Premio Pieve - Banca Toscana
ventiduesima edizione

 programma della manifestazione
15-17 settembre 2006



il logo della manifestazione 2006

l'alfabeto di Pieve, un'idea di Gian Enrico Barbagli




mercoledì 13 settembre ore 12,00
conferenza stampa
Roma - Libreria Bibli in Trastevere
Via dei Fienaroli 28

intervengono

Lamberto Palazzeschi
Sindaco del Comune di Pieve Santo Stefano
Presidente dell'Archivio diaristico

Aldighiero Fini
Presidente della Banca Toscana

Saverio Tutino
Direttore culturale dell'Archivio diaristico

Camillo Brezzi
Direttore scientifico dell'Archivio diaristico

Onorevole Nicola Tranfaglia
Giuria nazionale del Premio Pieve

Natalia Cangi
Presidente della Commissione di lettura

Ascanio Celestini
Premio Città del diario 2006




da venerdì 15 settembre ore 18,00
il tesoro dell'archivio
Palazzo Pretorio, Sala Consiliare

il diario di hey sug jang

Esposizione dei manoscritti più preziosi inviati nel 2006

Augusto Albertini ed Egle
Sandro Andreassi
Caterina Arvat
Claudia Barsanti
Claudia a Mario Barsanti, Anna Tabanelli
Bruno Bonifacio
Osvaldo Bonini
Giulia Capuani e Valentino Fabbri
Paolo Capecchi
Emma Di Raimo
Hey Sug Jang
Alois Kubalerover
Giorgio Lamastra
Giuseppe Mainieri
Padre Domenico Ranieri
Luigi Carlo Saggiani
Ada Vita




venerdì 15 settembre ore 18,30
lèggere il novecento
Teatro Comunale

Presentazione delle pubblicazioni 2006
curate dall'Archivio diaristico


Maria Buonavista
E' tribulêri
Edizioni Il Vicolo

Gino Montemezzani
Come stai compagno Mao?
Edizioni LiberEtà

Daniele e Rita Montanari
Cara sorella, caro fratello
Edizioni Terre di Mezzo

interventi di
Renata Bagatin, Pietro Clemente,
Beppe Del Colle, Miriam Giovanzana, Marisa Zattini

coordina Daniela Brighigni




venerdì 15 settembre ore 20,30
pause leggère
Logge del Grano

Buffet
a cura di Francesca Senesi

in collaborazione con
il Circolo Arci Bororo
di Pieve Santo Stefano

esibizione di bandiera
del Nobile Ordine dei Cavalieri della
Contessa Matilde di Piersimoncione da Montedoglio




venerdì 15 settembre ore 21,30
lèggere l'oriente
Teatro Comunale

presentazione delle pubblicazioni 2006
curate dall'Archivio diaristico


raffaele favero in un'immagine del 1983       Raffaele Favero
Rafiullah
Via da Milano fra i mujahiddin
Edizioni Terre di Mezzo

testo vincitore del Premio Pieve - Banca Toscana 2005


interventi di
Antonio Gibelli e Patrizia Favero

coordina Camillo Brezzi

proiezione del documentario
girato da Raffaele Favero in Afghanistan nel 1983


l'Agenzia per il Turismo di Arezzo
assegna un riconoscimento
nell'ambito del Progetto
Benvenuta in Toscana




sabato 16 settembre ore 11,00
il teatro della memoria
Teatro Comunale

un momento dello spettacolo       La melonaia
spettacolo teatrale tratto dal
Lenzuolo di Clelia Marchi
di e con Franco Collimato

Di notte, come in trance, Clelia si libera dei suoi ricordi che parlano un fantasioso idioma italico/mantovano, utilizzando cartoncini trovati nei cassetti di casa, ma quella notte in cui i fogli finiscono, Clelia apre il baule dove ci sono i vestiti belli, il corredo raccolto pazientemente per tutta una vita. "La Melonaia", insomma, è la storia di una donna qualunque, una storia struggente, una storia di grande dignità contadina, una grande storia d'amore.
Franco Collimato




sabato 16 settembre ore 12,00
omaggio a clelia marchi
Sala della Filarmonica

una piega del lenzuolo di clelia marchi       La stanza del Lenzuolo

allestimento dedicato a Clelia Marchi
a cura di
Antiche Prigioni
Una notte non avevo più carta. La mia maestra Angiolina Martini mi aveva spiegato che i Truschi avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Ho pensato se l'hanno fatto loro lo posso fare anch'io. Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere.
Clelia Marchi




