http://www.archiviodiari.it/europa.htm

seguici su facebook seguici su flickr seguici su twitter seguici su linkedin seguici su youtube
C.F. 01375620513




Nuove forme di archivio
di Luca Ricci

i diari di Ida NencioniIl Novecento ha prodotto moltissime scrittura autobiografiche, l’aumento, rispetto ai secoli precedenti, è stato di natura esponenziale. Certo i grandi eventi separatori che hanno costellato la storia dolorosa del XX secolo sono stati una molla non da poco – ci si riferisce al fenomeno dell’emigrazione di massa e alle due guerre mondiali – e la scrittura autobiografica ha rappresentato, di fronte a individualità ogni giorno più frammentate, un tentativo di auto-comprensione che ha accompagnato molti nella pratica della vita. Sarebbe lungo il discorso sul ruolo attivo che hanno svolto le nuove scienze quali la sociologia e la psicanalisi nell’indurre molti alla scrittura, così come il romanzo d’inizio secolo, si è avvicinato con frequenza ai territori dell’autobiografismo, si pensi a L’uomo senza qualità, di Musil, oppure al voluminoso Alla ricerca del tempo perduto di Proust, ai vari Joyce, Svevo, Zweig, Sartre, per citare alcuni dei casi più paradigmatici, nelle opere dei quali la memoria ricordava e reinventava il tempo passato. Ma non è qui il caso di dilungarci sullo sviluppo di queste tendenza. Ci basti sottolineare come nel Novecento, in ogni classe sociale, molte persone, tante quante l’autobiografismo non ne aveva mai conosciute, si sono avvicinate a questi territori e hanno intrapreso l’avventura della narrazione di sé. Subito si pose il problema di come valorizzare questa pioggia incessante di scritture, ci si chiese quale poteva essere l’approdo più consono per questi testi al di là del luogo di destinazione primario che era e resta la sfera degli affetti famigliari. Una massa enorme di scritti sul sé, passata la prima generazione, rischiava di trasformarsi in cibo per i topi del pianeta. Cominciarono a sorgere alcuni archivi. L’antropologa Anna Iuso1 spiega che, per prima, l’istanza si pose nei paesi del blocco comunista: in Polonia, due sociologi, William I. Thomas e Florian Znaniecki conservarono i "documenti personali" che gli erano serviti per uno studio sull’emigrazione dei contadini polacchi verso l’America, studio sfociato in una pubblicazione2, li raccolsero e conservarono in un pubblico archivio che fondarono con lo scopo di non disperdere le tante testimonianze autobiografiche reperite. Il Pamietnikov Polskie fu fondato negli anni Venti a Varsavia. Da quel momento, quando i sociologi intendevano analizzare le esperienze di vita prodottesi in alcune classi sociali lanciavano concorsi autobiografici a tema: hanno invitato a scrivergli i tipografi, gli ebrei, i contadini, i disoccupati, i giovani… Fra il 1945 e il 1989 sono stati banditi circa 1600 concorsi per una raccolta che sfiora le 50.000 unità in cui è compreso un po’ di tutto, dall’autobiografia in tre o cento pagine al documento legale, dalla foto ricordo al libro di fiabe.

Nel 1937, a Londra alcuni scrittori e poeti (Tom Harrison, Charles Madge, Humphrey Jennings) fondarono il Mass-Observation, un centro che chiedeva ai propri corrispondenti racconti reali sulla propria contemporaneità per sondare le opinioni degli individui davanti ai mutamenti sociali. La prospettiva andava già mutando.

La storia degli archivi della Resistenza, dei movimenti femministi, degli archivi delle guerre e delle emigrazioni è più recente se è compresa, com’è, dentro gli eventi storici degli ultimi cinquanta anni. Sono nati archivi un po’ ovunque, archivi in cui gli individui si rappresentano in quanto membri di una classe sociali o accomunati dall’aver vissuto un comune evento: a Trento ne è nato uno, dalla costola originaria del Museo del Risorgimento, che si occupa di raccogliere materiali sulla Grande Guerra, in Francia un educatore, il prete Pierre de Givenchy ha fondato Vivre et l’Ecrire, per raccogliere testimonianze sul disagio giovanile, a Siegan, in Germania c’è un archivio che raccoglie materiali legati ai ricordi d’infanzia, a Bochum e anche a Genova si cercano le lettere degli emigranti, a Hagen si raccolgono materiali scolastici e si studiano i testi da un punto di vista prettamente storico.

