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Corrado Di Pompeo
nato a Casacalenda (Campobasso) nel 1910, morto a Roma nel 1957
Alla mia dolce Antonietta
diario 1943-1944

Ottobre 1943: al settimo piano di un condominio romano nei pressi della stazione Tuscolana vive come un recluso Corrado, impiegato del Ministero delle Corporazioni, rientrato da Campobasso dove ha lasciato moglie e figli presso parenti, nell’intento di salvaguardare il posto di lavoro e la propria casa, sicuro che la guerra stia per finire. La linea di Cassino demarca la separazione dalla famiglia e non trapelano notizie. Così Corrado, con l’orecchio sempre teso alla radio, si mette a scrivere il diario dei lunghi mesi dell’occupazione di Roma e lo dedica all’amata consorte. Il 4 giugno 1944 Roma è liberata e, nella certezza di riabbracciare presto i suoi cari, interrompe la scrittura.

la famiglia di pompeo


Roma, 30 ottobre 1943
È da vari giorni che ho questa idea per la testa: scrivere per te, mia adorata Antonietta, una paginetta al giorno per fermare in essa, almeno parte dei tanti pensieri che durante la giornata si accavallano nel mio cervello ormai spremuto invano per la ricerca di un mezzo per raggiungerti, per rivederti con i miei figli, per vedere se il ciclone della battaglia svoltasi nei pressi di costì vi abbia almeno risparmiata la vita. Oh! Credimi Antonietta chissà quanto darei per avere vostre notizie…
E intanto sono costretto a restare qui senza poter far niente come se fossi in una prigione. Potrei anche tentare, è vero, e forse mi potrebbe anche riuscire passare la linea di combattimento, ma questa è una probabilità su mille, vale a dire impossibile, perciò non mi resta altro che invocare Iddio di far giungere presto a Roma gli Anglo-Americani e solo così intraprendendo un viaggio magari a piedi, potrò raggiungerti. Ma gli Americani avanzano con i piedi di piombo, nostro malgrado, e voglia il buon Dio di farli qui arrivare al massimo entro il 10 di dicembre, così avrò il tempo per arrivare da te per Natale.
Ti ho già scritto una lunga lettera, che ho messo, dopo averla suggellata, in un tiretto del comò e spero si farà quanto ho scritto sulla busta, ma spero che Iddio te la faccia aprire con me presente, vivo e sano. In essa ti descrivevo il mio stato d'animo oltremodo desolato per la grande ed imperdonabile sciocchezza di averti lasciata costì (ma l'ho fatto unicamente per il vostro bene, e certo non immaginavo la valanga che stava per passare, altrimenti vi avrei qui ricondotti, magari sulle spalle) poiché qui, tranne i primi 6 o 7 giorni dopo il mio ritorno, tutto è tornato calmo ed adesso dopo la costituzione del Governo Repubblicano, ancora di più. Questa è senza dubbio una calma apparente e chissà cosa bolle in pentola e intanto io ancor più mi rattristo: se succedesse almeno qualche cosa (vedi ironia del caso) sarei più contento di tenervi lontano. Questo sedicente Governo Repubblicano che è destinato ad essere polverizzato man mano che gli Americani avanzano (e non per far posto al re cui nessuno gli ridarà la corona, dopo aver egli procurato al nostro popolo tanti lutti e tante sofferenze per aver apposto la propria firma sulla dichiarazione di guerra che quel grande pazzo gli ha messo sotto gli occhi) ha una cosa di buono: quello di tenere a freno, finché possibile, i barbari Tedeschi. Forse per questa ragione cui v'è, in questi giorni, calma. E questa calma mi opprime, mi fa pensare, con rammarico sempre crescente, alla infelicissima idea di avervi lasciati laggiù…
Ti sarà arrivata qualche mia lettera scrittati nei giorni immediatamente dopo il mio ritorno, almeno? Mistero! Se ciò non è chi sa quanti pensieri cattivi ti ronzeranno in mente, ben sapendo il tuo pessimistico modo di pensare…
Oggi ho saputo che alcuni napoletani vanno e vengono da Napoli. Non ci credo, però cercherò di sapere la verità, se non altro per associarmi a loro per poi venire da te. Sono deciso di lanciarmi in qualunque avventura, pur di rivedervi, pur di sapere vostre nuove.
Ora ti dirò in breve come ho passato le ore libere della gran parte dei giorni di questo infame ottobre. All'una e mezza sono già a casa (ora dall'ufficio si esce all'una) e dopo aver preparato e consumato con Ciccillo un frugalissimo pasto, alle due e mezza si è quasi sempre finiti di rassettare e pulire stoviglie e casa. Ciccillo esce quasi immediatamente e per me incomincia la malinconia. Gironzolo per casa, mi affaccio ora alle finestre, ora al balcone, apro, chiudo senza cercare niente, qualche volta mi capita qualche cosa d'aggiustare e allora mi passa un po' di tempo. Ieri mi sono capitate fra le mani i pacchetti di lettere della nostra corrispondenza amorosa: questo verso le tre, ieri sera era buio stavo ancora con quelle lettere in mano assorto, compiaciuto e divertito di quello che ti scrivevo e che mi scrivevi sette od otto anni fa! Mi sono divertito a rileggerle ma spesso mi si inumidivano gli occhi, specialmente quando ti parlavo della nostra unione, e che saremmo stati sempre uniti, e che per nessun motivo dovevamo restar lontani…





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Vincenzo Galardo
Francesca Mengoni
Luigi Re
Anna Soprani
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