Leo Ferlan
nato a Idria (allora Gorizia, ora Slovenia) nel 1928, morto a Bergamo nel 1961
Miriam mia
epistolario 1952-1955
Un brillante studioso, appassionato di botanica, nel 1952 è ad Algeri per una campagna geo-cartografica, dopo aver lavorato tre anni a Montpellier. In Nord Africa riceve la lettera di Myriam, una giovane in cerca di lavoro. Leo risponde cortesemente e fra i due si innesta una corrispondenza epistolare che si fa sempre più intensa, destinata tre anni più tardi a concludersi nel matrimonio. All’amata Myriam, Leo confida le difficoltà lavorative, derivanti dall’assenza di titolo accademico. Trasferitosi a Bergamo presso una stazione sperimentale, tenterà di regolarizzare i suoi studi, ma un male raro e incurabile segnerà il suo destino.

Alger, 17. X. 52
Gentilissima signorina,
la sua mi mette in un curioso e piacevole imbarazzo, e non so davvero, in fede mia, per che verso incominciare a risponderle.
Penso che convenga semplicemente riprendere gli argomenti così, come lei me li mette davanti.
Innanzitutto, non deve credere ch'io sia un tipo buono, altruista e generoso, come le hanno detto. Ho, invece, un caratteraccio rancido, e mi dicono un po' misantropoide; faccia conto, un vecchio ventiquattrenne, un tanto ridicolo. Non creda proprio alle fiabe gentili che Edi le racconta.
Ho riflettuto su quanto Ella mi domanda, ma m'accorgo di non poter esserLe utile, e me ne dolgo. Vede, non conosco e non frequento volutamente nessuno, quì, e non saprei dove pescare delle informazioni d'una certa consistenza, e che presentino qualche garanzia di serietà e sicurezza.
D'altro canto, non vedo, purtroppo, alcuna possibilità di lavoro per lei nell'ambiente universitario, né in quello della missione scientifica di cui faccio parte. Lei dovrebbe naturalizzarsi francese, conoscere alla perfezione la lingua, e avere perlomeno delle buone conoscenze di biologia generale e fisico-chimica. Io stesso, sono stato incaricato in via del tutto eccezionale, grazie alle raccomandazioni di uno scienziato molto noto ed influente, membro dell'Académie des Sciences, il prof. Emberger.
Mi spiace veramente. Creda comunque, che se dovesse presentarsi la possibilità di sapere qualcosa, la terrò informata. Le confesso, però, che le probabilità sono debolissime.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, ma la sua lettera è tanto gentile da cavarmi di bocca dell'altro. Ad ogni modo, non se la prenda col tono dei miei discorsacci. Le ho detto: ho un caratteraccio irrancidito.
Vediamo: dove diavolo radica il suo malcontento, Miriam? E' importante che Lei riesca a rendersene conto.
Vede, andarsene, è un'illusione. In nessun luogo è dato di ricominciare veramente. Si può, tutt'alpiù, modificare gradualmente l'impostazione, questo sì, ma non è tanto questione di luogo, quantoppiù d'impegno; due vettori, chiamiamoli così, che non hanno nulla in comune, né direzione, né forza, né risultante.
Dopotutto, Lei ha una casa, una famiglia come non ne ho viste molte. Ne renda grazie , Miriam, poiché non è cosa da poco, e non si ottiene così, in quattro e quattr'otto. Anzi, non si ottiene affatto; è una fortuna che si constata, e basta.
Ci pensi, e s'accorgerà che non pochi dei nostri rimpianti ce li impastiamo noi stessi, quasi inconsciamente. Si guardi in giro: quanti umani l'invidierebbero!
Ma quand'anche lei volesse credere che partire possa pur tuttavia significare andare verso il meglio, può credermi, che ci sono altre soluzioni, meno drastiche ed azzardate, e certamente -guarda paradosso -, più radicali.
Se ho ben afferrato, Lei dovrebbe evadere non da casa, da Udine, dall'Italia, ma piuttosto da quella Sua scontentezza.
Bisognerebbe diagnosticare esattamente la natura di questa Sua scontentezza ch'Ella sente e dice profonda . La scontentezza non è il male, ma una semplice manifestazione di quello; un po' come la febbre: bisogna vedere cos'è che la produce. Allora, e solo allora, è possibile metter mano a un buon rimedio.
Io immagino che la sua è noia, e della peggior specie. Perciò, si dia un'occupazione, s'interessi a qualcosa, a qualcuno. Lei non è certamente tanto scettica da non poter trovare una sola ragione d'interesse in una qualche attività, né tanto insensibile da non trovare quà o là nulla di bello o di piacevole. Si scelga una buona amica, una confidente; legga roba buona e sostanziosa; scriva; faccia delle pitture; ascolti musica buona; lavori; prenda, per esempio, i ragazzi della sua classe come creature singole, complesse, da comprendere, una per una, e non come scolari anonimi da ammaestrare per forza e senz'amore.
O dell'altro ancora, non saprei. Credo che non potrà mancare di trovare infine un polo d'attrazione.
Comunque, non ho riso della sua lettera. Si rassicuri.
Concludo. Come ha visto, non ho potuto aiutarla, e mi rincresce, sinceramente. M'auguro di poterle essere utile in un'occasione più fortunata.
Mi creda suo devotissimo
Ferlan Leo
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