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Il Novecento ha prodotto moltissime scrittura
autobiografiche, laumento, rispetto ai secoli precedenti, è stato di natura
esponenziale. Certo i grandi eventi separatori che hanno costellato la storia dolorosa del
XX secolo sono stati una molla non da poco ci si riferisce al fenomeno
dellemigrazione di massa e alle due guerre mondiali e la scrittura
autobiografica ha rappresentato, di fronte a individualità ogni giorno più frammentate,
un tentativo di auto-comprensione che ha accompagnato molti nella pratica della vita.
Sarebbe lungo il discorso sul ruolo attivo che hanno svolto le nuove scienze quali la
sociologia e la psicanalisi nellindurre molti alla scrittura, così come il romanzo
dinizio secolo, si è avvicinato con frequenza ai territori
dellautobiografismo, si pensi a Luomo senza qualità, di Musil, oppure
al voluminoso Alla ricerca del tempo perduto di Proust, ai vari Joyce, Svevo,
Zweig, Sartre, per citare alcuni dei casi più paradigmatici, nelle opere dei quali la
memoria ricordava e reinventava il tempo passato. Ma non è qui il caso di dilungarci
sullo sviluppo di queste tendenza. Ci basti sottolineare come nel Novecento, in ogni
classe sociale, molte persone, tante quante lautobiografismo non ne aveva mai
conosciute, si sono avvicinate a questi territori e hanno intrapreso lavventura
della narrazione di sé. Subito si pose il problema di come valorizzare questa pioggia
incessante di scritture, ci si chiese quale poteva essere lapprodo più consono per
questi testi al di là del luogo di destinazione primario che era e resta la sfera degli
affetti famigliari. Una massa enorme di scritti sul sé, passata la prima generazione,
rischiava di trasformarsi in cibo per i topi del pianeta. Cominciarono a sorgere alcuni
archivi. Lantropologa Anna Iuso1
spiega che, per prima, listanza si pose nei paesi del blocco comunista: in Polonia,
due sociologi, William I. Thomas e Florian Znaniecki conservarono i "documenti
personali" che gli erano serviti per uno studio sullemigrazione dei contadini
polacchi verso lAmerica, studio sfociato in una pubblicazione2, li raccolsero e conservarono in un pubblico archivio che
fondarono con lo scopo di non disperdere le tante testimonianze autobiografiche reperite.
Il Pamietnikov Polskie fu fondato negli anni Venti a Varsavia. Da quel momento,
quando i sociologi intendevano analizzare le esperienze di vita prodottesi in alcune
classi sociali lanciavano concorsi autobiografici a tema: hanno invitato a scrivergli i
tipografi, gli ebrei, i contadini, i disoccupati, i giovani
Fra il 1945 e il 1989
sono stati banditi circa 1600 concorsi per una raccolta che sfiora le 50.000 unità in cui
è compreso un po di tutto, dallautobiografia in tre o cento pagine al
documento legale, dalla foto ricordo al libro di fiabe.
Nel 1937, a Londra alcuni scrittori e poeti (Tom Harrison, Charles Madge, Humphrey Jennings) fondarono il Mass-Observation, un centro che chiedeva ai propri corrispondenti racconti reali sulla propria contemporaneità per sondare le opinioni degli individui davanti ai mutamenti sociali. La prospettiva andava già mutando.
La storia degli archivi della Resistenza, dei movimenti femministi, degli archivi delle guerre e delle emigrazioni è più recente se è compresa, comè, dentro gli eventi storici degli ultimi cinquanta anni. Sono nati archivi un po ovunque, archivi in cui gli individui si rappresentano in quanto membri di una classe sociali o accomunati dallaver vissuto un comune evento: a Trento ne è nato uno, dalla costola originaria del Museo del Risorgimento, che si occupa di raccogliere materiali sulla Grande Guerra, in Francia un educatore, il prete Pierre de Givenchy ha fondato Vivre et lEcrire, per raccogliere testimonianze sul disagio giovanile, a Siegan, in Germania cè un archivio che raccoglie materiali legati ai ricordi dinfanzia, a Bochum e anche a Genova si cercano le lettere degli emigranti, a Hagen si raccolgono materiali scolastici e si studiano i testi da un punto di vista prettamente storico.
Poi è arrivata Pieve e la carica di novità stava nellessere un archivio sulle identità personali che si auto-narrano: identità molteplici, non accomunate da nientaltro se non dallessere tutte portatrici di una personalità che desidera raccontarsi. Il successo delliniziativa stava nellampiezza sociale del pubblico al quale linvito di inviare la storia della propria vita veniva rivolto. Ma non è solo questa la novità. È che a Pieve si era scelto di raccogliere autobiografie contemporanea senza altro obiettivo o ragione sociale che questa. Raccogliere e farle leggere, per recuperare il passato, per dargli valore a partire da una lettura presente, per conservarle e farle fruttare fino al futuro.
Dal 1987 si sono organizzati a Rovereto dei seminari di studio sulla scrittura popolare; in una di queste occasioni il fondatore dellarchivio pievano, Saverio Tutino si presentò con una riflessione stimolata anche da un racconto autobiografico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Lautore de Il Gattopardo, in poche pagine, ripercorreva i suoi ricordi dinfanzia e, a premessa della sua opera, scriveva così:
Quello di tenere un diario o di scrivere a una certa età le proprie memorie dovrebbe essere un dovere imposto dallo stato; il materiale che si sarebbe accumulato dopo tre o quattro generazioni avrebbe un valore inestimabile3.