Poi è arrivata Pieve e la carica di novità stava nell’essere un archivio sulle identità personali che si auto-narrano: identità molteplici, non accomunate da nient’altro se non dall’essere tutte portatrici di una personalità che desidera raccontarsi. Il successo dell’iniziativa stava nell’ampiezza sociale del pubblico al quale l’invito di inviare la storia della propria vita veniva rivolto. Ma non è solo questa la novità. È che a Pieve si era scelto di raccogliere autobiografie contemporanea senza altro obiettivo o ragione sociale che questa. Raccogliere e farle leggere, per recuperare il passato, per dargli valore a partire da una lettura presente, per conservarle e farle fruttare fino al futuro.

Dal 1987 si sono organizzati a Rovereto dei seminari di studio sulla scrittura popolare; in una di queste occasioni il fondatore dell’archivio pievano, Saverio Tutino si presentò con una riflessione stimolata anche da un racconto autobiografico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L’autore de Il Gattopardo, in poche pagine, ripercorreva i suoi ricordi d’infanzia e, a premessa della sua opera, scriveva così:

Quello di tenere un diario o di scrivere a una certa età le proprie memorie dovrebbe essere un dovere imposto dallo stato; il materiale che si sarebbe accumulato dopo tre o quattro generazioni avrebbe un valore inestimabile3.

Una folgorazione da mille volt. Che cosa stava succedendo a Pieve se non quello che aveva sognato il grande scrittore siciliano? Si stava andando incontro alla possibilità, un giorno, di conservare tutte le memorie degli italiani che scrivono di sé. Così, senza l’appoggio delle istituzioni, dei ministeri, della regione, era nato, per iniziativa di certi privati cittadini e con l’appoggio di un istituto di credito e il volontariato di molti giovani, un centro pubblico, aperto tutti i giorni, dove chiunque poteva inviare e consultare testi autobiografici.

incontro fra gli archivi europeiSe Pieve cresceva e diventava il centro europeo più importante per la raccolta e la valorizzazione autobiografica, indubbiamente Rovereto e Trento si collocavano in una posizione primaria per l’energia con cui conducevano il dibattito scientifico intorno all’argomento. In nessun Paese, come in Italia, la necessità di definire i confini e i compiti del genere autobiografico, esteso anche alle sue forme "popolari", è stata tanto sentita e indagata. Anche grazie ai seminari roveretani della seconda metà degli anni Ottanta gli studiosi italiani hanno coltivato un dibattito che, per vivacità, non ha eguali in tutta Europa.

Esaminando gli atti di quei convegni annuali si vede uno sviluppo nell’approccio a questo campo di indagini. Dai primi convegni convocati per parlare "di un archivio della scrittura popolare" si è passati agli incontri sugli "archivi autobiografici" dove il concetto di "popolare" diventava un po’ obsoleto e l’attenzione si spostava sul fatto che in tutti i centri arrivassero materiali autobiografici, di tanti io che mettevano in mostra la loro identità. Gli archivi delle identità. I testi conservati in ogni archivio, questo è quel che si ricava dalla lettura degli atti roveretani, vengono sempre meno valorizzati come semplici documenti per la storia, la sociologia, la psico o l’antropo-logia, e sempre più in quanto ciascuno di essi è un monumento a una singola identità che l’autore medesimo ha eretto a se stesso.

Il percorso dello storico Mario Isnenghi è, in questo senso, esemplare. Isnenghi, che prima dichiarava che la scrittura autobiografica era poco più che un "bruscolino" nel mare degli studi storici, nel 1989, aveva mutato opinione poiché riconosceva che esiste:

un bisogno d’interesse e rispetto per le soggettività, che va molto oltre la dimensione propriamente storiografica o addirittura ne prescinde ponendosi sul piano esistenziale4.

Quando lo sguardo degli studiosi italiani si è ampliato dal contesto nazionale a quello europeo, il riferimento è al convegno "Archivi autobiografici in Europa" del gennaio 1998, ci si è accorti che negli altri Paesi del continente era in atto un processo quanto mai analogo: nascevano archivi per valorizzare individui ed esperienze di vita singole.

