Carlo Cipriani
nato a San Gimignano (Siena) nel 1917, morto nel 1999
Tributo alla patria
diario/memoria 1939-1954
Un giovane barbiere toscano, arruolato come fante, è inviato in Albania durante la Seconda guerra mondiale. Qui, tra stenti e umiliazioni di ogni genere, subisce il congelamento e l’amputazione degli arti inferiori. Torna dal fronte nel 1941 come grande invalido e lo attende un periodo difficile di sfollamento e ancora guerra, non più combattuta. I lunghi anni di riabilitazione saranno affrontati con la tenacia di chi vuole riconquistarsi una vita “normale” da lasciare come insegnamento al figlio Franco.

Si era concluso da poco il conflitto Italo-Etiopico, che già in altre parti del mondo sussistevano altri pericolosi focolai finchè poi, improvvisamente, esplose con tutta la sua violenza, la rivoluzione civile in Spagna. Quella lunga e sanguinosa guerra civile alla quale intervennero robuste formazioni militari italiane e tedesche il cui apporto, in seguito, doveva risultare determinante per il trionfo della causa franchista. Era questo un momento di particolare tensione politica internazionale e milioni di pacifici cittadini fremevano e temevano per le pericolose impennate dei due dittatori. Era proprio in questo delicato momento politico che io attendevo di giorno in giorno, con un po' di trepidazione, la chiamata alle armi.
Infatti, verso il 20 di Marzo del 1939, mi venne recapitata la "cartolina precetto" nella quale mi veniva comunicato testualmente: "Per ordine del popolo italiano e di S.M. Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d'Italia e Imperatore d'Etiopia, il giorno 4 aprile 1939 alle ore 9 precise, sei tenuto a presentarti al Distretto Militare di Siena, per essere arruolato nel Regio Esercito Italiano". - Mi restavano quindi
solo una quindicina di giorni per godermi gli ultimi sprazzi della vita borghese. Trascorsi i quali dovetti abbandonare, con mio grande rammarico, i miei abiti civili, il mio lavoro ed i miei vecchi genitori che, con dolore dovevo lasciare con l'unico sostegno di mia sorella Pia. Quando arrivai al Distretto vi trovai una confusione da non si dire e soltanto dopo lunghe ore di snervante attesa fui introdotto in un ufficio dove alcuni ufficiali, dopo le rituali formalità, mi destinarono all'84 ° reggimento Fanteria di stanza a Firenze. Il distacco dall'ambiente in cui avevo fino allora vissuto, e soprattutto la preoccupante situazione politica internazionale, mi rendeva alquanto nervoso e inquieto. Nel tardo pomeriggio, insieme a tanti altri timidi sbarbatelli, fui avviato verso la stazione ferroviaria e col primo treno in arrivo, partimmo alla volta di Firenze. Alla stazione di Santa Maria Novella, un sergente era lì ad attenderci, il quale, senza tanti preamboli, ma, con ordini secchi e taglienti, ci mise subito in colonna e via verso la caserma posta in Via Tripoli. La città era ormai avvolta nelle tenebre, le strade però erano ancora assai popolate e molto illuminate dalle luci abbaglianti dei negozi. Camminavamo a stretto contatto di gomito, non una parola, non un gesto che potessero infastidire il sergente che appariva abbastanza irritato, dato che per causa nostra aveva dovuto rinunciare alla consueta libera uscita. Ci sentivamo osservati dai passanti incuriositi ed anche questo ci metteva ancor più in imbarazzo. Si giunse così a destinazione e per la prima volta varcai la soglia di una caserma; di una caserma che ospitava una numerosa famiglia che, in seguito, avrebbe conosciuto tante dolorose sventure. Ci incamminammo per una lunga e larga scalinata che conduceva al piano superiore e da mano a mano che salivo mi sentivo stranamente oppresso da qualcosa che non sapevo ben definire. Fummo condotti in una camerata e ci fu imposto severamente di procedere in silenzio e con assoluta rapidità, per non svegliare la "truppa". Appena che l'ufficiale di guardia mise i piedi fuori della porta, i bravi commilitoni "anziani", che fino a quel momento avevano fatto finta di dormire profondamente, si abbandonarono a dare sfogo ai loro motti arguti e spiritosi. Uno di loro saltò su dicendo: E chi sono questi pellegrini? E gli altri di rimbalzo: Sono i nostri tanto sospirati sostituti! Poi, per tutta la notte fu un susseguirsi di stupidi scherzi tradizionali: present'arm, gavettini d'acqua gelata che cadevano improvvisamente sulla testa, i cosiddetti "salami" ecc.
Come ho detto si trattava dei soliti scherzi tradizionali che era un po' come il "pedaggio d'obbligo" che le reclute devono pagare con disinvoltura per evitare il peggio. Questo gran baccano continuò a lungo finchè a un certo momento, l'ufficiale di guardia, entrò tutto infuriato in camerata, però non volava neppure una mosca, tutti facevano finta di dormire come ghiri; eccetto qualcuno di noi che era ancora intento alla ricerca di qualche indumento che era andato a finire sotto qualche branda. Così questi poveri diavoli dovettero subire una violenta rampogna da parte dell'ufficiale che era salito espressamente per sfogarsi con qualcuno. Così visto il cattivo umore dell'ufficiale, l'ambiente si calmò, ma noi però non potevamo dormire sia per l'emozione del nuovo ambiente, sia per il timore di restare vittime di quegli stupidi scherzi.
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Carlo Cipriani
Maria Teresa Giulianelli e Dan Rabà
Valeria Pederiva
Sabrina Perla
Stefano Pucci
Antonio Sbirziola
Giulia Scabbia
Maria Carlotta Schopf