sabato 16 settembre ore 15,00
leggere e scrivere diari
Tempietto del Colledestro

Incontro fra la Commissione di lettura
e i finalisti del Premio

saranno presenti i finalisti
Maria Assunta Bellucci
Paola Oliva Bertelli
Corrado Fabbri per Giulia Capuani e Valentino Fabbri
Aurelio Cupelli
Sonia Di Nardo
Diego Donadoni con Athe Gracci
Giuseppe Mainieri con Ginetta Fino
Francesca Pennacchi
Antonio Sbirziola
Ada Vita


Consegna dei premi speciali

Premio speciale della commissione di lettura Giuseppe Bartolomei
ad Annamaria Albertini per le
Lettere d'amore di un tempo lontano
di Egle e Augusto

e a Paolo Saggiani per
Witta e avventure della mia Militare Dicsiplina
di Carlo Luigi Saggiani

Premio per il miglior manoscritto originale
a Hey Sug Jang

presenta
Cristiana Cipriani

coordina
Loretta Veri




sabato 16 settembre ore 16,30
merenda sul prato
Colledestro

a cura di Grazia Cappelletti
con il Ristorante Il Moro

il coro altotiberino le ragazze del gruppo di danza libellula

con la partecipazione
del Coro Altotiberino Folk Melody
e del Gruppo di danza Libellula




sabato 16 settembre ore 18,00
riunione della giuria nazionale
Palazzo Comunale

Riunione della Giuria nazionale
per la designazione del vincitore del
XXII Premio Pieve – Banca Toscana

la giuria
Guido Barbieri
Camillo Brezzi
Natalia Cangi
Pietro Clemente
Beppe Del Colle
Vittorio Dini
Piero Gelli
Antonio Gibelli
Roberta Marchetti
Silvia Melloni
Maria Rita Parsi
Nicola Tranfaglia
Saverio Tutino




sabato 16 settembre ore 21,30
il teatro della memoria
Teatro Comunale

ascanio celestini (foto di maila iacovelli)       La pecora nera
Elogio funebre del manicomio elettrico
uno spettacolo sull'istituzione manicomiale
di e con Ascanio Celestini

produzione
Teatro Stabile dell'Umbria e Fabbrica
Raccolgo memorie di chi ha conosciuto il manicomio un po' come facevano i geografi del passato. Questi antichi scienziati chiedevano ai marinai di raccontargli com'era fatta un'isola, chiedevano a un commerciante di spezie o di tappeti com'era una strada verso l'Oriente o attraverso l'Africa. Dai racconti che ascoltavano cercavano di disegnare delle carte geografiche. Ne venivano fuori carte che spesso erano inesatte, ma erano anche piene dello sguardo di chi i luoghi li aveva conosciuti attraversandoli. Così io ascolto le storie di chi ha viaggiato attraverso il manicomio non per costruire una storia oggettiva, ma per restituire la freschezza del racconto e l'imprecisione dello sguardo soggettivo, la meraviglia dell'immaginazione e la concretezza delle paure che accompagnano un viaggio.
Ascanio Celestini




domenica 17 settembre ore 10,00
leggere e scrivere diari
Piazzetta delle Oche

La Commissione di lettura
incontra i diaristi scelti per la Lista d'onore


Valdimar Andrade Silva
scelto da Antonella Brandizzi

Anna Maria Caredio
scelta da Natalia Cangi

Federica Checcacci
scelta da Bettina Piccinelli

Luciano Corradini
scelto da Ivana Del Siena

Marlies Klein Stern
scelta da Luisa Oelker

Eva Mariovitz
scelta da Carlo Marino Buttazzo

Rita Montanari, Emanuele Scabbia
scelti da Valeria Landucci

Enno Mucchiutti
scelto da Adriana Gigli

Piero Quercetti
scelto da Patrizia Dindelli

Maddalena Sannino
scelta da Daniela Brighigni

Antonio Specchio
scelto da Silvia Bragagni

Mara Polverini
scelta da Gabriella Giannini

Silvia Zetto
scelta da Enrico Giovanelli


ospite d'onore
Walter Veltroni

coordinano
Natalia Cangi e Andrea Franceschetti

interventi musicali della
Sit-com Band

letture di
Grazia Cappelletti
e Stefano Silvestri




il pranzo folcloristico 2005     domenica 17 settembre ore 13,00
pranzo folcloristico