Come case di vetro in cui si custodiscono preziose identità stanno proliferando nuove forme di archivio, alcune dichiaratamente sul modello pievano. Due nuovi centri sono appena nati ed hanno rispettivamente due e un anno di attività: il primo centro è quello di Emmendingen, nella Germania meridionale, l’altro è a La Roca Del Vallés, nella regione spagnola della Catalogna. In più, pur nelle sue marcate diversità, procede sulla stessa linea l’esperienza francese di Ambérieu en Bugey, vicino a Lione. In quest’ultimo centro è stato proprio Philippe Lejeune a fornire lo stimolo iniziale per la creazione di un archivio autobiografico. Ad Ambérieu, dal 1991, si è creata una vera e propria associazione nazionale, l’Association pour l’Autobiographie et le Patrimonie Autobiographique (A.P.A.), con diramazioni in tutto il territorio nazionale: a Parigi, a Strasburgo, a Lione, a Tours, ad Aix, fino alla svizzera Ginevra. In questi centri ci sono dei gruppi di lettura che esaminano il materiale dei vari scrittori di sé e lo recensiscono privatamente agli autori e, se questi lo desiderano, pubblicamente in un bollettino periodico Le Garde-memoire. I soci dell’associazione, quindi, sono dei semplici appassionati di autobiografismo: sono oltre seicento. Alcuni testi vengono raccolti ad Ambérieu, schedati e molti di essi sono anche oggetto di studi specialistici, altri vengono semplicemente letti e rinviati agli autori. Non c’è qui la promessa di alcun premio, solo la garanzia di essere letti. Gli autobiografisti vengono poi invitati annualmente a una giornata di studio, detta "giornata dell’autobiografia", dove confrontano fra loro le proprie esperienze di scrittori di sé o dialogano con professionisti della penna ed editori sui temi dell’autobiografismo.

Gli archivi autobiografici di questa seconda generazione inaugurano quindi un "sentire" nuovo: danno la sensazione di entrare in un mondo dove la propria memoria è un’eredità pubblica. Non più solo la famiglia, non solo la trasmissione generazionale fra coloro che hanno il nostro stesso sangue, una memoria autobiografica può servire a costruire i luoghi pubblici dove i ricordi entrano in rapporto fra loro, si parlano, ricominciano a esistere.




Note

1Si vedano ANNA IUSO, Archivi Autobiografici in Europa, in Archivio Trentino di Storia Contemporanea, n°2, 1996; oltre agli Atti del Convegno di Rovereto del 30 e 31 gennaio 1998, di prossima pubblicazione.
Clicca qui per tornare

2WILLIAM I. THOMAS – FLORIAN ZNANIECKI, Il contadino polacco in Europa e in America, Milano, Comunità, 1968.
Clicca qui per tornare

3GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, Racconti, Milano, Feltrinelli, 1993, pp. 25-26.
Clicca qui per tornare

4MARIO ISNENGHI, Intervento per la tavola rotonda, in MATERIALI DI LAVORO, I luoghi della scrittura autobiografica popolare, Atti del convegno, Mori (Tn), La Grafica, 1990, pp. 325. Sempre di Isnenghi si veda l’intervento introduttivo in GIUSEPPE FERRI – MARGHERITA IANELLI, La guerra povera, Firenze, Giunti, 1994, pp. 7-17. Proprio qui Isneghi scrive: "Questi documenti popolari che finalmente emergono – dal basso, ironia della sorte, dopo averli tanto invocati! – non ci possono mettere in posizione difensiva, ma in posizione di ascolto."
Clicca qui per tornare




iscriviti alla mailing list dell'archivio dei diari

home

destina il 5 per mille
all'archivio dei diari di pieve


come aiutarci



english français deutsch español


Consulta il
catalogo


Fondazione Archivio Diaristico Nazionale - onlus
Piazza Amintore Fanfani, 14
52036 Pieve Santo Stefano AR
tel 0039 0575797730   0039 0575797731   fax 0039 0575799810
il sito è realizzato da Federico Marri e Loretta Veri
http://www.archiviodiari.it
orari e contatti
redazione