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Magda Ceccarlli De Grada
nata a San Gimignano (Siena) nel 1892, morta nel 1985
Giornale del tempo di guerra
diario 1940-1945

Cinque anni di vita, a partire dal 10 giugno 1940, confidati a preziosi quaderni, a volte stracciati e a volte nascosti, ben celati alla polizia segreta. Magda, moglie del pittore Raffaele De Grada e madre di Raffaele Jr e Lidia è, come tutta la sua famiglia, una convinta antifascista. Un periodo tormentato e appassionato, vissuto tra Milano e San Gimignano, segnato da incombenze domestiche e da eventi bellici, da spostamenti e da bombardamenti. La famiglia è presto abbandonata dalle altolocate conoscenze devote al regime; gli amici più cari compreso il figlio, membro attivo della resistenza, vivono l'esperienza dell'arresto e della detenzione o, come la figlia Lidia, quella dell'esilio. Il 7 maggio '45, con la famiglia nuovamente riunita, Magda annota, nella pagina conclusiva del suo diario, è bello vivere e soprattutto aver vissuto così.

Magda Ceccarelli con il figlio Raffaellino


12-13 Giugno – L’urlo sinistro delle sirene d’allarme. Le prime volte fa una certa impressione nel buio della notte, ma poi la promiscuità e la insicurezza dei rifugi consiglia di rimanere in letto o quanto meno in casa. Mia figlia si attacca a me come una bambina e questo senso di dar protezione a lei che non la chiede mai è una novità piacevole a cui sono sensibilissima.
È proprio vero che “non ho paura”? Mi preoccupa appena la qualità di una possibile morte. Sonnecchio sul divano. Potrei trapassare così comoda, su questo vecchio divano azzurro.
È l’alba. Un chiarore grigio dalle persiane. La Milano proletaria in fondo se ne infischia! Non crede ancora alla guerra vera.

15 Giugno – Si parte: viaggio lungo e infelice, ressa di profughi alla Spezia. Arrivo al Forte, tristezza, facce chiuse, preoccupazione esclusiva di interessi personali.

16-22 Giugno – Pioggia a torrenti, a carrettate, a fiumi; il mare davanti a casa è bigio e dietro la casa si sguazza nell’acqua dappertutto, si gronda e si ammuffisce. Il cuore si ferma, oppresso; pare che tutto muoia e si distrugga sotto un fato implacabile.
La voce di De Gaulle ci dà un filo di speranza. Raffaele dice che Pétaine è un vecchio “piscia a letto” traditore.
La radio suona una polonaise di Chopin e finalmente il pianto scorre su tutto un mondo che crolla.

25 Giugno – Ho sentito l’altra notte, per parecchie ore, la voce intermittente del cannone.
In casa l’hanno sbagliata per il temporale. Non c’è possibile equivoco: è un boato fermo, unito metallico e sordo insieme. Ancora mia figlia che si aggrappa a me. Il cannone è lontano. La nostra casetta trema, sarebbe spezzata come un fuscello e noi con lei. Siamo ancora tutti insieme: solo questo ha speranza.

26 Giugno – Noi quattro insieme: nervosi, litigiosi magari, troppo attaccati l’uno all’altro, c’è in noi un’apparente disarmonia ch’è legame impetuoso e vitale. Le nostre idee, le nostre speranze, i nostri scopi sono identici. La nostra fine? Forse su una strada, a brandelli, come i resti umani sul Perthus. Se ciascuno di noi mitigasse i suoi difetti: più tolleranza, meno inquietudine, più coraggio o meno testardaggine e saremo perfetti.
Ma è indiscutibile che noi quattro siamo una forza perché ogni giorno sentiamo le nostre idee farsi chiare, il nostro spirito più sicuro, la nostra volontà più ferma. Sapere attendere pazientemente.
Devo acquistare la virtù del silenzio e della pazienza. Non agitarmi, non imprecare, non voler morire ogni momento perché tutto va male. E al tempo stesso non imborghesirsi nella calma apparente.
E non dare troppo agli altri, come le acque generose di un fiume che straripano per nutrire.
Una su dieci delle persone “elette” che noi conosciamo meriterebbero confidenza. Noi la diamo a troppi. Ogni parola va, scava, resta. Ho a volte l’impressione di aver fatto tanti buchi, come un crivello che uccide. Non serve, non conviene, non si deve fare.

27 Giugno – Ho visto aspettando l’autobus una donna vestita di nero che piangeva. Un carabiniere le aveva portato ieri la notizia che suo figlio alpino era morto sul fronte francese tra il 21 e il 24.
“Quando c’era già l’armistizio!” diceva la povera donna con voce paurosa e sommessa. Sta a Seravezza: aveva quell’unico ragazzo che lavorava alle cave. È andato, non tornerà più. Per l’azione dimostrative, per far correre fiumi d’inchiostro. Per la gloria dell’Italia e del “Principe”.





Leggi le pagine iniziali dei finalisti 2010
Sylvana Baragiola
Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Manilio Tarantini




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