Dario Poppi
nato a Faenza (Ravenna) nel 1903, morto nel 1992
Il Ras del Monte Gialo
diario 1941-1945
L'esperienza africana di un ceramista faentino nelle pagine di un diario pittoresco e
avventuroso. Anno 1941, Monte Gialo, Etiopia, Dario è l'intrepido direttore di una
segheria legata all'impero. Scanzonato guaritore di piaghe croniche e fautore di “bombe
autarchiche”, vive la disfatta, la distruzione del tricolore e l'insediamento nel paese
degli inglesi. Nonostante ciò decide di rimanere, anche solo per presidiare la segheria, i
cari macchinari, le preziose lamiere il poco legname rimasto.... Nel 1942 viene portato
dagli inglesi nel campo di concentramento di Mandera in Somalia. Da uomo libero,
ritorna alla vita civile nel mondo del teatro di prosa e del varietà con il nome di Pippo
Doria. Poi, abbandonate le scene, l'impegno nella produzione della ceramica,
incaricato, dal Ministro dell'industria e del commercio dell'Etiopia per conto
dell'imperatore Hailè Selassiè.

Quando si è disoccupati o in galera o confinati o inoperosi, quando insomma non si ha nulla da fare e da pensare, si finisce per dedicarci a qualche arte, pittura, letteratura, poesia, invenzioni da brevettare, secondo le illusioni personali, come se queste cose fossero dei giocherelli, fosse roba che per farla basti avere del tempo da perdere.
Tante volte ho fatta questa considerazione vedendo altri farlo, ma questa mania deve essere proprio nella nostra natura perché anch’io oggi, che su questo monte sono confinato, disoccupato, inoperoso, sento il bisogno di fare qualcosa, e precisamente, scrivere.
A mio parziale discarico c’è il fatto che qui sono il solo bianco completamente isolato fra i neri coi quali apro la bocca solo per dare gli ordini indispensabili.
Non avendo la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con un mio pari, mi viene impellente il desiderio di fare un monologo non all’aria, ma scritto tanto per avere l’impressione che qualcuno possa leggerlo e rispondermi.
E solo così, scrivendo, ho l’impressione di non lasciar spezzare quel tenue filo che ancora mi tiene legato al consorzio umano, al nostro consorzio, alla nostra civiltà, alla nostra vita di europei.
Se fossi uno di questi mussulmani mi adagerei nel fatalismo e passerei il mio tempo sdraiato sulla stuoia a dormicchiare o mugolare per delle ore ininterrottamente una nenia sempre uguale, sempre uguale, intanto che il pensiero naviga, vola, rotola nel mondo della fantasia, dei desideri, delle assurdità; Ma sono un europeo e devo “fare qualcosa”, tanto per fare, perché chissà se porterò fuori le ossa di qui se queste carte non saranno incenerite nel falò in cui sarà trasformato questo cantiere il giorno che a qualche squadra di “scifta” venga la voglia di farlo.
La segheria ed il bosco che fino a poche settimane orsono vibravano del rumore delle macchine e del vociare di boscaioli, ora sono lì fermi, silenziosi, abbandonati.
La guerra in A.O.I. sta volgendo a nostro sfavore. Le truppe dell’Harrar che si erano radunate sull’altro versante di questo monte tra Cunni e Bedessa, sono in disfatta ed abbandonano i depisiti della sussistenza, sanità, armi, tutto il ben di Dio che avevano portato da Harrar.
I battaglioni di ascari vengono sciolti, i nostri soldati per la maggior parte sono finiti prigionieri, alcuni, riusciti a filarsela sono tornati alle loro case ad Harrar, Giggica, Dire Daua e Asba.
Di qui, da Asba Littorio, il presidio militare e carabinieri, si sono già ritirati seguendo il grosso delle truppe; è rimasto solo il Commissario Civile Dott. Franceschino che, con l’aiuto di alcune guardie indigene, tenta di sostenere la situazione e non lasciare il paese in balia dei malintenzionati. La nostra bandiera sventola ancora sul piazzale del Commissariato e sulla piazza di Asba.
Qui in segheria eravamo rimasti in quattro per finire la fornitura di cassette per munizioni someggiate, ordinate dalla Direzione di artiglieria di Dire Daua. Gli altri richiamati compresi i proprietari.
I tre operai che erano quì con me, vedendo ritirarsi le truppe e venendoci praticamente a trovare in balia dei neri, si sono spaventati e han voluto andar via cercando di raggiungere Harrar con mezzi di fortuna; l’isolamento quì non li faceva più ragionare, avevano perduto la testa, e li ho visti non partire ma fuggire, tanto che gli indigeni al vederli esclamavano: Italian taffà (gli italiani scapppano).
Io non mi sono mosso, non ho cambiato modo di trattare coi neri, se ho paura lo so io, ma gli altri non devono averne nemmeno il sospetto, e devo dire che fino ad ora mi è andata bene, tutti mi rispettano come prima, e quando passo cavalcando il muletto per andare ad Asba, tutti quelli che incontro mi fanno come sempre il saluto e sorridendomi: - Denesterlin ghietoc – mi dicono (Dio ti salvi signore).
Leggi le pagine iniziali dei finalisti 2010
Sylvana Baragiola
Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Manilio Tarantini