Asilo Umberto I°
a cura del cuoco
Alessio Cipriani




domenica 17 settembre ore 16,00
memorie in piazza
Piazza Plinio Pellegrini


dieci persone raccontano
Guido Barbieri e Lisa Ginzburg
incontrano i finalisti 2006


manifestazione conclusiva del XXII
Premio Pieve – Banca Toscana

interventi musicali di
Duckstep Trio

ospite d'onore
Ascanio Celestini
che riceverà da Saverio Tutino il premio
Città del diario 2006
per il suo lavoro sulla memoria


la manifestazione sarà trasmessa
da Radiotre

al termine della manifestazione
cerimonia di Gemellaggio
fra il Comune di Pieve Santo Stefano e
il Comune de La Roca del Vallès (Catalogna)



durante il mese di agosto i finalisti 2006 saranno intervistati da Guido Barbieri per Radiotre


tutti gli appuntamenti del programma sono a ingresso libero


durante il programma del Premio Pieve sarà allestita la Libreria dei diari, con i libri pubblicati dal 1985 ad oggi,
la rivista Primapersona e i gadget dell'Archivio.





dieci persone raccontano




Maria Assunta Bellucci    
"Giorni senza lui"

diario, 1978-1984
All'età di quindici anni Mari, che vive in un piccolo paese di montagna della Valtiberina toscana, scrive il diario, giorno dopo giorno. Dalla finestra della sua camera vede la neve alta due metri, la piazza del paese, il bar, le stagioni che passano e cambiano i colori di una natura viva. Il microcosmo di provincia nel quale vive è fatto di parenti e amici, scuola, cotte adolescenziali, desiderio di fuga. Tutto ha l'apparenza della normalità.
In questo quaderno dove scorre il mio tempo, Mari scrive con sincerità disarmante tutto quello che le accade, che desidera, che ha. Ama X, che ha 15 anni più di lei e che è accolto in casa sua. Lo ama segretamente, di nascosto dai suoi, all'inizio fantasticando su di lui, fino a che la relazione non diventa seria per entrambi. Lei desidera un figlio da lui e spera di poterlo avere, per crescerlo anche da sola. In continuo conflitto tra la sua forte fede in Dio, il desiderio di morire e la sua passione per X, Mari si descrive e si analizza nelle pagine dei suoi quaderni, per sei lunghi anni, fino a quando si convince che l'amore per X è davvero finito. E la scrittura diventa un balsamo per le sue sofferenze.
Il fatto di essere un'handicappata mi blocca! Questo non perché il mio stato mi pesi eccessivamente; sono ormai arrivata ad un momento di completa accettazione della mia situazione, consapevole che, pur con delle carenze e dei limiti, non ho nulla da invidiare agli altri, perché ho un cuore ed un cervello come tutti. In fondo poi siamo tutti l'uno diverso dall'altro! Ma questo fatto mi blocca proprio a causa di una concezione sociale sugli handicappati: in fondo la parola stessa “handicappato” ti classifica per il senso comune in un certo modo e fa sì che la denominazione di handicappato fisico, non venga mai scissa completamente da quella di handicappato mentale, o ritardato mentale, o persona stupida e semplice.
leggi l'inizio del testo



Paola Oliva Bertelli    
"Praga, radio clandestina"

