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Sabrina Perla
nata a Monaco di Baviera (Germania) nel 1970
Die Katastrophe
diario/memoria 2003-2008

Rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario e poi trasferita in comunità, una giovane calabrese nata in Germania ricostruisce il percorso di vita che, per colpa di una solitudine interiore, incomprensione e mancanza di affetto, l’ha portata a compiere un gesto violento nei confronti della propria psicoterapeuta. All’interno di queste strutture, dove dovrebbero aiutarla, vive un solitario cammino di reinserimento nella società e subisce l’ingiustizia di vedere persone colpevoli di azioni molto più gravi che tornano in libertà prima di lei.




20/08/2003
In un torrido pomeriggio di giugno venni prelevata da tre poliziotti dal Niguarda dove ero stata ricoverata per circa quaranta giorni. Mi chiesero se avessi un avvocato e con una scusa banale mi condussero a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. -Ti portiamo a fare una visita medica- mi dissero, e invece quando arrivammo alla stradina che accede all'edificio, un cartello stradale cosi suonava "Ospedale Psichiatrico Giudiziario" ed io capii subito di cosa si trattava. Un misto di paura e angoscia indicibile si impadronì di me e i miei dubbi divennero certezza. Ne avevo sentito parlare casualmente in una conversazione con un paziente dell'ospedale, ma non avrei mai creduto di finirci dentro. Sono qui da due mesi ormai e non ho la più pallida idea di quando lascerò questo posto, so solo che passerà parecchio tempo da allora, forse anni. In posti del genere sai quando entri, ma non sai quando esci dovrebbero scrivere su quel cartello il cui ricordo è indelebile nella mia memoria. I poliziotti mi lasciarono in consegna a due infermieri e lì cominciò il mio calvario all'interno dell'O.P.G.

21/08/2003
Certo molte cose sono cambiate dalla legge Basaglia ad oggi e quello che un tempo era un manicomio criminale oggi è un ospedale psichiatrico giudiziario, ma in sostanza questo posto rimane una gabbia di matti, la maggior parte dei quali ha commesso reati gravi, come uccidere il proprio marito o i propri figli. L'edificio è composto da quattro reparti, due maschili e due femminili. Io mi trovo al reparto "arcobaleno" che ospita le detenute o le pazienti, come ci chiamano qui, ritenute socialmente pericolose. Siamo circa sessanta persone, la metà delle quali in attesa di giudizio.
Un tempo i matti venivano rinchiusi e abbandonati a loro stessi, senza una possibilità di cura e di recupero. Per fortuna oggi non è così. Noi abbiamo a disposizione due giardini, una piscina, un campo da tennis e una palestra. Inoltre ci sono delle attività e dei corsi di vario genere di cui si può usufruire durante il periodo invernale. Insomma questo non è proprio un albergo di lusso ma si avvicina molto alle strutture di recupero come la comunità. La vita all'interno del reparto però non è semplice. Quando si è in tanti lo spazio è limitato, soprattutto quando fuori c'è cattivo tempo, e allora la convivenza diventa difficile da sopportare. Ci sono lesbiche e gente aggressiva da tenere a bada onde evitare problemi e punizioni. Gli infermieri tutto sommato sono gentili e affidabili e i medici sono abbastanza premurosi nei nostri riguardi, così come pure l'educatrice e l'assistente sociale. Tutto questo è meglio del carcere ma la libertà è impareggiabile.

30/08/2003
Come un animale in gabbia mi aggiro per i corridoi senza sapere cosa fare. Il vero problema qua dentro è come far passare il tempo. Ogni istante della giornata è impregnato di noia. Soprattutto il sabato e la domenica sono giornate interminabili. Almeno durante la settimana ci sono le attività che ci tengono occupate un paio d'ore al giorno. Se fuori piove, come oggi, o tira vento è ancora peggio perché si è costretti a rimanere dentro in compagnia dei malati più gravi la cui vicinanza tra l'altro mi rende nervosa e intrattabile. Inoltre non c'è un posto solitario e intimo, quindi abbastanza tranquillo dove poter leggere e scrivere, e tutto questo si riversa sulla mia psiche. Così più che annoiata sono depressa e stanca di essere al mondo. Come ho fatto a finire qua dentro mi chiedo in continuazione e non so darmi pace per questo.





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