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Alceste e Augusto Trionfi
Augusto nato a Roma nel 1840, morto nel 1918
Alceste nato a Spoleto (Perugia) nel 1869, morto nel 1949
Patriota e garibaldino
memoria 1840-1912

Rimasto orfano in tenera età, Augusto viene affidato a un ricco possidente di Roma che gli fa frequentare il collegio dei Gesuiti dal quale viene espulso per indisciplina. A sei anni assiste ai festeggiamenti per l’elezione di Pio IX e a nove è proclamata la Repubblica Romana. “Allo squillare delle trombe mi precipitavo in istrada, seguivo i soldati, correvo dietro ai Lancieri della Morte e alle batterie che passavano al galoppo, e se non v’era di meglio mi recavo a veder costruire le barricate per lo Stradone, sulla Piazza e a Porta S. Giovanni dove da un giorno all’altro si attendevano le truppe borboniche. [...] Il 30 giugno i francesi entrarono in città per la breccia di Porta San Pancrazio, e le ostilità cessarono [...]. La mattina del 2 luglio Garibaldi arringò i superstiti sulla piazza di San Pietro”. Lo vede per la prima volta e ne rimane rapito. Fino al 1859, secondo quanto scrive il figlio Alceste “passò la vita nell’ozio”, frequenta i liberali e quando sta per essere arrestato abbandona Roma e si arruola a Napoli. Nel 1860 Garibaldi è acclamato come “un cantante di cartello”. E lui indossa “l’uniforme da coscritto. Così, bene o male, assicurai la pagnotta quotidiana”. Combatte il brigantaggio, “promosso ed incoraggiato dai vari componenti dell’aristocrazia nera”. I difficili passaggi doganali dell’epoca non lo scoraggiano e, tornato nello Stato Pontificio con molte peripezie, riprende i contatti con i patrioti, riesce a raggiungere l’esercito di Garibaldi e a partecipare al “vano eroismo di Mentana”. Costretto ad abbandonare Roma, si rifugia a Spoleto dove trova lavoro e si sposa. Nel 1870 torna nella sua città natale quando è ormai unita all’Italia. Nel 1914 il figlio, cresciuto nel culto di Garibaldi e affascinato dallo spirito rivoluzionario del padre, ne riordina i ricordi e aggiunge la testimonianza dei loro “pellegrinaggi” a Caprera “alla tomba dell’Eroe”.

alceste e augusto trionfi

Caro Alceste,
ho durato non poca fatica a ricordare fatti e persone per ricostruire un passato abbastanza remoto; e per un paio d'anni non ho fatto che prendere appunti. Nulla o ben poco d'interessante contengono le presenti "Memorie", né ebbi intenzione, scrivendole, di lasciare un'autobiografia da tramandare ai posteri. Me ne guarderei bene! Volli soltanto modestamente far meglio note in qualche modo le burrascose vicende dei miei primi trent'anni di vita corredandole di molti particolari aneddotici che credo ignorati in gran parte anche dagli storici più . . . pignoli ! Questo fu l'unico mio scopo, e se non altro le mie pagine serviranno a te, ai tuoi figli nepoti e pronipoti, per ricordarmi quando il tempo, prendendo la sua rivincita, mi avrà ammazzato! Roma, maggio 1912
Augusto Trionfi

MIO PADRE GARIBALDINO

PREFAZIONE
Amici lettori!
So benissimo che sul frontespizio di questo volume -la maggior parte del cui contenuto mi è stata fornita, oralmente e collo scritto, da mio padre- non avrei dovuto accennare alla modesta opera mia, sia pure in veste di semplice "raccoglitore" del testo originale; e in realtà sono stato indeciso se farlo o meno, ma poi mi ha vinto la tentazione e mi son lasciato trascinare al . . . reato di immodestia. Ho così unito il mio nome al suo, se non altro per procurarmi la soddisfazione di valorizzare io stesso, in omaggio alla sua memoria, i ricordi giovanili di un uomo di esemplare rettitudine e sopra tutto patriota fervente quale egli si mantenne durante tutta la sua vita.
Leggendo le pagine che seguono -da me riunite e disposte secondo il criterio cronologico che informò quelle di un libro di "memorie autobiografiche" da lui lasciatomi in retaggio- troverete fra esse rievocati episodi che rammento di avergli uditi narrare, in casa e cogli amici, con giustificato orgoglio; e constaterete altresì che ho voluto riportare a bella posta frasi ed esporre pensieri suoi che forse a qualche individuo troppo . . . sofistico potranno suonare poco graditi.
Non m'importa; tengo solo a far riflettere che le une e gli altri rispecchiano semplicemente la più comune mentalità di un'epoca, vissuta da mio padre (si tratta di circa un secolo fa!) dipendente da uno stato di cose che non era il più adatto per accattivarsi le simpatie generali, ed in ispecie quelle della gioventù italiana di allora, anelante al trionfo delle idee liberali nella lotta per l'unità della Patria.
Oggi -dopo, ahimè, un relativamente breve periodo di ritorno all'autoritarismo, per nostra fortuna tramontato- le cose sono cambiate, come suol dirsi, dal giorno alla notte (o meglio, dalla notte al giorno) e ben altri ideali animano i popoli che aspirano al raggiungimento di mete sempre più radiose.
Siamo perciò molto lontani -e auguriamoci per sempre- da quell'irrigidimento intransigente, unilaterale, che era la triste, subdola arma di cui si servivano gli antichi paladini dei troni e degli altari, difensori ad oltranza di privilegi più o meno divini, allo scopo di perpetuarne l'infausta supremazia.
Circola ovunque oggi un'aria più pura di quella che, negli anni lontani del servaggio e negli ambienti dove nacque e visse mio padre, soffocava ogni tentativo di sacrosanta resistenza all'arbitrio dei pochi illusi che dicevano di agire per la salvezza spirituale delle masse, ma in realtà in pro' degli interessi egoistici delle classi arbitrariamente detentrici del potere. È perciò che la gioventù italiana e segnatamente romana, cercava di sfuggire in tutti i modi, anche i più violenti, alle costrizioni materiali e morali a cui era obbligata, compromettendo in tal modo, con la sua, la tranquillità delle famiglie e spesso sacrificando la propria vita per liberare l'Italia dalla tirannide, qualunque forma assumesse e da chiunque venisse imposta. Valga dunque ciò che ho detto a giustificare mio padre (e me di riflesso) per le non rare e non lusinghiere allusioni al regime teocratico, che si troveranno in questo volume e che ormai non possono più offendere alcuno.





Leggi le pagine iniziali dei finalisti 2007
Elvira Bianchi
Gaetano Carlucci
Stefano Galanti
Giuseppe Manetti
Sisto Monti Buzzetti
Bruno Palamenghi
Marcella Torretta
Alceste e Augusto Trionfi
Giuseppe Vizzinoni




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