autobiografia, 1932-2004
In una Roma dichiarata “città aperta” ma di fatto esposta ai bombardamenti, si apre l'autobiografia di Paola Oliva, che, fin da giovanissima, conosce la necessità di sopravvivere alla fame e il desiderio di manifestare la propria avversione al regime fascista. A 15 anni si iscrive al Partito Comunista Italiano. Da quel momento ricorda le lotte intraprese nelle fila del PCI, i momenti di tensione dopo l'attentato a Togliatti, fino alle elezioni amministrative del 1952, quando partecipa a cortei e manifestazioni di protesta e di appoggio al partito. Si sposa con un giovane esponente repubblicano, poi convertito al PCI. I vertici del partito li propongono entrambi per un lavoro a Praga: noi sapevamo che avremmo lavorato per la radio clandestina del PCI, ospitata gratuitamente dalla Cecoslovacchia, come solidarietà dell'internazionalismo socialista. Il loro è un espatrio clandestino e vengono nascosti da una nuova identità, l'impegno è totalizzante e deve servire ad accelerare il processo democratico in Italia, cercando di diffondere un'informazione alternativa, che parla di lotte di operai e contadini, e delle notizie che non si trasmettono alla radio nazionale. La situazione è però diversa da quella che loro credono di conoscere. In occasione del XX Congresso del Partito Comunista Sovietico vengono sospesi, con l'accusa di aver seminato allarmismo, e trasferiti a Bucarest, in un'emittente governativa romena di lingua italiana. È appena finita la rivoluzione in Ungheria e cominciano a chiedersi cos'altro può succedere: poteva essere quello il socialismo? Espulsi anche dalla Romania per attività antigovernativa, e dopo la rottura dei rapporti tra i due partiti, senza capire le dinamiche di molte decisioni, vengono di nuovo destinati a Praga. Nel 1960, dopo otto anni di spostamenti, incontri con i vertici, missioni clandestine, Paola ritorna in Italia con un nuovo compagno e, a Bologna, lavora per la Provincia. Riprende gli studi universitari, si trasferisce a Roma, esce dalla politica attiva e si dedica a molte attività sociali e accademiche.
leggi l'inizio del testo



Giulia Capuani e Valentino Fabbri    
"235 giorni di carcere"

epistolario-diario, 1945
Appunti di diario, lettere e biglietti ripercorrono i mesi trascorsi in carcere da Valentino, impiegato dell'Ilva di Lovere, segretario politico del fascio, rinchiuso prima a San Vittore e poi a Bergamo dopo che, licenziato dalla fabbrica per i suoi precedenti politici nell'aprile del 1945, viene riconosciuto per strada da un passante che lo denuncia alla polizia. Gli scritti sono indirizzati alla moglie Giulia, incinta del quinto figlio. Alla cronaca quotidiana delle lunghe e dure giornate passate nella cella si alternano messaggi che cercano di tranquillizzarla: l'appetito è formidabile, il morale alto, la rassegnazione sicura, la speranza vicina. Soffre la fame, è spesso a contatto con infezioni e malattie, sono poche le ore di svago, all'aria aperta, e i pensieri sono costantemente rivolti alla numerosa famiglia alla mia casa vicina e irraggiungibile, ai miei libri abbandonati a causa della passione politica, alla miserrima situazione attuale della patria: vinta, straziata, invasa, oppressa, divisa. Le risposte della moglie sono generose nei particolari che descrivono le giornate dei figli, anche se non mancano considerazioni amare sulle difficoltà di mandare avanti la casa con i pochi spiccioli che ha a disposizione. Su tutto però domina la preoccupazione per il coniuge rinchiuso, privato della gioia dell'ultima nascita. In settembre Valentino incontra Giulia con i figli e, in occasione di quei pochi minuti concessi agli affetti della famiglia, aumenta il dolore per la lontananza. La sua forza d'animo gli permette però di sopportare ancora pene, privazioni e tormenti materiali e morali: li abbracciai, poverini, col volto male sorridente e il cuore in lagrime, chè gioia e pena cozzavano tra loro stordendomi e impedendomi di pronunciare parole adatte.
Ogni giorno scorre in attesa della scarcerazione, tra ansia, amarezza e sfiducia. Solo nel dicembre del 1945, dopo otto mesi, l'incubo finisce e Valentino viene liberato in seguito all'accertamento da parte dei giudici che non ha commesso alcun atto illecito.
leggi l'inizio del testo



Aurelio Cupelli    
"Trenaretino"

