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Giuseppe Vizzinoni
nato a Savona nel 1941
Un giorno piovoso
autobiografia 1960-2003

Un incidente di moto infrange il sogno di lavoro e di avvenire di un giovane non ancora ventenne, già orfano di entrambi i genitori. “Ero forte e sano, sicuro che la Marina mi avrebbe accolto nelle sue schiere, volevo girare il mondo”. La perdita dell’uso delle gambe segna invece l’inizio del suo calvario esistenziale. “Allora avevo 19 anni, quando mi risvegliai ne avevo venti compiuti”. A 25 lascia l’ospedale e viene trasferito in un centro specializzato, dove, aiutato anche dallo sport, che segna la sua rinascita, impara “come gestire meglio il corpo”. Disputa partite di pallacanestro e si tiene continuamente in allenamento fino a “considerare la carrozzina un opzional”. Trova un’abitazione che può gestire con la collaborazione e l’amicizia dei vicini che gli danno “sicurezza e coraggio, col loro sostegno ho imparato a osare dove non avevo capacità, andiamo nei cinema nei bar nelle pizzerie”, finché conosce e accoglie in casa una donna, madre di due figlie che lui cresce e ama come fossero sue, ma che lo ingannano fino a costringerlo ad andarsene. “Tradito e umiliato ritorna nel suo inferno” con l’unica compagnia dell’amato cane. Si ricongiunge al fratello dopo trent’anni di separazione. Perde molti soldi giocando alle slot-machine, altri ne presta ingenuamente, passa un lungo periodo vivendo dentro un furgone adattato a casa, arrangiandosi come può fino al ricovero in una clinica di Ostia. Ma il peggio deve ancora venire: instaura rapporti di amicizia e relazioni amorose con donne che puntualmente lo deludono. I pregiudizi sul suo stato gli rendono difficile anche trovare un’abitazione. Nel presentare il suo scritto, commenta: “quando ormai era tardi il Comune di Roma gli assegnò una casa popolare dove tuttora vive solo, rassegnato al sopravvivere”.

giuseppe vizzinoni

Non riesco a ricordare le date, ma quel 12 dicembre del 1960, difficilmente lo scorderò. Era un giorno piovoso, mancava poco più di due mesi per festeggiare i miei 20 anni. Dormivo volentieri al mattino, anche se non potevo farlo mai, solo con il brutto tempo potevo godere di quel tepore, quel giorno piovoso era un invito a farlo, mi ero licenziato la sera prima, per rincorrere un sogno che si stava avverando. Ero stato chiamato dalla Marina Italiana per essere ammesso all'idoneità. Ero forte e sano, sicuro che mi avrebbero preso nelle loro schiere, volevo girare il mondo, quella notte dormii con la cartolina tra le mani, leggendola e rileggendola, sognando il mondo e la sua immensità, mi sentivo adulto, pioniere del mio futuro, ancora tre giorni poi sarà una realtà. Tre giorni per festeggiare, salutare il paese, la vecchia maestra, che alla sera poggiava il suo sguardo sul mio quaderno, aiutandomi ad imparare a leggere e scrivere, sino a prendere l'attestato che la Marina richiedeva, fu lei che fece tutto, per me era solo confusione, ma il suo amore materno e professionale mi fece capire. Era vecchia, come me sola al mondo, se partivo sapevo che non l'avrei rivista. Nel suo giardino piantai un albero, lo feci spensieratamente, ma quando vedevo che lo accudiva con lo stesso amore come curava la mia testardaggine, capii che quella vecchia dall'aspetto di rudere alpestre, era stata la persona più preziosa per me. Incominciai la festa la stessa sera che mi licenziai dopo l'ultimo giorno di lavoro tra gli ulivi, in una sala dell'unica osteria, dove per altri due mesi balleranno ogni sera, con un giradischi che si caricava a manovella, con solo dieci dischi, sempre gli stessi, un po' cigolanti e steccati, solo il sabato e la domenica si alternano vecchi contadini con la fisarmonica. Ho nostalgia, so che se parto, quella musica non la sentirò e ballerò più. L'ho ballata tante volte con ragazze paesane, tutto ci sorrideva nel germoglio della nostra gioventù, si aveva poco ma non si sapeva chiedere di più. Nel rispetto delle cose degli altri, si diventava adulti, nel rispetto delle nostre, si formava il carattere, nel sorriso di tutti c'era la nostra felicità.
Sono solo al mondo, anche se ho un fratello più grande, in Piemonte, che vaga in cerca di giornate lavorative; girando da un paese all'altro, lavorò per sé e per me, come potè, mi ha fatto da padre e divise con me il frutto delle sue fatiche. A me affidavano solo lavori di pastorizia, dicevano che ero piccolo, ma credo che era solo una scusa per non pagarmi. Mi sentivo un peso, inutile, decisi di andarmene da solo. Non avevo 16 anni quando varcai a piedi le Alpi Marittime, a tutti chiesi lavoro, quando stremato lo trovai a Chiusanico Castello: lavorai nei boschi, nelle cave di pietra, come aiuto muratore. Anche se faticosi mi piacevano, la mia forza era diventata a tutti nota. Nel mio modo di essere, senza mai manifestarmi stanco, pronto ad ogni chiamata mi accattivai tutto il paese, che in qualche modo mi adottò.
Anche quel mattino piovoso che volevo solo dormire, bussarono alla mia porta, Giacomo il mio ex datore di lavoro mi chiese l'ultima cortesia: andare a controllare per lui il carico e il peso di olive a Pieve di Teco. Sono 70 km e piove a dirotto, gli chiesi con quale mezzo sarei potuto andare, Giacomo mi disse: "prendi la moto di mio zio, che è nella stalla, purché tu arrivi per le tredici, se non avessi avuto un altro impegno, ci sarei andato io, ma così non so come fare" Gli risposi che non doveva preoccuparsi, perché sarei stato puntuale all'appuntamento. "Controlla il peso e fatti consegnare la bolla, riportamela con comodo."
Tranquillo come è venuto, avvolto nel suo manto che lo riparava dalla pioggia, così sparì. Guardai l'orologio a muro, segnava le 8, preparai un'abbondante colazione, mentre fuori la pioggia scendeva trasversale sospinta dal vento.
Erano le 9, il vento sembrava avere ragione sulle nuvole, pioveva ancora, ma tutto lasciava pensare che avrebbe smesso. Indossai un impermeabile, corsi nella stalla, per non spaventare le mucche portai fuori la moto a mano, l'avevo portata altre volte, (la conosco). Essendo in discesa pensai di avviarla in corsa. Cinquanta metri di semi rettilineo, inserivo la seconda lasciando la frizione, il motore parte con un'accelerata, davanti a me, un tornante, un colpo di freno, ma niente, un altro, ma il pedale sta già a fondo, tiro la leva del freno anteriore ma non risponde, poi più nulla.
Allora avevo 19 anni, quando mi risvegliai ne avevo 20 compiuti.





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