Kemal Subasciaki
nato a Bengasi (Libia) nel 1936
Saponificio Gazzella
autobiografia 1938-1998
Kemal nasce a Bengasi da padre turco e madre italiana. Un'esistenza segnata dall'odio
razziale e dal fanatismo religioso e politico, dalla corruzione praticata a tutti i livelli,
ma anche dalla speranza e dalla capacità di rinascere dopo ogni sabotaggio, ogni
trasloco forzato, ogni calamità umana e naturale, che si abbatte sul benessere portato
alla famiglia dalle attività impiantate dal padre. Kemal trascorre l’infanzia in Etiopia e
poi in Eritrea, vittima delle persecuzioni verso italiani e stranieri del post-colonialismo e
dopoguerra, nonché dell’invidia per le sue capacità intellettive ed imprenditoriali. Dopo
il nuovo spostamento in Libia, Kemal con caparbietà diventa egli stesso imprenditore,
sfidando arretratezze culturali e politiche. Anni segnati dalla separazione dei genitori e
dalla loro morte, dal voltafaccia del fratello minore, dal tradimento di pseudo-amici e
pseudo-soci, e dalla sua tenacia nel tentare più volte di far decollare la sua impresa. Il
matrimonio con Catherine e la nascita delle due figlie gli danno la convinzione di poter
superare ogni difficoltà, ma un’ulteriore serie di problemi lo costringono ad
abbandonare definitivamente l’Africa per trasferirsi in Scozia.

Un gruppo di donne italiane con i loro figli erano riunite nel cortile esterno del Collegio delle Suore della Santa Nigrizia di Asmara, in attesa che la direttrice prendesse in carica i ragazzi.
Io avevo abbracciato la mamma prima di varcare il cancelletto che immetteva nel campo giochi sul retro dei dormitori e la seguii con gli occhi mentre si dirigeva verso l’uscita con la testa bassa e il fazzoletto fortemente compresso fra bocca e naso per controllare l’emozione.
In quel momento fui pervaso da una profonda tristezza e da un senso doloroso di solitudine, mentre osservavo gli altri ragazzi che si aggrappavano disperatamente alle sottane delle loro madri.
La mamma agitò ancora una volta la mano per salutarmi, prima di sparire oltre il cancello principale e da quel momento l’avrei rivista quattro mesi dopo.
Quando la rividi era dimagrita drammaticamente e i suoi grandi occhi dolci sembravano enormi sul volto emanciato.
- Quando mi abbracciò non pianse, non aveva più lacrime -.
Era accompagnata da mio fratello Yassin, nato ad Addis Abeba e al quale ero molto affezionato.
Eravamo cresciuti insieme e diviso con la famiglia gioie e dolori.
I miei genitori in quei giorni di disagi e di abbandono, dopo l’espulsione dall’Etiopia, erano stati ospitati da amici italiani residenti ad Asmara.
Mio padre anche in quella circostanza, sebbene provato dal trauma dell’espulsione e dal brutale trattamento da parte dei soldati abissini, prese subito contatto con il mondo del lavoro nella speranza di ricostruire un futuro per la famiglia, in attesa di ottenere giustizia per quella sopraffazione da parte del governo etiopico.
Dopo che tutti i ragazzi furono entrati nel campo giochi, riconobbi i fratelli Gualtieri di Addis Abeba, con i quali avevo passato intere giornate a giocare nella loro residenza.
Erano figli di genitori molto ricchi ed erano stati viziati in tutti i modi da un padre che esaltava la loro posizione sociale e la loro sicurezza finanziaria.
Fui contento di aver trovato degli amici e pensai che quel senso di solitudine che avevo nel cuore sarebbe stato lenito dalla loro compagnia.
Stavano giocando con un gruppo di coetanei vociferanti e sarei stato felice anche io di partecipare al giro in pista con le palline colorate, un gioco che non conoscevo.
In uno slancio di contentezza li chiamai per nome e andai loro incontro allegramente.
Il fratello maggiore in quel momento si era inginocchiato per colpire la pallina con un colpetto del pollice, ma quando gli fui vicino, scattò in piedi rabbiosamente e mi diede un pugno nello stomaco che mi fece piegare su me stesso senza fiato, dicendomi con un atteggiamento da duro che non dovevo disturbarlo quando giocava.
Rimasi in ginocchio per un po’ guardato di sottecchi dagli altri ragazzi che avevano assistito alla scena ammutoliti.
Avevo capito che con quel gesto voleva fare intendere ai presenti che loro due fratelli erano dei duri e che tutti dovevano loro rispetto.
Appena fui in grado di stare in piedi, gli saltai addosso e gli diedi dei pugni che lo colpirono sulla faccia per pura coincidenza, ma che ottennero un effetto imprevedibile.
Il più giovane, vedendo il fratello in difficoltà mi prese alle spalle dandomi pugni e calci ai quali reagii alla stessa maniera.
I pugni e i calci dei ragazzini hanno lo stesso effetto dei calci e dei pugni degli adulti.
- E’ solo questione di dimensioni -.
L’immediato intervento delle suore mise fine a quella disputa e dopo le accuse e le scuse per quella scaramuccia, ci fecero fare la pace con una stretta di mano.
Da quel giorno però nessuno fece più il bullo con me impunemente e con i due fratelli non ci furono più né confronti né amicizia.
Pochi giorni dopo quell’episodio, rimpatriarono con la loro famiglia e da allora non ho più saputo nulla di loro.
Leggi le pagine iniziali dei finalisti 2010
Sylvana Baragiola
Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Manilio Tarantini