diario, 2005
Con la bicicletta della sua ex moglie, uno zaino e la macchina fotografica, un giovane, che è nato nelle Marche ma vive in Toscana, affronta un viaggio di due giorni nel luglio 2005, spostandosi di pochi chilometri con i vecchi trenini locali coperti di graffiti della ferrovia del Casentino e della Val di Chiana, in provincia di Arezzo. Piccole tappe a ritmo lento che servono per guardare fuori e dentro di sé. Mi cattura l'attenzione e il sorriso il disegno del grafito sul fronte del treno. Due uomini, nudi, che si coprono gli occhi con le mani. Come se avessero paura della velocità del treno.
Il minuzioso racconto del viaggio, ora per ora, è costellato dalle immagini degli scatti fotografici, più di 300, catturati dal finestrino del treno o raccolti nelle tappe programmate delle brevi soste nel percorso: Bibbiena, Poppi, Stia, Monte San Savino, Lucignano.
Sul racconto del viaggio si aprono, improvvisi, squarci di confidenze e riflessioni intime: il dolore ancora forte per il matrimonio fallito, il pensiero costante rivolto alla figlia molto amata, la fatica di accudire il padre malato, i sogni infranti di un lavoro agricolo mai pienamente realizzato.
Avvicinandosi ai quarant'anni, si acquista la consapevolezza, nel bene e nel male, del mondo che abbiamo intorno. E si è anche piuttosto consapevoli delle nostre capacità, ampie o limitate che siano, e più che altro di riflesso, delle nostre volontà. Così ci è meno facile innamorarsi, anzi, ci fa paura perché ne abbiamo scoperto col tempo, l'altra faccia, il dolore che si prova quando viene meno.
Campi di girasoli, stazioni semi deserte, passaggi a livello, antichi locomotori abbandonati sui binari, balconi con i gerani, il vecchio treno che sta per essere sostituito con uno nuovissimo, bianco con le strisce azzurre. Dettagli, colori, sensazioni apparentemente lievi, cronaca e pensieri di un magnifico viaggio.
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Sonia Di Nardo    
"Il limone negli occhi"

autobiografia, 1970-2000
Una madre fragile e sottomessa, quattro figli piccoli nati a distanza di un anno l'uno dall'altro, un padre violento e alcolizzato. Nel quadro di una famiglia toscana degli anni Settanta, Sonia è la seconda nata, una bimba felice e spensierata, che salta con l'elastico nel sole del giardino, gioca con i fratelli, ama la nonna Bice e la sua mamma, ma teme il padre per i suoi scatti violenti e improvvisi, per le sue stranezze: ci strizzava il limone negli occhi. Diceva che era un metodo efficace per schiarirli e disinfettarli.
Quando lei ha otto anni la madre si ammala di tumore e, mentre scivola lentamente verso la morte, la vita di Sonia sprofonda in un abisso. È difficile, per me, dare un senso a ciò che è successo quella notte ed altre mille, capire cosa abbia spinto mio padre a togliermi in un attimo, la vita che pochi anni prima mi aveva donato lui stesso.
Sotto le minacce del padre Sonia non ha il coraggio di parlare di quello che le accade e anche quando tenta di farlo, nessuno fra gli adulti che incontra riuscirà a proteggerla e a difenderla. A diciotto anni proclama la sua libertà e si salva da sé. Una vita autonoma in una città diversa, un appartamento tutto suo, i tanti lavori per mantenersi, le daranno un po' di sicurezza. Ma il trauma dell'infanzia non sarà mai superato. La sfortuna mette nella sua strada un uomo prepotente e violento che la tormenta, dal quale sarà difficile liberarsi.
Solo quando incontra Marco - era la prima volta che qualcuno mi voleva bene sul serio - comincerà a pensare di formare una famiglia sua e riuscirà a prendere distanza dal passato. Nasceranno due figli e lei sarà una madre affettuosa e presente. Ma non potrà mai perdonare: da quando anch'io sono diventata madre tutto mi è stato più chiaro: approfittarsi di un bambino indifeso è da vigliacchi. Per questo, dopo tanto silenzio, vuole urlare il suo dolore.
leggi l'inizio del testo



Diego Donadoni    
"Fuori dalle regole"