Una folgorazione da mille volt. Che cosa stava succedendo a Pieve se non quello che aveva sognato il grande scrittore siciliano? Si stava andando incontro alla possibilità, un giorno, di conservare tutte le memorie degli italiani che scrivono di sé. Così, senza lappoggio delle istituzioni, dei ministeri, della regione, era nato, per iniziativa di certi privati cittadini e con lappoggio di un istituto di credito e il volontariato di molti giovani, un centro pubblico, aperto tutti i giorni, dove chiunque poteva inviare e consultare testi autobiografici.
Se Pieve cresceva e diventava il centro europeo più
importante per la raccolta e la valorizzazione autobiografica, indubbiamente Rovereto e
Trento si collocavano in una posizione primaria per lenergia con cui conducevano il
dibattito scientifico intorno allargomento. In nessun Paese, come in Italia, la
necessità di definire i confini e i compiti del genere autobiografico, esteso anche alle
sue forme "popolari", è stata tanto sentita e indagata. Anche grazie ai
seminari roveretani della seconda metà degli anni Ottanta gli studiosi italiani hanno
coltivato un dibattito che, per vivacità, non ha eguali in tutta Europa.
Esaminando gli atti di quei convegni annuali si vede uno sviluppo nellapproccio a questo campo di indagini. Dai primi convegni convocati per parlare "di un archivio della scrittura popolare" si è passati agli incontri sugli "archivi autobiografici" dove il concetto di "popolare" diventava un po obsoleto e lattenzione si spostava sul fatto che in tutti i centri arrivassero materiali autobiografici, di tanti io che mettevano in mostra la loro identità. Gli archivi delle identità. I testi conservati in ogni archivio, questo è quel che si ricava dalla lettura degli atti roveretani, vengono sempre meno valorizzati come semplici documenti per la storia, la sociologia, la psico o lantropo-logia, e sempre più in quanto ciascuno di essi è un monumento a una singola identità che lautore medesimo ha eretto a se stesso.
Il percorso dello storico Mario Isnenghi è, in questo senso, esemplare. Isnenghi, che prima dichiarava che la scrittura autobiografica era poco più che un "bruscolino" nel mare degli studi storici, nel 1989, aveva mutato opinione poiché riconosceva che esiste:
un bisogno dinteresse e rispetto per le soggettività, che va molto oltre la dimensione propriamente storiografica o addirittura ne prescinde ponendosi sul piano esistenziale4.
Quando lo sguardo degli studiosi italiani si è ampliato dal contesto nazionale a quello europeo, il riferimento è al convegno "Archivi autobiografici in Europa" del gennaio 1998, ci si è accorti che negli altri Paesi del continente era in atto un processo quanto mai analogo: nascevano archivi per valorizzare individui ed esperienze di vita singole.
Come case di vetro in cui si custodiscono preziose identità stanno proliferando nuove forme di archivio, alcune dichiaratamente sul modello pievano. Due nuovi centri sono appena nati ed hanno rispettivamente due e un anno di attività: il primo centro è quello di Emmendingen, nella Germania meridionale, laltro è a La Roca Del Vallés, nella regione spagnola della Catalogna. In più, pur nelle sue marcate diversità, procede sulla stessa linea lesperienza francese di Ambérieu en Bugey, vicino a Lione. In questultimo centro è stato proprio Philippe Lejeune a fornire lo stimolo iniziale per la creazione di un archivio autobiografico. Ad Ambérieu, dal 1991, si è creata una vera e propria associazione nazionale, lAssociation pour lAutobiographie et le Patrimonie Autobiographique (A.P.A.), con diramazioni in tutto il territorio nazionale: a Parigi, a Strasburgo, a Lione, a Tours, ad Aix, fino alla svizzera Ginevra. In questi centri ci sono dei gruppi di lettura che esaminano il materiale dei vari scrittori di sé e lo recensiscono privatamente agli autori e, se questi lo desiderano, pubblicamente in un bollettino periodico Le Garde-memoire. I soci dellassociazione, quindi, sono dei semplici appassionati di autobiografismo: sono oltre seicento. Alcuni testi vengono raccolti ad Ambérieu, schedati e molti di essi sono anche oggetto di studi specialistici, altri vengono semplicemente letti e rinviati agli autori. Non cè qui la promessa di alcun premio, solo la garanzia di essere letti. Gli autobiografisti vengono poi invitati annualmente a una giornata di studio, detta "giornata dellautobiografia", dove confrontano fra loro le proprie esperienze di scrittori di sé o dialogano con professionisti della penna ed editori sui temi dellautobiografismo.
Gli archivi autobiografici di questa seconda generazione inaugurano quindi un "sentire" nuovo: danno la sensazione di entrare in un mondo dove la propria memoria è uneredità pubblica. Non più solo la famiglia, non solo la trasmissione generazionale fra coloro che hanno il nostro stesso sangue, una memoria autobiografica può servire a costruire i luoghi pubblici dove i ricordi entrano in rapporto fra loro, si parlano, ricominciano a esistere.
Note
1Si vedano ANNA IUSO, Archivi
Autobiografici in Europa, in Archivio Trentino di Storia Contemporanea, n°2,
1996; oltre agli Atti del Convegno di Rovereto del 30 e 31 gennaio 1998, di prossima
pubblicazione.
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