Marcella Torretta
nata a Torino nel 1881, morta nel 1958
In ricchezza e in povertà
autobiografia 1886-1953
“Prima che s’affievolisca la mia mente voglio
fermare sulla carta i ricordi cari, più
tristi che lieti della mia vita”. Con queste
parole Marcella Torretta, nata da un’agiata
famiglia torinese, inizia la sua autobiografia
ormai sessantenne, nel giugno del
‘44. A cinque anni perde la madre e due
anni dopo entra in collegio con la sorella
maggiore. Ne esce quindicenne, conclude
gli studi magistrali senza immaginare che
quel diploma le avrebbe permesso di superare
molte inaspettate difficoltà economiche.
Circondata dall’amore del padre e
dei familiari, con il matrimonio inizia il periodo cupo della sua esistenza. “Poveri
miei sogni giovanili, quando credevo che l’amore fosse la luce, calore, ebbrezza
soprattutto gioia di essere al fianco di un uomo che col suo braccio ci sostenesse,
col suo coraggio ci difendesse, un uomo sulla cui spalla riposare serene,
forti della sua protezione. In quella fatale sera, sentii per una triste divinazione,
quello che sarebbe stato il mio avvenire”.
Sposa di un uomo dedito al gioco che riduce la famiglia in povertà, madre premurosa
di tre figlie, Marcella supera con coraggio umiliazioni e sacrifici, lascia
il marito dopo dubbi e ripensamenti, e, grazie al suo diploma di maestra, riesce
a mantenere se stessa e la famiglia. In servizio presso sedi di montagna, ricostruisce
il proprio futuro e trova un nuovo equilibrio, seppur messo a dura prova
dalla perdita del padre, poi della sorella e del fratello.
Tenace e ormai capace di superare ogni ulteriore dolore, vede le figlie trovare
lavoro e, la più piccola, Zelmira, iniziare una brillante carriera di insegnante.
Quando sembra che la serenità sia una conquista definitiva, l’impegno politico
di Zelmira nella Repubblica Sociale, costringe madre e figlie ad abbandonare
l’amata Torino per Palermo.
Di nuovo tutto cambia, come un cammino senza fine alla ricerca di un’intima
quiete : “Così lontana dalla mia città natia, senza amici e mi sento estranea in
questo bel paese. Non sono riuscita ad amare Palermo, sento tanta nostalgia
del mio Piemonte, anche se a Torino ho sofferto, in essa è sepolta la mia giovinezza
ed i miei cari”.
Giugno 1944
Prima che s'affievolisca la mia mente voglio fermare sulla carta i ricordi cari, più tristi che lieti della mia vita.
Il primo ricordo, staccato, della mia infanzia, è come un nitido minuscolo quadretto. Sono dinanzi alla porta chiusa di casa mia presso alla mamma, che rivedo alta, della quale non ricordo il bel viso, ma che porta sulle banda lisce dei capelli neri, una piccola capotine, legata sotto al mento da nastri neri. Poi lacune. Della mamma risento il tepore e la dolcezza della cara mano stretta nel guanto, quando io, stretta la mia manina nella sua, introducevo le dita nel cavo della mano per sentire tepore e carezza . (?) fino a cinque anni non ho altri ricordi.
Nel novembre del 1886 mia madre cadde ammalata di febbre puerperale. Un brutto pomeriggio fui portata dalla mia madrina. In quella casa mi fecero un mondo di feste e di carezze, mi diedero una cucinetta lucente per la bambola e un servizietto di tazze e piattini di porcellana, rivedo il cavolo che mi permisero di tritare per preparare la zuppa. Ma io ricordo con precisione, ad ogni scampanellata sobbalzavo e correvo alla porta gridando: "C'è la mia mamma!". Venne sera e poi notte. Dormii in un gran letto sontuoso col baldacchino di raso rosso e tendaggi e coperte eguali, forse quel gaio colore rallegrò un poco il mio piccolo cuore, stretto dal distacco, e mi addormentai.
Mi svegliai di soprassalto allo scoccare delle sei. Appena desta gridai dibattendomi disperata: "La mia mamma, voglio la mia mamma!". Un'angoscia tremenda mi stringeva il cuore, sentivo che qualcosa di terribile era accaduto, la sventura più tremenda che possa avere una bimba e nulla era più triste e inconsolabile di quel pianto d'una innocente che presagiva il triste destino.
Certo, in quell'istante stesso la mia mamma era venuta presso il mio letto, m'aveva carezzato i riccioli bruni, m'aveva baciato lieve lieve come sanno baciare le madri, m'aveva voluto rivedere per l'ultima volta. Al suo tocco, alla sua vicinanza mi ero svegliata felice e poi atterrita di non averla vicina.
La mia madrina stentò molto a consolarmi, avevo un singhiozzo convulso che impressionava. Forse i baci, le carezze, i dolci, e soprattutto la promessa che sarebbe venuta Maiu, la mia domestica, a riprendermi per portarmi a casa mi calmarono.
E verso le dieci venne realmente la mia cara Maiu. Io non stavo in me dalla gioia, per strada saltellavo come un passerotto: "Andiamo a casa dalla mamma!". Arrivati in Piazza Carlina, incontrammo mio padre con per mano mia sorella di otto anni Zelmira e mio fratellino Giovanni di anni 2. Li guardai, erano pallidi pallidi e avevano gli occhi rossi. Allora di colpo la luce si fece: "La mamma è morta! La mamma è morta!" gridai e mi riprese il convulso di pianto e pareva mi venissero le convulsioni. Mi portarono in farmacia e con qualche calmante mi acquietarono. Era morta in quel nefasto mattino freddo e nebbioso di novembre, una santa Mamma, l'esemplare della sposa, una creatura tutta ingenuità e dolcezza, meritevole d'ogni fortuna e restavano tre piccoli orfani spauriti, dolenti, smarriti e il marito abbattuto come da un colpo di fulmine. In quella triste mattina cominciò il nostro triste destino, per noi non ci furono più carezze materne, la calda tenerezza che rende facile ogni compito, che allieta e solleva ogni dolore, portammo tutta la vita l'insaziato desiderio di baci di mamma, delle sue carezze e anche dei suoi giusti rimproveri, portammo in fronte scolpito il nostro dolore e non fummo più i bimbi spensierati, ma tre poveri orfani timidi, tristi, schivi.
Zelmira mia sorella, dolce bimba di otto anni, giudiziosa come una donnina, quando seppe che la mamma era andata in Paradiso, esclamò: "Oh! perché non m'ha portata con sé?" quanto profondo dolore e quanto amore in quel piccolo grande cuore.
In quel terribile giorno 18 novembre 1886 era morta, colla mamma, la nostra spensieratezza, mai più saremmo stati pienamente felici, perché un orfano non è mai fanciullo.
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Marcella Torretta
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