autobiografia, 1970-2004
Dalla Cella 36 del carcere Don Bosco di Pisa, Diego ripercorre le tappe che lo hanno portato a condurre una vita fuori dalle regole. Nato in provincia di Bergamo, trascorre l'infanzia serena, in una famiglia tranquilla e protettiva. A causa di un carattere chiuso e sensibile arriva all'età dell'adolescenza pieno di insicurezze, con un forte senso d'inferiorità nei confronti di coetanei e amici, che cerca di colmare iniziando a trasgredire. Tralascia la scuola, inizia a consumare alcool e sostanze stupefacenti, dagli spinelli all'eroina: la mentalità che avevo acquisito con gli anni di sballo era da delinquente. Con l'aiuto della famiglia entra in comunità, da dove esce dopo poco tempo. Prova da solo a ricominciare senza la droga, stavolta aiutato dalla compagna, accanto alla quale cerca di condurre una vita normale, senza riuscirci. Comincia di nuovo a bucarsi e per procurarsi la droga commette molti reati, dai tentativi di furto, alle risse, fino allo spaccio: per questi fatti mi vergogno, ma prima ne ero contento perché per l'immagine che davo di me in queste situazioni le persone mi portavano rispetto. A ventuno anni la prima esperienza di carcere, con l'alternanza di mesi fuori e dentro, tra processi e denunce. Molti espedienti illeciti per procurarsi le dosi da iniettare. Bevevo e mi drogavo molto, facevo sesso per soldi e mi mancava tremendamente una donna da amare ed essere ricambiato. Di nuovo rinchiuso tra le sbarre rimane sconvolto dal suicidio di un compagno detenuto, che lo porta a emulare lo stesso gesto. Salvato in extremis e dopo un mese di ricovero presso il reparto psichiatrico capisce che deve ricominciare una vita diversa per ritrovare la propria dignità. Si riavvicina alla famiglia e incontra una nuova compagna. Impara così ad affrontare la vita nel modo giusto e si mette a scrivere la sua storia, spinto da un'assistente carceraria che gli diventa amica.
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Giuseppe Mainieri    
"Viva la rivoluzione"

epistolario, 1975-1976
Nel 1975 Giuseppe, detto Pino, svolge il servizio militare a Messina, da dove scrive lettere e poesie alla sua ragazza che vive a Bologna. Oltre a dichiararle il suo amore, racconta le azioni di pattuglia, i turni massacranti, i picchetti e le attività della vita militare. Impegnato politicamente, sostiene le iniziative della sinistra extraparlamentare: non la riforma dall'alto, ma lotta dalla base, la base è quella che subisce e attraverso l'unità tra i compagni e la massa si può riuscire a combattere e ottenere le giuste rivendicazioni che si fanno. La fitta corrispondenza alterna pagine dense di parole d'amore e nostalgia per la lontananza dall'amata Ginetta, a sfoghi di rabbia contro le ingiustizie sociali, a riflessioni sulla realtà politica del tempo:
Tutti i mezzi sono buoni per colpire la borghesia, gli americani rei di andare per il mondo a calpestare i popoli.
Pinochet, Franco, Kissinger, Isabellita e tutti gli altri, carogne, state attenti il popolo si armerà e sarà subito Cambogia, Vietnam.
Viva la lotta di classe armata.
Viva il proletariato.
Viva la rivoluzione.
Quanto è duro stare lontani quanta rabbia si accumula nel cuore
.
Per sempre nel cuore
metà rosso, metà amore.
Nel rosso, l'impegno, la lotta, la forza.
Nell'amore la gioia di andare, di imparare, di conquistare.
È strenuamente convinto che 
Vivere non significa sognare e sperare. Vivere significa capire e lottare
Attivista determinato, continua nella caserma Zuccarello l'attività di sensibilizzazione per una lotta che parta dal basso, appoggiando forme di protesta che sono in contrasto con i regolamenti del codice militare. Dopo aver organizzato uno sciopero del rancio, viene denunciato, processato e condannato a sei mesi di pena: la repressione qui si fa sentire parecchio e io la sto subendo.
Dopo un ricovero per un pneumotorace trascorre la convalescenza a Rossano Calabro, da dove scrive le ultime lettere.
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Francesca Pennacchi    
"Casa in Africa"

