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Carlo Hendel
nata a Budapest (Ungheria) nel 1920
Con gli alpini in Russia. Inverno 1942-43
diario-memoria

Un diario, ma non un semplice diario: il diario di uno della gloriosa “Tridentina”. Il sottotenente Hendel, nel 1942, viene inviato in Russia per dare il cambio ai commilitoni dell’Armir. Carlo è uno degli eroi sopravissuti all'inferno bianco, alla fame, alla pazzia..., mesi di vita atroci a pochi passi dal Don. Il 18 gennaio ’43 inizia il vero dramma umano, il ripiegamento e il palesarsi del peggiore dei nemici: il gelo. Il difficile rientro verso sud del “mostruoso millepiedi”, interminabile colonna di anime arrancanti, abbandonate a se stesse, spesso sotto l'attacco dei soldati e dei partigiani russi. Finalmente, nel febbraio ’43, il rientro in Italia.

Carlo Hendel


Il 14-X-42 siamo partiti da Cavalese - Alle ore 20 la piccola stazione rigurgitava di soldati e di amici e parenti. Nella notte la Val di Fiemme è scomparsa alla nostra vista. Siamo oppressi da malinconia. Si canta la nazione.
Il 15 si passa la frontiera del Brennero. Lasciamo l’Italia. Appena in Germania i nostri sguardi si volgono istintivamente a sud dove tutti noi abbiamo qualcuno che ci pensa - Passiamo due, tre, quattro giorni di viaggio più o meno interessanti. Dapprima foreste meravigliose di abeti e cedui alternate a prati verdissimi. Poi campagna monotona. Assistiamo a un tramonto da fiaba. Sulla foresta nera di abeti il cielo pareva bruciasse. In mezzo al lago di brace si allungavano isole di nubi viola; e c’era di mezzo anche un po’ di tristezza che contribuiva a render più bella la natura.
Lungo la linea lavorano prigionieri. Gli alpini gettano sigarette a loro che energicamente se le contendono.
Vienna ci appare graziosissima. I dintorni sono ricchi di boschi. Le villette sorgono sulle colline ricche di vegetazione come se una prodiga manciata le avesse lanciate, dadi colorati, in mezzo al fulvo colore dell’autunno.
Leopoli la passiamo di notte: Lemberg in tedesco, Lwow in polacco (si legge Luou). Una stazione enorme. Delle alte volte di ferro rammentano Milano. E poi un intrico terribile di binari; locomotive in continuo passaggio. Sbuffi enormi di fumo, fischi, doni di luce nella notte nebbiosa. E a proposito di locomotive; a un italiano fa un effetto trovarsi in mezzo a tante locomotive a vapore, ora che in Italia quasi tutte le linee sono elettrificate. Quando passa un treno in queste pianure, prima da lontano si vede una nube di fumo bianco che rotola nel vento in volute bianchissime, poi compare la macchina avvolta completamente in nuvole di vapore. Pare che essa fatichi a correre e che il suo alito affannato si condensi al freddo soffio del Nord.
Abbiamo fatto una fermata senza fine a una piccola stazione. Gli alpini si sono buttati alla campagna in cerca di galline e uova. Alcuni si sono impadroniti di un aratro per insegnare agli Ucraini come si fa ad arare bene.
Naturalmente è sparita una grossa oca al capo stazione. Abbiamo trovato le penne sotto un vagone in mezzo a spruzzi di sangue. Il luogo del delitto. Altre penne volavano per la campagna sul vento. Pescato, il colpevole è stato legato per un paio d’ore a un palo. È stato bello quando il capo stazione è venuto dagli ufficiali a protestare! Buttava giù un fiume di parole incomprensibili e ogni tanto diceva: ganz quà quà facendo con la mano il gesto di suonare una tromba. Poi è venuto uno di noi che parlava il tedesco e abbiamo finalmente capito che ganz quà quà vuol dire oca!
A Kiew altra fermata lunga. Molti ucraini ci ronzano intorno domanda[…] galletta, fiammiferi e madonne (immagini sacre). M’hanno detto che un alpino ha posseduto una ucraina per una galletta. Sono andati in un vagone e hanno compiuto l’atto in fretta in fretta con l’indifferenza di uno che va a comperare un giornale!
Ho scritto a casa che mi mandino una bandiera d’Italia.
Ho dato mezza galletta a una vecchietta (senza però la speculazione precedente) ed ella m’ha ringraziato con inchini profondissimi, toccandosi la fronte e il petto. Poi ho regalato un altro pezzo di galletta a un bambino. Bisognava vedere la sua faccia contenta! “spassiba!” m’ha detto. Sul vocabolarietto ho tradotto: grazie.
Ogni tanto ai lati della strada ferrata vediamo ruderi di guerra, carri armati sfondati, cannoni scassati, carri ferroviari rovesciati e contorti giù dalla scarpata.
La campagna russa è terribilmente povera. Ci si domanda cosa ha fatto il Bolscevismo per i contadini. Questa classe vive in capanne fatte di legno paglia e terra, vera terra degna di talpe e non di uomini. Le persone vestono abiti miserrimi, giacchettoni imbottiti che lasciano uscire stracci da innumeri strappi. Visi patiti, occhi smarriti. Insomma, non sembra che essi siano molto entusiasti del regime russo.





Leggi le pagine iniziali dei finalisti 2010
Sylvana Baragiola
Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Manilio Tarantini




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