vai al resoconto del premio pieve 2010




Sylvana Baragiola
nata a Lugano (Svizzera) nel 1917, morta nel 2009
Retrovisione di una vita
autobiografia 1928-1992

Uno spaccato di vita come un film in bianco e nero girato sotto le luci di alberghi e ville fastose a contatto con la borghesia svizzera ed europea. Sylvana ripercorre la storia della sua vita, l’infanzia a Lugano, ospite, con la madre e le due sorelle, dei nonni e degli zii materni proprietari di due lussuosi alberghi, l'improvvisa e solitaria morte del padre a Losanna nel 1928, gli studi in Inghilterra e in Germania, due grandi storie d'amore, l'impiego alla Radio Svizzera e il sogno di diventare attrice, interrotto dalle difficoltà per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. La paura di un futuro incerto la spinge ad accettare la proposta di matrimonio di un giovane borghese. Il matrimonio cambia la sua vita, la sua esuberanza e la sua gioia di vivere vengono smorzate da una piatta quotidianità, rallegrata però dalla nascita dei suoi tre figli.

Sylvana Baragiola


-Gingia- le dissi quel mattino, svegliandomi – stanotte ho sognato del babbo, ho sognato ch’era morto.- (Eravamo in vacanza a Castelrotto, nella bella casa di campagna della sorella di mio padre, zia Angelina da noi chiamata col vezzeggiativo di “Gingia”. Mia madre, con la piccola Fiorenza di pochi mesi, era rimasta a Lugano mentre il babbo stava già da parecchi anni lontano da noi, a Losanna, dove insegnava letteratura in un istituto superiore). E pochi giorni dopo giunse una telefonata (ricordo ancora quel vecchio telefono agganciato al muro dell’anticamera) vidi mia zia rispondere, ascoltare senza una parola e poi appoggiarsi contro la parete e scoppiare in pianto. Mio padre era morto improvvisamente. Lo seppi solo più tardi, quando ci riportarono a Lugano dalla nonna. Io avevo allora 10 anni e quella morte mi colpì profondamente. Fu da quel giorno, credo, che il pensiero, la presenza invisibile della Morte non mi lasciò più ed influì su tutta la mia esistenza.
Dopo un anno passato a Castelrotto dove frequentai la quinta classe, tornammo a Lugano ad abitare nell’altro albergo dei nonni materni, il “Majestic”, che mia madre diresse assieme al fratello Guido. Strana vita fu quella, quando ci ripenso! Eravamo alloggiati e nutriti, si viveva in un paradiso, ma senza un quattrino in tasca, le sale sontuose, il magnifico parco pieno di fiori e di alberi secolari, il tennis e la grande piscina in mezzo alle palme, noi si viveva lì, coi nostri miseri vestitini confezionati da mia madre.
Il nostro appartamento stava al piano terreno, con tutte le stanze aperte sul giardino, ma i pranzi erano quasi sempre serviti alla “table d’hôtes”, pranzi squisiti serviti da camerieri impeccabili e compassati che mi mettevano una gran soggezione. Era l’epoca in cui, con un precoce sviluppo, ero ingrassata notevolmente e spesso mia madre e mia sorella mi prendevano in giro. Ne era seguito un terribile complesso d’inferiorità ed una gran timidezza che mi facevano appartare nella mia stanza dove scrivevo per delle ore. Scrivevo poesie, novelle e romanzi d‘avventura nei quali comparivano personaggi reali ed inventati e che le mie amiche abili in disegno illustravano con bravura. Vivevo nel mio mondo fantastico, chiusa in me stessa, scontrosa, aggressiva, spesso ostile. Mi chiamavano tutti “la poetessa” e ciò mi lusingava. Pubblicavo sul Giornaletto dei Ragazzi, e il maestro di canto del ginnasio aveva musicato una mia poesia che in Ticino ed oltr’alpe cantavano i “Canterini del Caresio”. A scuola ero la prima in italiano ed i miei temi venivano letti ad alta voce davanti a tutta la classe. Volevo “diventare scrittrice”.
Mia madre era bellissima e misteriosa come una Sibilla, con quelle guance scavate dalle lacrime, gli occhi severi e quel fuggevole sorriso ironico col quale spesso mi osservava e che mi metteva fuori di me.
- Non mi vuol bene –pensavo- non mi vuol bene – ed una grande amarezza m’invadeva. Infatti sembrava quasi nutrisse per me una specie di antipatia che non mostrava per mia sorella. Certo io non ero una bambina facile: ribelle, aggressiva, le rispondevo sfacciatamente attirandomi schiaffi e frustate nelle gambe (in quel tempo mia madre montava a cavallo, il suo unico passatempo, e teneva sempre il frustino a portata di mano). Tutto questo m’inaspriva sempre più, litigavo con mia sorella, ch’era una bimba tranquilla e remissiva, e talvolta la picchiavo selvaggiamente. Perché quella freddezza di mia madre? Quanto ne soffersi e quanto piansi! Avevo uno struggente bisogno d’amore e la mamma non me lo sapeva dare: gelida, severa, ironica, frenava ogni mio slancio. Soltanto ora che non c’è più sono riuscita a capirla e a perdonarla. Rimasta vedova a 38 anni con tre bambine (la mia sorellina Fiorenza aveva soltanto 6 mesi) si era chiusa in un tetro isolamento escludendo anche noi da ogni contatto esterno. Perse completamente la fede, rinnegò la chiesa, vestì a lutto per anni. E per anni pure noi non portammo mai un colore vivace.





Leggi le pagine iniziali dei finalisti 2010
Sylvana Baragiola
Magda Ceccarelli
Carlo Hendel
Giorgio Marchiani e Zoltán Goda
Nicolino Marras
Dario Poppi
Kemal Subasciaki
Manilio Tarantini




home

orari e contatti