memoria, 1937-1942
Un viaggio in treno verso una grande nave: da Livorno la piccola Francesca si imbarca per l'Africa, con la madre e la sorella, per ricongiungersi finalmente con il padre. Siamo nel 1937 e Addis Abeba è colonia italiana, anche se non è la terra promessa che molti sognavano. È una realtà nuova e misteriosa agli occhi di una bambina di otto anni: un vasto paese con poche case e molte capanne sparse per le colline. Il primo impatto è di smarrimento e desolazione, soprattutto alla vista di tanta povertà. A scuola Francesca non va volentieri, perché è costretta a indossare la divisa coloniale che il padre, contrario al fascismo, si rifiuta di comprare. Poco a poco si ambienta e comincia a scoprire i colori e a subire il fascino di questa terra: comincia a piacermi l'Africa. Sento intorno a me palpitare la vita, una vita primitiva, che si vive giorno per giorno senza aspettarsi niente di più di quello che ci offre generosamente.
Nel giugno del 1940, con la guerra, anche in Africa la situazione cambia. Il padre è costretto a partire per Massaua, mentre Francesca, la madre e la sorella, si ritrovano sole, costrette a lavorare tra problemi e incertezze, senza notizie del genitore. La guerra continua, le truppe britanniche conquistano la città, bombardandola e lasciandola in mano agli Sciftà, i partigiani abissini, temuti per le crudeltà che infliggono alla popolazione. Le tre, stanche e affrante, si rifugiano in una zona di sicurezza, sorvegliate dal Comando inglese che in seguito porta le famiglie italiane nei campi di concentramento, fra l'Etiopia e la Somalia. Qui la vita è più tranquilla e sicura, ma in poco tempo scoppia un'epidemia che uccide molti bambini. Gli inglesi decidono allora che è meglio rimpatriare i prigionieri. A Napoli sono accolti dal Re in persona, dopo 45 giorni di navigazione: ho aspettato tanto il giorno in cui sarei ritornata in Italia, forse svegliandomi domani mi sembrerà di non essere mai partita e tutto tornerà come un tempo, quello che ho sempre mantenuto nel mio cuore.
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Antonio Sbirziola    
"Non c'è felicità in Australia"

memoria, 1977-1984
Australia 1977: Antonio, siciliano, dipendente delle ferrovie del New South Wales, e Rosa, operaia, conducono una vita serena da emigranti accanto a due figli piccoli. Abitano in una casa piccola ma dignitosa. Dopo anni di sacrifici, il miglioramento delle finanze famigliari spinge il capofamiglia a desiderare di venderla per costruirne una più grande. Questo diventa da allora il sogno della sua vita: Una casa grante a due piani, con qualcosa elegante fuore e dentro la casa. Lei è titubante, ha paura di fare un passo più grande delle loro possibilità, i soldi non sono mai abbastanza e si accontenta di quello che ha. Dopo mesi passati tra progetti, calcoli e intoppi burocratici, riescono a trovare una soluzione comprando un terreno dove poter costruire una grande casa adatta alle loro esigenze. E se me la costruisco io, risparmio tanto. Incomincio a scrivere tutto quello cheo bisogno perla costruzione, quanto mattoni ci vogliono, quanto cemento checi vuole, la sabia.
Nel 1979 nasce il terzo figlio e inizia un periodo di gravi difficoltà perché il piccolo Marcello soffre di una malformazione cardiaca che lo costringe a continui ricoveri e operazioni. La madre si ammala di una grave forma di depressione che le impedisce di seguire i figli e i lavori di casa e il mondo per Antonio si capovolge. È costretto a dividersi tra i turni di lavoro, i figli da crescere, gli ospedali e la costruzione ormai avviata della nuova casa, che accresce le sue preoccupazioni. I soldi e il tempo non bastano mai, sulle sue spalle gravano tutte le responsabilità: Nella mia casa nonce felicità. Le speranze di guarigione per il figlio svaniscono di giorno in giorno, fino a che il piccolo non sopravvive all'ennesimo intervento. Antonio non perde la fede in Dio, cerca di reagire, e conclude le sue memorie dicendo che la vita continua che qua non può fermarsi che abiamo unaltre due figli che cidiamo l'amore quello che non possiamo darle a Marcello nel futuro.
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Ada Vita    
"Il mio segreto diario di guerra"

