

Aperto dalle lettere che le inviano i genitori, l’epistolario tra Anita e Ugo testimonia quarant’anni di un legame affettivo che non conosce incertezze. Lui, docente di filosofia alla Sapienza di Roma e bibliotecario della Camera dei Deputati, è spesso lontano per conferenze e convegni; lei, di salute più fragile, non lo segue fisicamente ma intreccia con il coniuge una insolita quanto intensa liason epistolare: “Mio Ugo, sono finalmente con la tua lunghissima che ha portato nel mio romitaggio il soffio ardente della passione”. In un susseguirsi di impegni lavorativi, di interesse per i figli, la moglie e gli amici, lui intraprende un originale tour attraverso l’Italia e l’Europa. Le lettere delineano lo spaccato di vita di una famiglia che, fino all’inizio degli anni Sessanta, è l’espressione forte di sentimenti non scalfiti dal tempo.


Premio ex aequo per il miglior manoscritto originale
attribuito dall'Archivio Diaristico a

Anita Borgazzi Assirelli e Ugo Redanò
Il soffio ardente della passione
[donazione di Vera Redanò]


Autori Vari
Legami di famiglia
epistolario 1919-2001
Lettere, diari, carte personali, documenti e numerose cartoline postali illustrate coprono un secolo di storia che intreccia le generazioni a partire dall’inizio del Novecento, quando due giovani siciliani emigrati in America, tornano in Italia dopo la nascita del secondo figlio. Un mondo raccolto intorno alla numerosa famiglia, trasferita a Roma, legata da affetti profondi e da valori che le vicissitudini della vita non intaccano.
[donazione di Silvia Cristaldi]








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con la collaborazione di
Amministrazione Comunale di Pieve Santo Stefano
Comunità Montana Valtiberina Toscana




ULTIMO AGGIORNAMENTO
17 settembre 2009 ore 15,00
www.archiviodiari.it/premiopieve2009.html
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