diario-epistolario, 1942-1945
Ada ha diciotto anni quando si mette a scrivere i suoi appunti di guerra in un librettino che misura sei centimetri per dieci. I diari diventano tre e rimangono segreti a lungo: li tenevo sempre nascosti sotto l'ascella, avvolti in un sacchetto di plastica affinché non mi venissero scoperti.
Dal 9 novembre 1942 per due anni i libercoli ospitano appunti sintetici che descrivono sia quello che accade a Bolzano, dove la famiglia vive unita, sia le operazioni di guerra sugli altri fronti, notizie spesso riferite e inesatte. Quasi ogni giorno trascorre con la paura dei bombardamenti, e a questa si aggiungono le difficoltà per la ricerca del cibo e per gli spostamenti: sabato notte la mamma ed io ci siamo alzate alle 3 per andare a prendere la carne… ma che paura!!! C'era il coprifuoco e potevamo essere fermate e arrestate. Abbiamo fatto 4 volte la fila, fino alle 7. Le notizie, che prima riportavano vittorie, si fanno sempre più incerte. A Milano è stato proprio uno sfacelo. Bisogna ringraziare Iddio che papà ed Ezia siano tornati quella stessa notte. È da giovedì che non arrivano più i giornali.
Alla fine del 1943 la famiglia si divide. La madre e la sorella sono sfollate a Cittadella di Viarago in provincia di Trento, lei e il padre rimangono a Bolzano, dove gli argomenti e i pericoli si ripetono. Le lettere sono l'unico legame fra loro, le vie di comunicazione sono impraticabili. Non venite più col treno, è troppo pericoloso, se potete venite in bici, se ce la fate, oppure con un camion, altrimenti scrivete spesso, capite bene, non fateci stare in pena.
L'ultima parte è affidata alla ricostruzione dei mesi successivi al maggio del 1945, quando lo smarrimento e l'euforia per la fine del conflitto vedono ricomporsi la famiglia: continuiamo ad abbracciarci, a ridere ed a piangere. Eccoci finalmente riuniti, eccoci finalmente pronti a riprendere la normale vita familiare.
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premi speciali


Premio speciale della Commissione di Lettura “Giuseppe Bartolomei”

Augusto Albertini ed Egle
epistolario 1882
nato a Ripatransone (Ascoli Piceno) nel 1850 e deceduto nel 1897
In nove lettere l'intensa, quanto breve e sfortunata, storia d'amore tra un medico marchigiano ed una giovane nobildonna romagnola: la diversa condizione sociale, lo sparlare paesano, qualche incertezza di lui nel decidersi al matrimonio, concludono un rapporto che l'uomo non dimenticherà, dando il nome dell'amata ad una delle sue figlie.

Carlo Luigi Saggiani    
nato a Volargne di Dolcé (Verona) nel 1835
Witta e avventure della mia Militare Dicsiplina
memoria 1856-1859
Il breve ricordo della vita militare di un vice-caporale del 25° Battaglione della divisione Cacciatori in servizio presso l'esercito asburgico, che partecipa a numerose azioni al confine con la Turchia e in difesa dagli assalti dei soldati montenegrini. Come premio per il suo coraggio, per alcuni mesi è addetto al servizio di guardia dello stesso Imperatore Francesco Giuseppe. La testimonianza si interrompe alla vigilia di un'importante battaglia.'educazione dei figli, le vicende belliche, mai turbano una solida intimità famigliare.



Premio per il miglior manoscritto originale

Hey Sug Jang    
nata a Chung-nam (Corea del Sud) nel 1955
Ali dell'osservatore
diario 2006
Scritto su tessuto con il pennello, in grafia coreana tradizionale, il diario quotidiano di un'artista che vive in Umbria con il marito italiano e descrive la natura della campagna circostante. Il rotolo del diario si chiude con un suo dipinto a olio.







presidente
Lamberto Palazzeschi

vice presidente
Natalia Cangi

direttore culturale
Saverio Tutino

direttore scientifico
Camillo Brezzi

direttrice organizzativa
Loretta Veri

direzione artistica
Natalia Cangi, Andrea Franceschetti, Loretta Veri

direzione tecnica
Laura Mormii, Luigi Burroni, Grazia Cappelletti, Fabrizio Mugelli, Francesca Senesi

ufficio stampa
Nicola Maranesi e Andrea Franceschetti

realizzazione mostra originali
Cristina Cangi

realizzazione mostra sul lenzuolo
Antiche Prigioni

staff
Patrizia Baldini, Silvia Bragagni, Daniela Brighigni, Marco Camaiti, Laura Caterbi, Sara Cipriani, Patrizia Dindelli, Federico Franchi, Luisa Pari, Bettina Piccinelli, Angela Rubechi, Silvia Rubechi

con la collaborazione di
Amministrazione Comunale di Pieve Santo Stefano
Comunità Montana Valtiberina Toscana




sponsor ufficiale
il logo della banca toscana


ULTIMO AGGIORNAMENTO
15 settembre 2006 ore 10,00
www.archiviodiari.it/premiopieve2006.html

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